Alberto Lorenzini

Laureato in Medicina e chirurgia come allievo interno della Scuola S. Anna di Pisa e poi entrato nel corso di specializzazione in Psichiatria, ne sono uscito prima di concludere il normale iter, disgustato dalla totale mancanza di sensibilità psicologica nei confronti dei pazienti. Dopo tanti anni mi ha fatto molto piacere leggere quanto segue nell’ultimo libro di George Atwood (ho appena pubblicato la recensione su questo sito):

I miei studenti mi chiedono spesso quale sia la mia opinione sulla spiegazione psichiatrica della follia e sui sistemi diagnostici contemporanei con le loro differenziazioni e classificazioni – con una visione delle varie forme di follia come disturbi e malattie. Rispondo come segue: i sistemi nomenclativi psichiatrici che prendono sempre più piede sono l’imbarazzo più grave nel nostro campo. La nozione di un sistema ordinato che organizza e distingue questa o quella forma di caduta infinita, piccole e belle categorie di un caos che è al di là di ogni immaginazione e descrizione, è ridicola. I sistemi diagnostici che sono stati e continuano a essere creati mancano di qualsiasi fondamento scientifico e sono in realtà risibili. Mi vergogno di far parte di un campo professionale capace di queste cose .

Piuttosto che confidare nella psichiatria, mi rivolsi alla psicoanalisi e dopo la mia prima formazione cominciai a trattare i pazienti con questo metodo. Ma non ero contento dei miei risultati. L’analisi personale, nella quale mi ero buttato con fiducia senza riserve – tre sedute la settimana con l’analista “cadavere” seduto dietro le mie spalle – non mi aveva aiutato gran che. Scelsi di cambiare maestro e mi rivolsi a Silvia Montefoschi, dopo aver letto il suo primo libro appena pubblicato,  L’uno e l’altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico. Fu un colpo di fulmine che incise non poco sul mio modo di essere e di lavorare. Grazie a quell’incontro e alla fortuna di essere stato paziente, allievo e collaboratore di Silvia, feci per la prima volta esperienza di quale potente processo interiore possa innescare il rapporto psicoanalitico. Silvia stava sviluppando una propria lettura molto originale della psicologia analitica di Jung, che toglieva ogni carattere di trascendenza agli archetipi e all’inconscio collettivo e li reinterpretava in modo culturale, come schemi di relazioni interpersonali, facendo anche riferimento ai manoscritti economico-filosofici di Marx e alla sociologia di Agnes Heller. Era una posizione intellettuale in sintonia con i fervori rivoluzionari di quegli anni e in quell’ottica le tragiche forme del disturbo psichico apparivano come la caricatura della normalità, o meglio della normale alienazione del modo di vivere e di pensare comune, e ciò conferiva alla cura un valore politico, oltre che personale e terapeutico. Essere in analisi non era più necessariamente sinonimo di difficoltà personali e bisogno d’aiuto, ma diventava soprattutto un’esperienza di crescita personale (e un merito).

Ma anche in questo caso l’idillio era destinato a finire. Il successo editoriale dei primi libri di Silvia la portò a scrivere sempre di più; inoltre proprio lei, così raffinata nella dell’alienazione sociale (criticava in particolare l’atteggiamento “ego-riferito” dell’uomo comune), cadde nel tranello più scontato di chi si pone in cattedra come maestro. Gli junghiani parlano di “inflazione psichica”, mentre nella psicoanalisi più in generale si parla di “Sé grandioso”: l’identificazione di sé con il personaggio sovrumano che i pazienti e gli allievi proiettano sul proprio terapeuta. In questo caso si trattò della convinzione di essere una sorta di profetessa illuminata, fino alla follia di farsi diretta portavoce di una realtà spirituale trascendente, con la quale pretendeva di comunicare in maniera telepatica. Assistere a questa grottesca trasformazione della persona alla quale avevo affidato la mia salute psichica, oltre che la mia competenza professionale, mi sconvolse non poco e mi costrinse a separarmi da lei, esattamente sette anni dopo il nostro primo incontro.

Superai il disorientamento in cui mi venni a trovare con l’aiuto di Claudio Risé, un discepolo più anziano di me, che si era già precedentemente separato dalla comune maestra e che aveva proseguito la sua formazione in maniera junghiana più ortodossa. Claudio fu piuttosto rigoroso nel rispetto dei ruoli e penso di avere sperimentato con lui il meglio di quanto possa offrire un’analisi junghiana. Tra le poche critiche che posso rivolgergli c’è quella di essere un convinto dualista: per lui corpo e spirito sono due realtà diverse e separate, cosa per me inaccettabile. Tra i meriti inserisco un eccezionale talento interpretativo: ogni volta che gli ho raccontato un sogno o un fatto oscuro della vita è stato capace di restituirmelo con un dono di senso che mi ha sorpreso e arricchito.

