Alberto Lorenzini presenta:

Il dono della terapia

Di Irvin D. Yalom

 

Che personaggio straordinario, Irvin Yalom! È lo psicoterapeuta psicoanalitico più incarnato che io abbia mai incontrato. Con questo voglio precisamente dire che il suo talento nella psicoterapia è tale da consentirgli di muoversi nelle più diverse situazioni cliniche individuali o di gruppo con la stessa disinvoltura che potrebbe avere un pesce nell’acqua. Causa o conseguenza di questo talento, cioè della sua capacità di padroneggiare la relazione psicoterapeutica a 360 gradi e di cogliere e descrivere i dettagli dello scambio psicologico in atto da dentro e da fuori, come se fosse dotato di un magico zoom per il mondo interiore, è sicuramente l’altra sua inestimabile dote, quella dello scrittore. Yalom, infatti, ha creato un vero e proprio genere letterario, trasformando innumerevoli casi clinici in altrettanti racconti avvincenti e pieni di suspense e i propri pazienti in personaggi sorprendenti nei quali possiamo scoprire le infinite sfaccettature, le complessità e le tortuosità dell’animo umano. Per quanto io sappia, soltanto Oliver Sacks è riuscito a compiere prima di lui un’impresa paragonabile, creando il genere letterario delle storie neurologiche, dedicate agli imprevedibili modi di essere e di percepire dei pazienti con lesioni neurologiche. Grande fenomenologo, esploratore dei mondi esperienziali più inaspettati e strani quest’ultimo, grande terapeuta Yalom, geniale nel declinare la terapia in modi coraggiosi e assolutamente originali, al di là di ogni rigida prescrizione di scuola, sempre, implacabilmente, alla ricerca della medicina più importante, quella dell’autenticità dell’autocoscienza. Yalom confessa di non essere mai riuscito a fare atto di appartenenza a nessuna scuola e questo me lo rende davvero simpatico. Afferma che la lettura più importante durante il suo periodo di formazione è stata Nevrosi e sviluppo della personalità di Karen Horney e questo me lo rende ancora più simpatico. Definisce se stesso come “psicoanalista esistenziale”, per dire che quattro temi particolari sono sempre presenti, al centro delle sue riflessioni sulle difficoltà psicologiche delle persone: la morte, la solitudine, il significato della vita e la libertà. Yalom ha scritto tantissimo: tanti libri dedicati ai casi, un manuale di psicoterapia di gruppo adottato da tante scuole di orientamento diverso, tre romanzi filosofici, dedicati, rispettivamente, a Spinoza, Schopenhauer e Nietzsche e tanto altro.

Il dono della terapia, uscito nel 2002 e tradotto in italiano soltanto nel 2014, è un’opera molto particolare, una sorta di testamento spirituale o di dono per gli psicoterapeuti, che raccoglie 85 temi di psicoterapia e li discute con innumerevoli esempi tratti dal vivo della propria esperienza personale. Praticamente una summa, un distillato di sapienza pratica tratto dal lavoro di tutta una vita dedicata alla psicoterapia.

Mi è capitato di vedere citato Yalom come portabandiera della relazione nella terapia, in affermazioni del tipo: “magari, alla fine, ha ragione Yalom e quello che cura è la relazione…”. Si tratta spesso di affermazioni sottilmente svalutative, che presuppongono una sorta di rassegnata passività da parte del terapeuta. Come dire che qualsiasi interpretazione, come pure qualsiasi prescrizione di teoria della tecnica, per quanto ricercate e scientificamente corrette, alla fine servono a poco e non si capisce bene quale sia l’effettivo fattore terapeutico, capace di promuovere un cambiamento nel paziente. La relazione sarebbe per questi critici una sorta di nutrimento somministrato per osmosi, per il fatto stesso di passare del tempo in compagnia del terapeuta che, si suppone, gode del possesso di una personalità più sana rispetto a quella del suo paziente (una verità tutta da dimostrare!). Niente di più lontano dalla realtà delle cose, per quanto riguarda Yalom. Egli è davvero uno psicoanalista dedito all’uso terapeutico della relazione, ma ciò che sorprende ad ogni pagina dei suoi scritti è l’attenzione con la quale attivamente esplora ogni dettaglio di ciò che accade nella relazione e l’energia con la quale sostiene e guida il paziente verso l’esperienza e la consapevolizzazione dei propri modi di relazionarsi a se stesso e agli altri. Mi pare interessante, a questo riguardo, riportare le seguenti spiegazioni tratte dal capitolo 38, “Fornire il feedback in modo efficace e gentile”, dove Yalom stesso istruisce una paziente con lo scopo di introdurla all’utilizzo del proprio metodo:

