Il titolo di questo breve scritto nasce dal desiderio di proporre un cambiamento strutturale all’interno della cultura dell’adozione. In particolare si propone l’obiettivo di sostituire l’immagine della genitorialità con quella del “prendersi cura di” all’interno dell’adozione, cioè di quel percorso relazionale che permette l’incontro tra degli “adulti rimasti senza bambini” e dei “bambini rimasti senza adulti”. Proponiamo questa sostituzione in quanto ci sembra che l’adesione all’immagine della genitorialità possa contribuire a mantenere una “difficoltà” da parte degli adulti costituenti la coppia a considerare i bambini che arrivano nelle loro case come dotati di una anima propria portatrice di una storia, costituita da vissuti emotivi coerenti con le vicende vissute e soprattutto dotata di una individualità separata, distinta e distinguibile da quella degli adulti adottivi. Questa difficoltà sarebbe dovuta alla presenza negli adulti di un desiderio di genitorialità non realizzato che comporterebbe il mantenimento dell’immagine di giocare al gioco della famiglia dove i ruoli che si possono giocare sono solo fare la mamma, il papà e ovviamente il  figlio o la figlia. Ma questo desiderio non realizzato di avere un figlio per mamma e papà significa che il figlio esiste già nell’anima dei genitori, i quali cercheranno di creare i loro figli adottivi a “immagine e somiglianza” di questo desiderio non realizzato, presente dentro di loro. Il risultato di questa creazione è che i bambini adottivi si vedono assegnata un’anima che esiste solo nell’anima degli adulti che così facendo li considerano in pratica come figli senza anima propria, creata a immagine e somiglianza delle vicende che purtroppo hanno vissuto prima dell’incontro con loro. I figli adottivi sarebbero considerati in questo senso dei “figli senza anima” cioè bambini senza storia e senza identità propria, con una parola molto di moda potremmo dire anche senza “origini”. Una delle fantasie più potenti presenti nelle coppie all’inizio del percorso adottivo sembra essere quella di poter adottare un neonato. Questo desiderio a noi sembra una maniera molto evidente di concepire un figlio senza un’anima propria già precostituita, una sorta di tabula rasa sulla quale poter incidere i propri caratteri e quelli della stirpe a cui si appartiene. Avere dei figli senza anima avrebbe anche un altro vantaggio: quello di non conservare il ricordo del trauma dell’abbandono e del processo adottivo stesso. Se un bambino non ha un’anima in proprio, non può portare con sé i ricordi della sua vita passata e soprattutto non può considerare l’adozione stessa un trauma, perché la sua anima comincia ad esistere da quando è entrato nella casa dei genitori adottivi, e l’ingresso nella loro casa dovrebbe essere considerata dal bambino un atto che lo ha salvato dall’abbandono. Paradigmatiche in questo senso sono quelle famiglie che non festeggiano mai il compleanno biologico dei figli. Al massimo si festeggia la data dell’arrivo in famiglia. Pensiamo che l’adozione crei il fenomeno dei figli senza anima perché si verrebbe a creare un “conflitto d’interessi” tra il desiderio degli adulti di giocare al gioco dei genitori e i reali bisogni presenti nelle anime dei bambini. Se consideriamo l’ipotesi che il desiderio di adottare un bambino nascerebbe dal bisogno non realizzato di procreare un bambino a causa della sterilità/infertilità, allora potremmo pensare che nella fantasia delle coppie l’adozione permetterebbe ciò che la sterilità/infertilità ha proibito. Quindi l’adozione sarebbe un modo di realizzare il desiderio di diventare genitori. Per realizzare questo desiderio e negare la realtà dolorosa della sterilità/infertilità le coppie sembrano disposte ad affrontare tutto. Questo tutto comprende anche l’adozione di un bambino (oltre ai dolorosissimi e costosissimi tentativi di procreazione assisitita). Da questo punto di vista il bambino viene “creato” attraverso l’adozione per svolgere un lavoro durissimo: fare provare alla coppia la sensazione di essere genitori. L’interesse della coppia sarebbe quello di sentirsi genitori, anzi dei bravi e buoni genitori e il bambino non dovrebbe avere altra preoccupazione che quella di procurare alla coppia il sentimento di essere diventati finalmente genitori. Tutto questo sarebbe possibile se vivessimo in un sogno e se effettivamente i bambini potessero essere figli senza anima, perché così si potrebbe installare facilmente in loro l’anima che secondo i genitori adottivi dovrebbero avere. La realtà però ci dice che tutti i bambini nascono già con una loro anima ben strutturata e distinta e che se poi i bambini vengono abbandonati questa anima registrerà tutto ciò che l’abbandono comporta, come ad esempio vivere in un istituto per diversi anni e poi registrerà anche che due adulti (perfetti sconosciuti) li hanno presi e portati a casa loro dove tutto è molto, molto diverso da ciò che i bambini hanno fino a quel momento sperimentato. I bisogni primari dei bambini che vivono queste esperienze non possono per forza di cose coincidere con quelli di confermare i due adulti (perfetti sconosciuti) nel loro interesse di sentirsi genitori. Il conflitto d’interesse nasce perché i bambini adottati hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a fare i conti con la propria storia, cioè con il fatto che i propri genitori li hanno abbandonati e che nonostante ciò essi desiderano ricongiungersi con i loro genitori. I bambini hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro e del loro dolore per essere stati abbandonati e inoltre hanno bisogno di qualcuno che possa riconoscere e rendere possibile l’espressione del bisogno primario e biologicamente determinato di ricongiungersi con i loro genitori. Ma se l’obiettivo dei genitori adottivi è confermarsi nel proprio ruolo, allora si trovano in una posizione scomoda per occuparsi del rapporto che il loro figlio ha con i suoi genitori. La frase precedente oltre che affettivamente suona paradossale anche rispetto alla lingua italiana. Si tratta, in realtà, di un conflitto d’interessi motivazionale: il bambino vorrebbe conoscere e ricongiungersi con i suoi genitori, mentre i due adulti desiderano che il bambino riconosca loro come suoi genitori. Secondo noi è questo conflitto d’interessi motivazionale che rende difficile agli adulti riconoscere che i bambini hanno un’anima e che dentro quest’anima ci sono dei desideri dove loro adulti non sono contemplati, almeno nella fase iniziale del rapporto. Ci vorrà un lungo lavoro affinché i bambini possano essere aiutati a fare i conti con il passato, cominciare a vivere un rapporto presente e potersi proiettare in un futuro che comprenda il passato dell’abbandono e il presente della situazione adottiva.

