N. 10 - Gennaio 2005
I MODI DEL FARE (Esperienze del lavoro terapeutico):
I Centri di Informazione e Consulenza (C.I.C.) nella scuola.
Alle ragazze e al ragazzo della 2BP
del Liceo Pedagogico "Montale".
Quando mi è stato chiesto di scrivere sui Centri di Informazione
e Consulenza in una pubblicazione che idealmente si collega all’esperienza
della Scuola di Barbiana, ho provato un istintivo piacere, il piacere di ripercorrere
esperienze che , a mio avviso, hanno un comune filo conduttore, quello di
fare andare a scuola tutti i ragazzi per garantire uguali possibilità
a tutti. - A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina
presto fino a buio, estate e inverno, Nessuno era “ negato per gli studi”.-
( “Lettera a una professoressa” pagina 11).
Oggi forse nessun insegnante direbbe che un ragazzo o una ragazza è
“negato per gli studi” , oggi i tempi di istruzione obbligatoria
si sono allungati ed il problema della dispersione scolastica è all’ordine
del giorno di tutte le agende di tutte le scuole eppure tanti ragazzi abbandonano
la scuola o la frequentano con il solo obiettivo di assolvere l’obbligo
scolastico. Oggi, forse, c’è chi pensa che qualcuno “è
negato per la scuola” ?
Affermazioni di questo tipo, sia che vengano esplicitate sia che vengano anche
solo pensate, non sono meno gravi di quelle della simbolica professoressa
del libro. Se la scuola negli anni ’60 rappresentava la più concreta
possibilità di dare a tutti le stesse opportunità dal punto
di vista dell’istruzione, oggi la scuola significa molto di più:
è, o dovrebbe essere, il luogo ed il tempo dell’accoglienza in
cui si offrono formazione ed educazione nel senso più alto del termine,
a tutti i cittadini perchè abbiano davvero la possibilità di
svilupparsi al meglio delle proprie potenzialità.
Se, da un lato, i mezzi di informazione, primi fra tutti la televisione,
hanno portato una sorta di eguaglianza culturale in tutte le case, abbattendo
molte delle differenze che una volta c’erano tra il figlio del dottore,
il Pierino della “Lettera a una professoressa“
degli allievi della scuola di Barbiana, e chi invece proveniva da famiglie
che non erano in grado di sostenere l’apprendimento scolastico dei figli,
da un altro tutti i ragazzi o, almeno, la maggioranza dei ragazzi, proprio
perchè condividono una uguaglianza di vita, molte ore passate fuori
casa, genitori entrambi lavoratori, amicizie sparse sul territorio e quindi
spesso sconosciute alle famiglie e molto altro, proprio per questa serie di
“uguaglianze” che, di fatto, li portano ad avere punti di riferimento
labili e scarsità di possibilità di aggregarsi sotto la guida
di un adulto, possono trovare nella scuola, per un lungo periodo della loro
vita, l’unico luogo di aggregazione che tutti li accomuna e che dà
a noi adulti la possibilità di incontrarli insieme ad altri ragazzi
e di sostenerli nel loro percorso di crescita umana e culturale.
Incontrarli è, per noi adulti desiderosi di contribuire a vario titolo
alla loro crescita-maturazione, un’opportunità preziosa che non
dovremmo permetterci di sprecare
Senza nulla voler levare all’importanza della famiglia, dobbiamo essere
consapevoli che la scuola ha tempi e luoghi di incontro dei ragazzi da soli
ed in gruppo, che meritano di essere considerati come una insostituibile risorsa
educativa.
La rilettura della “Lettera ad una professoressa” mi ha portata
a vedere quanta strada è stata fatta dall’istituzione scolastica
dagli anni ‘60 ad ora, quanta maggiore uguaglianza di opportunità
è stata garantita in questi ultimi decenni a tutti e, allo stesso tempo,
mi ha portata a valutare quante nuove disuguaglianze si sono create tra la
popolazione giovanile.
