Hungry Hearts

Un film di Saverio Costanzo

Un breve commento di Alberto Lorenzini

Commentare questo bellissimo film di Saverio Costanzo non è per niente facile per me, perché mi mette di fronte all’abisso della follia con la stessa potenza di un’antica tragedia greca. L’unico commento veramente adeguato da parte mia sarebbe il silenzio. Perché questo? Perché il film mi porta sull’orlo del precipizio dove si smarrisce il senso della vita umana. La morte della protagonista e l’estinzione della tragedia attraverso questa soluzione assolutamente tragica stendono un velo di pietà sull’intera vicenda e chiudono le porte dell’inferno. Il Male ha ottenuto la propria vittima sacrificale e, per il momento, si è allontanato dalla scena e la vita dei sopravvissuti può finalmente riprendere (o cominciare). Il cervo che viene ucciso a fucilate nel sogno ricorrente di Mina rappresenta in maniera fin troppo esplicita l’anticipazione di questo finale, già scritto fin dall’inizio.

C’è un’unica, inevitabile incongruenza nel film: la grazia dell’incontro iniziale, la capacità di Mina di coinvolgersi e lasciarsi andare nell’amore, per poi impazzire improvvisamente nel corso della gravidanza e impostare un rapporto con il figlio che si preannuncia micidiale per lui, come sabbie mobili che non lasciano scampo. Ma non funziona così, la rigidità psicotica di Mina non può emergere dal nulla, e l’unica soluzione per salvare la coerenza narrativa del film è quella di pensare che la Mina che noi vediamo all’inizio sia quella filtrata attraverso gli occhi innamorati di Jude, che logicamente soffrono per una normale forma di cecità selettiva e non vedono i segni degli sviluppi futuri.

Il film offre una tale molteplicità di spunti per la riflessione psicologica, che non si sa quale scegliere e da che parte cominciare. Trovo magistrale l’interpretazione della follia da parte della Rohrwacher, che infatti le ha fruttato dei premi importanti, ma il mio cuore questa volta s’indirizza più volentieri verso gli altri personaggi della tragedia, tutti quelli che girano attorno a lei. Il contrario di ciò che accade, normalmente, nel mio lavoro di psicoterapeuta, forse perché qui sono proprio i familiari a trovarsi nella parte delle vittime, mentre la malattia chiude Mina nel ruolo di carnefice. Né Jude, né la madre di Jude, né, tanto meno, il bambino, possono essere ritenuti responsabili della follia di Mina, neanche in minima parte.

Jude è un personaggio straordinario, un padre e un marito amorevole che si barcamena come può nelle acque burrascose, o meglio nel tornado che si abbatte sulla sua vita. Sono assolutamente commoventi le scene di lui che si rifugia in chiesa per nutrire il bambino di nascosto dalla madre. È così vero il suo dolore che riesce perfino a fare breccia nel cuore dell’avvocato che, a suo rischio, gli spiega come fare per rapire il figlio e per dare una parvenza di legalità all’impresa.

Ma, ovviamente, il personaggio più straordinario di tutti è quello che a lungo si mantiene rispettosamente dietro le quinte, la madre di Jude. Qui la narrazione è davvero coerente, perché alle spalle di un uomo affettivamente così dotato colloca una madre eccezionale, una persona che verrebbe voglia di abbracciare per il coraggio e il sacrificio di sé che è disposta a compiere, allo scopo di salvare la vita al figlio e al nipote, oltre che l’anima a Mina stessa. Ciò che la mamma di Jude si racconta in carcere nel dialogo finale con se stessa è che, se non l’avesse uccisa, a questo punto in carcere ci sarebbe Mina stessa, a tormentarsi eternamente per aver ucciso il proprio figlio. Per questo si ripete di non essere affatto pentita della propria scelta, pur dovendola duramente pagare.

Dato che la mia lettura è questa, devo concludere che il film mi appare molto controcorrente, molto problematico, improntato a una forma di complessità irriducibile, cosa davvero non comune nei tempi che corrono. Fino agli anni Sessanta si sarebbe criminalizzata Mina e la si sarebbe rinchiusa, mentre in seguito, essendo cambiata la direzione del vento, si sarebbe ritenuta (e ancora oggi la si riterrebbe) meritevole di cure domiciliari, vittima di una malattia come tutte le altre, a carico del cervello, piuttosto che del fegato o dei reni. Due semplificazioni che il film di Costanzo non contempla affatto.

A questo punto, però, devo anche ammettere che si sarebbe potuta evitare la tragedia, se solo non fosse intervenuta la legge con la potenza di un elefante in un negozio di porcellane. A pensarci bene, proprio in questo modo il film ribadisce ancora una volta quanto le semplificazioni autoritarie possano essere deleterie nei casi problematici della vita. A quel giudice è mancata completamente l’idea di un approfondimento psicologico sui fatti che è stato chiamato a giudicare, ma è stata proprio quella mancanza a spingere la vicenda verso il suo epilogo tragico.

Alla fine, direi proprio che la psicologia spicca per essere la grande assente in tutti i momenti della tragica narrazione: non solo è mancato il suo lume nella mente del giudice, ma è solo nel dialogo con il pediatra che Jude mette a fuoco la drammaticità della situazione. Solo i problemi di ordine materiale appaiono realmente convincenti per lui, come lo stato di denutrizione, misurato in percentili di peso, mentre tutte le follie di Mina rappresentano delle semplici stranezze che è in grado di sopportare e di accettare con il suo amore, ma non di giudicare. La madre vede la follia di Mina come una forma di cattiveria e, di nuovo, è questa semplificazione ad armarle la mano. Mina, orfana dall’età di due anni, viaggia per il mondo come una mina vagante ed è da presumere che non solo Jude, ma nemmeno nessun altro prima di lui si sia accorto della gravità del suo disagio mentale e che nessuno le abbia mai consigliato di mettersi in terapia.

Concludo con la riflessione che, se pure l’elemento tragico è parte ineliminabile della complessità e dei limiti dell’esistenza umana, forse il ruolo della psicologia sarebbe proprio quello di evitare una buona parte delle tragedie che incombono sulle nostre povere vite. La vita è fatta anche di commedia, di gioia, di scoperta e di poesia e non solo di tragedia. La psicoterapia può fornirci un sostegno in caso di tragedia, ma soprattutto può evitare il precipitare di tante tragedie.

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