Forse posso aiutarla a capire cosa c’è di sbagliato nei rapporti della sua vita esaminando il nostro man mano che si sviluppa. Anche se il nostro rapporto non è l’equivalente di un’amicizia, esiste, ciò nonostante, una buona sovrapposizione, in particolare per la natura intima delle nostre conversazioni. Se posso fare osservazioni su di lei che riescano a gettare luce su ciò che accade tra lei e gli altri, vorrei poterle evidenziare. È d’accordo?

Certo Yalom, a differenza di Atwood, non è stato un pioniere che abbia aperto nuovi territori alla psicoanalisi e con fatica riesco a immaginarlo nei panni del terapeuta che accetta di perdersi nel labirinto del delirio del paziente psicotico con la fiducia di ritrovare il nucleo della salute psichica a dispetto di ogni buona norma di razionalità condivisa. Ma forse non è nemmeno giusto dire che non abbia aperto nuovi territori della psicoterapia: la relazione per come si svolge nell’hic et nunc, per come coinvolge e condiziona l’esperienza, la coscienza, l’incoscienza e le emozioni di entrambi i partecipanti, non mi risulta che sia mai stata indagata con tale metodicità e infallibile acume. Sembra a tratti che Yalom possegga una straordinaria capacità di muoversi e di vedere le cose da dentro e da fuori, articolando in tempo reale una sorta di ottica bifocale: la realtà come appare agli occhi del paziente e a quelli di un visitatore curioso che si affaccia ad esplorare il suo mondo.

Per illustrare ancora più precisamente cosa significhi la psicoanalisi della relazione secondo Yalom, vorrei soffermarmi su due argomenti in particolare, che, oltre a essere esplicitamente illustrati in alcuni capitoli del Dono della terapia, rispecchiano in maniera significativa il suo modo costante di impegnarsi nella terapia, come in generale emerge nei suoi scritti di carattere clinico.

Il primo argomento è quello della concretezza dell’interazione terapeutica, per cui non posso fare a meno di citare il titolo del capitolo 11, assolutamente emblematico: “L’atto terapeutico, non la parola terapeutica!”. In questo capitolo è riportato il caso della paziente taccheggiatrice compulsiva che in periodo natalizio rischiava di essere sopraffatta dalle proprie pulsioni:

“Cosa posso fare per aiutarla adesso?” chiesi. “Come la si può aiutare a superare la sensazione di essere povera?” “Potrebbe cominciare col darmi dei soldi” disse maliziosamente. Subito tirai fuori il portafogli e le diedi cinquanta dollari in una busta, con le istruzioni di prelevare ogni volta il valore corrispondente all’oggetto che stava per rubare. In altre parole, avrebbe derubato me, piuttosto che il negoziante. L’intervento le permise di troncare di netto la follia compulsiva che aveva preso il controllo di lei, e un mese dopo mi restituì i cinquanta dollari. Da quel momento facemmo riferimento all’episodio ogni volta che utilizzava la razionalizzazione della povertà.

Riconosco in questo modo di affrontare i momenti critici della terapia quello che in alcuni miei scritti ho chiamato lo “psicodramma in seduta”, cioè, in un certo senso, la trasformazione dello scambio verbale in evento teatrale e la capacità di parlare lo stesso linguaggio agito parlato dalla nevrosi del paziente, in modo da usare la coscienza primaria, tutt’uno con le emozioni, per coinvolgere nella terapia quelle parti dissociate di sé (quel mister Hyde) che in nessun altro modo potrebbe esserne contagiato.[1]

L’altro argomento sul quale vorrei porre l’attenzione è quello affrontato da Yalom nei capitoli 26, 27, 28 e 29: si tratta di una questione niente affatto secondaria in ambito di psicoanalisi relazionale, anzi di una questione molto dibattuta negli ultimi anni, la cosiddetta selfdisclosure o autosvelamento del terapeuta.