Primo fra tutti, oggi siamo un paese di immigrati, cosa forse impensabile
negli anni dell’ esperienza di Barbiana. Oggi siamo noi che accogliamo
famiglie di emigrati che mandano i loro figli a scuola. A volte, nell’incontro
con alcuni di questi ragazzi che vengono al Centro di Ascolto e Consulenza
in cui lavoro come psicologa, mi è venuto da pensare che non sembriamo
pronti a comprendere che noi siamo tutti, da alcuni punti di vista, “figli
del dottore” per questi ragazzi che hanno esperienze per noi difficilmente
immaginabili. Qualcuno di loro è stato affidato a parenti per anni
prima di potersi ricongiungere alla famiglia già trasferita in Italia,
a volte sono combattuti tra due culture che riescono a fatica a fare convivere
e portano con sé un senso di grande solitudine: non sono già
più come i loro genitori e, allo stesso tempo, non si sentono come
i ragazzi che incontrano e che frequentano nel loro nuovo Paese; a volte,
proprio come qualche figlio di contadino di alcuni decenni fa, vivono la scuola
come una grande opportunità che li espone alle aspettative non solo
dei familiari stretti ma a quelle di tutto il gruppo di persone che fa parte
del loro ambiente.
Che cosa possiamo imparare dall’esperienza di Barbiana e fare nostro
davanti a queste nuove disuguaglianze?
E ancora, ora che per possibilità culturali siamo un po’ tutti
“figli del dottore”, davvero questo ci rende più uguali,
più in grado di imparare nella scuola così come è?
Purtroppo le differenze sono di altro tipo: c’è chi vive con
fatica la condizione di figlio di separati, c’è chi vive con
sgomento in famiglie in cui la coppia di fatto c’è ma non riesce
ad assumere atteggiamenti coerenti per i figli; c’è chi si divide
tra più famiglie senza riuscire a definire con chiarezza i propri punti
di riferimento, c’è chi arriva segnato dall’esperienza
della tossicodipendenza di un genitore quando non di tutti e due, c’è
chi manda segnali del proprio malessere e questi segnali non vede accolti
in nessun modo.
Queste sono alcune delle nuove disuguaglianze con cui la scuola non puo’
fare a meno di confrontarsi.
Mi chiedo se la scuola è pronta ad affrontare tutto questo. Forse
no e non è detto che questo sia in assoluto negativo.
I fenomeni con cui ci dobbiamo confrontare sono così mutevoli e veloci
che forse non ci dobbiamo augurare né una scuola né altri tipi
di istituzione con la risposta pronta per ogni nuovo ”problema”
, forse dobbiamo più semplicemente chiederci come prepararci ad affrontare
una complessità mutevole come è quella della sfida di ragazzi
che cambiano più velocemente di quanto cambiassimo noi alla loro età,
rimanendo pur sempre esseri umani con bisogni fondamentali uguali a quelli
che noi avevamo alla loro età.
In questi anni sono state fatte molte esperienze nelle scuole della provincia
di Pisa. Cominciate nel 1989, precedendo la Legge sulla Prevenzione delle
Tossicodipendenze (legge 162, 1990), sono tutt’ora in corso varie sperimentazioni,
spesso su piccoli numeri di studenti, su poche classi, ma non per questo meno
significative visto l’impatto che hanno sugli insegnanti che le curano
e sugli alunni a cui vengono proposte.
All’interno della cornice della legge 162, c’è stata anche
l’istituzione nelle scuole medie superiori dei Centri di Informazione
e Consulenza (C.I.C.).
Il mio rapporto con i C.I.C. mi ha dato la possibilità di vederli da
varie angolazioni: quando lavoravo come insegnante in una scuola media superiore
ho collaborato alla creazione del C.I.C. in quella scuola e ci ho lavorato
come insegnante che dà “ascolto e informazioni”; contemporaneamente
ho lavorato come formatrice in corsi di formazione per insegnanti che già
lavoravano nei C.I.C. o che si preparavano a farlo e questa è un’attività
a cui continuo a dedicarmi anche ora che non insegno più; da sei anni
lavoro come psicologa nel C.I.C. di una scuola media superiore che è
aperto a studenti, insegnanti e genitori degli studenti.