Il mio problema con lo junghismo emerse drammaticamente di lì a poco nel lavoro con i pazienti più impegnativi. Erano il primi anni ’90 e mi trovavo alle prese con un caso borderline al di là delle mie forze. Si trattava di una collega medico e nel sentirmi impotente di fronte al suo progressivo naufragare non potevo darmi pace. Sembrava che ogni mio tentativo di aiutarla producesse risultati peggiori del male. Sviluppai un sogno ricorrente, piuttosto angoscioso: sognavo di essere ancora studente di Medicina e di avere dimenticato di portare avanti lo studio. Si avvicinava la data di un esame e non avevo più tempo per rimediare. Ogni notte lottavo con la stessa, estenuante amnesia dello studio e della laurea. Così cominciai a studiare. Mi resi conto che lo junghismo non mi consentiva di avventurarmi nei casi gravi. Ormai conoscevo bene la simbologia dell’inconscio collettivo che si esprime nelle fiabe, nei miti e nei sogni più spettacolari, ma non ero attrezzato per affrontare la psicopatologia vera. D’altra parte, non sopportavo gli schematismi dei freudiani ortodossi. Avevo comunque familiarità con gli scritti di Alice Miller e ripartii dalla psicoanalisi delle relazioni oggettuali: Fairbairn, Winnicott, Guntrip e poi Kohut, Stolorow, Atwood, ecc. Non pago di colmare le mie lacune teoriche, mi rivolsi a Luigi Ruggiero, esperto analista kohutiano, per un nuovo training in psicologia del Sé.

Oltre ad essere un conoscitore compulsivo di Kohut, Ruggiero si basava molto su Karen Horney e mi fece scoprire e apprezzare anche questa straordinaria psicoanalista eretica dei tempi passati. Con lui sento di avere concluso la serie dei maestri. Ho ricevuto molto da Ruggiero, ho ricevuto gli strumenti per affrontare il disturbo grave, e così è stato proprio lui a restituirmi quell’identità di medico che rischiavo di non riconoscermi più e che avevo tanta paura di perdere in balia dello junghismo. Ruggiero era il miglior clinico psicoanalitico che io avessi mai conosciuto oltre che uno sperimentatore assolutamente coraggioso nella terapia dei casi gravi. In compenso era anche lui piuttosto dogmatico e presiedeva i nostri seminari clinici con piglio patriarcale. Anche questo caso di discepolanza tardiva si è concluso un bel giorno, quando, sentendo di avere già dato e ricevuto a sufficienza, ho ripreso serenamente la mia strada.

Quante appartenenze, quanti legami stabiliti e poi spezzati, lungo il cammino! Ho fatto parte di gruppi e ho fondato società di psicoanalisi; ho fatto conferenze, scritto articoli, pubblicato libri e mi sono sempre lasciato tutto alle spalle, spinto dalla curiosità di conoscere e di andare avanti in un processo di sviluppo e di crescita che, a quanto pare, non finisce mai. Eppure, non sento di avere perso o spezzato realmente nulla; al contrario, sento di avere seguito un filo sotterraneo che mi ha portato sempre più vicino a me stesso e a essere sempre più efficace, nel mio modo di pensare e di lavorare.

Dopo Ruggiero avevo bisogno di apertura e mi sono riconosciuto in un’affinità d’interessi con l’orientamento relazionale della psicoanalisi e, in particolare, ho scoperto di sentirmi molto in sintonia con i lavori di Mitchell, colui che ha dato un’identità alla psicoanalisi relazionale e mi sono avvicinato alla SIPRe (Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione), di cui sono stato membro, oltre che direttore della rivista societaria, Ricerca Psicoanalitica. È stata una bella esperienza (durata anche questa sette anni!), ma – ci crederete? – anche questa è terminata con una separazione!

Il motivo di questo ultimo divorzio è presto detto: SIPRe, Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione non si occupa di psicoanalisi relazionale, se non invitando esponenti stranieri di questa mia amata corrente psicoanalitica come fiore all’occhiello da presentare al pubblico. Si occupa invece di “Psicoanalisi della Relazione” che è il pensiero di Michele Minolli, socio fondatore e che, a mio parere, non ha molto a che fare. Con il passare del tempo mi sono trovato troppo in imbarazzo e, alla fine, ho dovuto lasciare…