“È controproducente che il terapeuta rimanga opaco e nascosto al paziente. Ci sono tutte le buone ragioni per rivelarsi al paziente e nessuna buona ragione per nascondersi”, afferma Yalom in apertura del discorso. A ciò tuttavia fanno seguito alcune importanti precisazioni. Anzitutto Yalom divide l’argomento in tre ambiti che riguardano, rispettivamente, il meccanismo della terapia, i sentimenti del qui e ora e la vita personale del terapeuta.

Per quanto riguarda il primo punto, Yalom raccomanda un’apertura totale. Cita il grande inquisitore dei Fratelli Karamazov, il quale affermava che gli uomini hanno sempre voluto “magia, mistero e autorità”, per rivendicare la posizione diametralmente opposta: “La psicoterapia è intrinsecamente così forte che ha soltanto da guadagnare da una completa trasparenza del processo e della base logica della cura”. In altri termini, Yalom istruisce i pazienti e li introduce apertamente all’utilizzo del proprio metodo.

Per quanto riguarda l’apertura nel qui ed ora, egli consiglia di essere prudenti: aperti, ma solo quando ciò risulti utile, nell’interesse del paziente.

Un paziente abitualmente descriveva episodi problematici della sua vita, ma raramente mi raccontava il seguito. Spesso mi sentivo tagliato fuori ed ero curioso… Forse sentiva di non essere importante per me. Forse pensava a me come a una macchina senza curiosità e desideri. Alla fine ho discusso tutte queste sensazioni e congetture e la mia apertura lo ha portato a rivelare che preferiva pensare che io non fossi una persona reale, per il timore di scoprire le mie mancanze e di conseguenza perdere fiducia in me.

Venendo infine alla vita personale del terapeuta, Yalom dice che non ha mai avuto bisogno di rivelare molto di sé, per quanto condividere alcune sue sfaccettature sia spesso risultato molto utile.

Se i pazienti vogliono sapere se sono sposato, se ho figli, se mi è piaciuto un certo film, se ho letto un determinato libro o se mi sono sentito a disagio incontrandoli durante un evento sociale, rispondo sempre in modo diretto. Perché no? Qual è il problema? Com’è possibile avere un incontro autentico con un’altra persona rimanendo sempre indefiniti?

Riguardo a un paziente che lo aveva criticato per avere usato un ristorante di lusso come indicazione per arrivare allo studio, gli rispose candidamente così:

“Be’ Bob, ha ragione! Avrei potuto dire: volti a destra alla bancarella di tacos… sono sicuro che preferisco associare me stesso con un ristorante più raffinato”… solo dopo esserci tolti di mezzo il problema con la mia ammissione potemmo dedicarci all’importante questione di esplorare il suo desiderio di mettermi in imbarazzo.

 

Bibliografia

When Nietzsche Wept, 1992; E Nietzsche pianse (Rizzoli, 1993), Le lacrime di Nietzsche (Neri Pozza, 2006)

Sul lettino di Freud (Lying on the Couch, 1996) (Neri Pozza, 2015)

Il senso della vita (Momma and the meaning of life, 1999) (Neri Pozza, 2016)

La cura Schopenhauer (The Schopenhauer Cure, 2005) (Neri Pozza, 2005)

Il problema Spinoza (The Spinoza Problem, 2012) (Neri Pozza, 2012)

Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo (con Molyn Leszcz) (The Theory and Practice of Group Psychotherapy, 1970) (Bollati Boringhieri, 2009)

Every Day Gets a Little Closer, 1974

Existential Psychotherapy, 1980

Inpatient Group Psychotherapy, 1983

Love’s Executioner and Other Tales of Psychotherapy, 1989, Guarire d’amore, Rizzoli, Milano 1990, Nuova Ed. Guarire d’amore. Storie di psicoterapia, Raffaello Cortina Editore, 2015

The Yalom Reader, 1998

Il dono della terapia (The Gift of Therapy: An Open Letter to a New Generation of Therapists and Their Patients, 2001) Neri Pozza, 2014

Fissando il sole (Staring at the Sun: Overcoming the Terror of Death, 2008) (Neri Pozza, 2017)

[1] Lorenzini A. (2006). La crisi necessaria. Ricerca Psicoanalitica, 1/2006: 89-112. Lorenzini A. (2015b); Lo psicodramma in seduta. Ricerca Psicoanalitica, 3/2016: 41-56.

 

 

 

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