A distanza di parecchi anni dalla Legge 162 del ‘90, continuo a credere
nei C.I.C..
C’è stato bisogno di una numerosa serie di circolari applicative
(C.M. 270 del 15/10 ’90, C.M. 66 del 14/3 ’91, C.M. 47 del 20/2
’92, C.M. 362 del 22/12 ’92, C.M. 120 del1994) che di volta in
volta hanno cercato di precisare con sempre maggiore accuratezza che cosa
si intendesse con la sigla C.I.C. e quale fosse il ruolo degli insegnanti
in questi centri,
I C.I.C. rappresentano una grossa scommessa nella scuola italiana e confermano
la necessità di essere con gli studenti anche per problemi diversi
da quelli esplicitamente legati al rendimento scolastico.
L’ipotesi di C.I.C. che ho in mente è quella di un luogo dove
due persone si incontrano; una chiedendo di essere accolta ed ascoltata, l’altra
desiderosa di offrire autenticità, rispetto ed ascolto.
Non il luogo, quindi, dove si risolvono i problemi ma il luogo dove ci si
prende cura della persona dello studente che porta con sé, tra l’altro,
un problema.
A questa persona non offriremo soluzioni, suggerimenti, ma attenzione, tempo
, disponibilità, fiducia nelle sue capacità di maturazione.
Stabiliremo, cioè, una relazione di aiuto in cui un individuo adulto,
l’insegnante in questo caso, promuove la crescita di un giovane , lo
studente.
Cercheremo di aiutare la persona che si rivolge al C.I.C. a trarre da sé
le sue potenzialità non facendo altro che dare un senso più
completo al ruolo di insegnante- educatore.
Questa è, a mio avviso, la straordinaria novità che emerge dall’istituzione
dei C.I.C.
Si riconosce alla scuola e si riconosce agli insegnanti il diritto –dovere
di guardare alla persona dello studente, di non vedere solo i risultati, di
non avere cura solo dello stile di apprendimento ma di dare spazio alla persona
che entra a scuola con il carico della sua esperienza di vita.
Molti hanno obiettato che i buoni insegnanti hanno sempre guardato la persona
nella sua totalità; so bene che da sempre molti insegnanti hanno svolto
questa funzione in modo informale, ma il C.I.C. è qualcosa di diverso.
Riconosce il bisogno degli studenti, lo abilita come diritto, dà delle
risposte professionali, cose che sono ben diverse dalla buona volontà,
dal buon senso e dalla improvvisazione.
Se i C.I.C. non fossero stati altro che la benedizione di qualcosa che già
esisteva nella scuola, non avrebbero suscitato l’intenso dibattito che
c’è stato e che ancora adesso fa, positivamente , discutere.
Riconoscere alla persona studente il diritto di portare a suola tutto se stesso,
significa chiedere a tutto il corpo docente di dare attenzione a quelle persone.
Se gli insegnanti che scelgono di offrire ascolto e informazioni nei C.I.C.
sono pochi, nessuno è esentato dal guardare i ragazzi come un tutt’uno
di corpo, mente e psiche, in un’ottica olistica: questa è la
novità.
Una critica che viene mossa agli insegnanti che lavorano nei C.I.C. è
di adottare criteri di valutazione diversi a seconda della conoscenza che
hanno del vissuto di uno studente. Chi va al C.I.C. è conosciuto, ha
la possibilità di spiegare le sue ragioni, la sua sofferenza e proprio
per questo potrebbe essere avvantaggiato in sede di valutazione. La prima
cosa che mi viene da dire è, senza dubbio, provocatoria: il problema
è che questo avvenga o che questo tocchi solo a qualcuno?