Che cosa può aiutare i bambini a fare i conti con il passato e legarsi agli adulti del presente? Ovviamente tante cose. Ma in primo luogo la possibilità degli adulti di assumere l’atteggiamento di chi si prende cura del bambino in tutti i suoi aspetti affettivi, sociali, materiali, ecc. Un aspetto centrale a noi sembra risiedere nell’atteggiamento che i genitori adottivi assumono di fronte ai comportamenti dei bambini adottati. Mettiamo il caso che il bambino presenti un atteggiamento iperattivo e aggressivo nei confronti degli adulti che gli stanno accanto. In questo caso si pone per gli adulti il problema di porre dei limiti, ad esempio al comportamento aggressivo dei bambini. In alcuni casi si può osservare che il comportamento aggressivo dei bambini si manifesta in realtà dopo che gli adulti hanno cercato di porre un limite ad esempio alla quantità di ore che si può stare davanti al televisore o che si può giocare alla playstation. La vera questione non è “porre un limite” ma gestire la reazione che i bambini hanno, dopo che gli adulti hanno posto il limite. Se il limite posto dai genitori comporta una reazione aggressiva da parte dei bambini, il rischio è quello che i genitori siano “ingaggiati” dai figli, cioè tirati dentro una escalation e un aumento della aggressività stessa, se alla risposta aggressiva dei figli dovessero rispondere con delle ritorsioni punitive nei confronti dei bambini. La sequenza relazionale sarebbe la seguente: proposta del limite, risposta aggressiva dei figli e reazione-ritorsione punitiva dei genitori, che generebbe una nuova risposta aggressiva che generebbe una nuova ritorsione punitiva. Seguendo questa sequenza relazionale ci sembra che ciò che può interrompere l’escalation sia non tanto l’inevitabile funzione adulta di porre limiti quanto resistere alla tentazione di rispondere all’aggressività dei figli con una ritorsione punitiva. Usando un’espressione paradossale, potremmo dire che di fronte alle provocazioni aggressive dei bambini “la cosa migliore da fare è stare fermi”. Per stare  fermi però tocca fare un lavoro, cioè un movimento. Il movimento consisterebbe nello spostarsi dalla posizione di bersaglio dell’aggressività dei figli, levarsi dalla posizione dove i figli se la prendono con i genitori e mettersi nella posizione di produrre un’idea nuova sulla natura e sul contenuto della mente dei figli. Si tratta di “vedere” la mente dei figli e cosa ci sta dentro. È l’questa operazione che consente ai genitori adottivi di sviluppare un altro comportamento e d’interrompere l’escalation aggressiva, producendo l’azione di stare fermi, invece di rispondere con una ritorsione punitiva. Levarsi dalla posizione di bersaglio permette di recitare altri ruoli come ad esempio quello di “prendersi cura di”. Reagire all’aggressività dei figli con il prendersi cura di loro sarebbe la stessa cosa che di dire che il vomito si può trasformare di nuovo in un cibo che ha tutte le caratteristiche igienico-sanitarie per poter essere ancora una volta ingerito come un cibo nutriente e sano. Questo lavoro del prendersi cura di un bambino all’interno dell’adozione sembra essere possibile se paradossalmente i genitori adottivi possono sospendere temporaneamente il desiderio di fare i genitori, permettendosi il ruolo di “chi si prende cura di”. Nel ruolo del prendersi cura di il bambino non viene visto come “qualcuno che deve confermare l’adulto nel suo potersi sentire come un genitore” ma può essere visto per quello che è in base alla sua identità e alla sua storia. Cambiando posizione da quella di genitore a quella di “adulto che si prende cura di un bambino” si può disinnescare il conflitto d’interessi motivazionale e incontrare l’anima del bambino per quello che è: un bambino senza genitori. Anche gli adulti possono essere quello che sono, cioè incontrare la loro anima di adulti senza figli. Se gli adulti possono riconoscere di essere senza figli allora non chiederanno ai bambini di riconoscerli come genitori e inoltre potranno capire meglio cosa significa per un bambino la realtà di essere senza genitori. In questo senso crediamo che dalla cultura dell’adozione e della genitorialità adottiva che riportano sempre alla questione del dover essere figlio e del dover essere genitore, si possa ormai traghettare alla “cultura del prendersi cura di” che rimanda invece alla possibilità per tutti di essere se stessi.

Giuseppe D’Amore è psicologo e psicoanalista della Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione (SIPRe). Esercita la libera professione a Roma e ad Anguillara Sabazia. È presidente dell’Associazione Sviluppo e Relazione che opera con l’intento di portare “la psicologia verso le persone” (www.sviluppoerelazione.it). È autore del libro “Il cambiamento in psicoanalisi teorie metodi e tecniche” (edizioni universitarie romane). Ha pubblicato articoli sulla storia della psicoterapia in Italia e sullo sviluppo della professione dello psicologo, consultabili sul sito  www.studio-damore.it .

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