Non dovrebbe essere diritto di tutti gli studenti esprimere il proprio vissuto
e cercare di collegarlo ad eventuali difficoltà di applicazione, concentrazione,
motivazione, apprendimento?
La seconda cosa che desidero aggiungere è: siamo sicuri che sia una
difficoltà dello studente quella di non riuscire a separare il proprio
vissuto emozionale dal rendimento scolastico oppure è una difficoltà
dell’insegnante non riuscire ad accogliere la persona senza che questo
si trasformi in una difficoltà a valutare il rendimento dello studente?
Credo , inoltre, che ci siano casi in cui è opportuno che la valutazione
del rendimento tenga conto della difficoltà che un determinato studente
sta vivendo. Per provare ad esemplificare: se ritengo che uno studente verosimilmente
abbandonerà la scuola in caso di bocciatura, devo tenerne conto in
sede di valutazione? Io credo di si.
Poi posso chiedermi come aiutare questo ragazzo a fare scelte più costruttive
in avvenire, ma non credo di dovere rischiare di perderlo per la scuola. Questo
ha senso in un’ottica di scuola “centrata sullo studente”,
che ha come finalità ultima quella di fare l’interesse dello
studente nel senso più ampio e più completo del termine.
Il problema che vedo non è che ho potuto ipotizzare il rischio di abbandono
scolastico nel C.I.C., ma che, purtroppo, non si riesce a fare valutazioni
altrettanto accurate di tutti gli studenti, anche di quelli che non frequentano
il C.I.C., per mancanza di tempo, perché le classi sono numerose, perché
ci sono i programmi da finire, perché quando si è concentrati
sulla spiegazione, sulla interrogazione,sulla valutazione è davvero
difficile guardare le singole persone degli studenti di una classe e dare
loro lo spazio per esprimersi quel tanto che permetta ad un insegnante di
comprendere.
Credo che il problema ancora insoluto sia che l’istituzione dei C.I.C.
nella scuola non è stata accompagnata da un’offerta formativa
seria per gli insegnanti che hanno dato la loro disponibilità a lavorarci
e per gli altri che, pure non partecipando in prima persona, sono, come insegnanti
della scuola, parte in causa di un comune progetto educativo.
Se, infatti, i C.I.C. devono esserci, se degli insegnanti devono fornire informazioni
ed ascolto su problemi di tipo scolastico ma anche relazionale ed affettivo,
senza offrire la consulenza psicologica che è deputata a personale
esterno alla scuola, è evidente che gli insegnanti devono acquisire,
ancora una volta, delle abilità e competenze che il tradizionale ruolo
di insegnante non contemplava o non riteneva specifiche ed indispensabili.
Credo che un servizio di consulenza agli studenti, che sia di ascolto, di
informazione, o di counseling, costituisca la più grossa novità
che sia stata prodotta negli ultimi anni dalla scuola.
Costituisce un ammettere esplicitamente che la scuola non può e non
deve occuparsi solo di apprendimento legato alle discipline, significa riconoscere
dignità ai bisogni dei ragazzi. E’ una disponibilità concreta
ed istituzionalizzata del mondo adulto nei confronti dei giovani che , in
questo caso, sono studenti.
Questa istituzionalizzazione, però, è in qualche modo parziale.
Si è ritenuto che gli insegnanti fossero, in quanto tali, pronti alle
nuove richieste della istituzione . Nel corso di questi anni ho avuto modo
di osservare le difficoltà e le resistenze di molti di loro, anche
di quelli con un autentico desiderio di cambiamento sia dell’istituzione
che di se stessi. Non è facile, infatti, cambiare se stessi, è
molto più tranquillizzante pensare che normative diverse, incentivazioni
diverse, esperti esterni possano portare nella scuola il cambiamento fondamentale
che è richiesto dalla società.
Il C.I.C. ci deve essere per legge ma non esiste nessun criterio per la selezione
degli insegnanti che dichiarano la loro disponibilità a lavorarci;
non esiste nessuna richiesta di formazione obbligatoria nei loro confronti;
non esiste nessuna richiesta di verifica del lavoro svolto ma solo una verifica
di tipo burocratico; non esiste nessun avanzamento di carriera per chi svolge
questo o altri servizi che pure richiedono una professionalità che
supera quella dell’insegnante che svolge i suoi compiti di esperto in
una disciplina.
Un cambiamento così grande e sostanziale nella scuola non è
assistito, è lasciato nelle mani di insegnanti particolarmente motivati
che, per disponibilità personale , scelgono di offrire questo servizio.
Credo, invece, che queste persone abbiano bisogno di essere sostenute.
Come dare questo sostegno va visto di volta in volta perché le situazioni
sono quanto mai diversificate e così pure i bisogni e le aspettative,
Solo fornendo questo tipo di aiuto sarà possibile fare davvero esistere
i C.I.C. all’interno delle scuole per non rischiare che diventino una
sigla a cui non corrisponde niente o a cui corrisponde, al massimo, l’ingresso
ufficiale di esperti esterni che possono portare il loro utile contributo
ma che rischiano di lasciare la scuola esattamente come l’hanno trovata
al loro arrivo.
Al di là dei C.I.C., credo che solo un cambiamento delle persone che
lavorano nella scuola e che scelgono come programmare, come porsi in relazione
tutte le mattine con gli studenti, come dialogare con le famiglie, come verificare
il proprio operato, possa cambiare l’istituzione.
E’ necessario un cambiamento che parta dal basso ma che abbia radici,
radici profonde che diano le garanzie che solo un cambiamento personale può
portare.
La mia esperienza mi porta a dire che nella scuola ci sono molti insegnanti
che, con difficoltà e nelle difficoltà, scelgono tutti i giorni
di mettere in discussione se stessi oltre che gli studenti. Per quanto frustrante
è facile dire “la classe non va”, è facile dire
“gli studenti non studiano, non sono corretti, non si rispettano, non
si ascoltano”: è facile trovare ragioni esterne a noi stessi.
E’ molto più difficile chiedersi che responsabilità personale
ognuno ha nei risultati didattici ed educativi di un singolo alunno o di un
intero gruppo classe. Solo partendo da un’analisi di questo tipo, solo
chiedendo a noi stessi “come sto vivendo questa situazione, quello che
provo che cosa dice di me?” possiamo aprire davanti a noi la possibilità
di recuperare il nostro potere personale per cercare di ottenere quello che
vogliamo. Finchè lasciamo che i problemi siano esterni a noi stessi
ci priviamo di questa risorsa preziosa ed insostituibile che è il nostro
potere personale.
Nella scuola per la maggior parte del tempo non c’è una relazione
uno ad uno, ci sono tanti insegnanti e molti studenti che entrano in relazione
tra di loro. Un gruppo di insegnanti, quelli appartenenti ad un Consiglio
di Classe, ha , tra i suoi obiettivi, quello della crescita umana, oltre che
culturale e sociale, degli studenti di una classe.
Il rapporto diventa, nel C.I.C. un rapporto “uno ad uno” ma l’obiettivo
non è, né può essere, di ristrutturazione di personalità.
Consapevole che l’insegnante non è un terapeuta e che lo studente
non è un cliente ma l’utente di un servizio, quello scolastico,
di raggio molto più ampio del Centro di Informazione e Consulenza ,
ritengo importante promuovere quello che Carl Rogers ha scoperto e diffuso:
tre delle sei condizioni necessarie e sufficienti alla crescita in campo psicoterapeutico
(la congruenza, l’accettazione positiva incondizionata e l’ascolto
empatico) sono fondamentali in tutte le situazioni in cui si vuole promuovere
la crescita di un individuo.
Cosa è la scuola se non uno dei luoghi specificamente deputati a questo
scopo?
Il C.I.C. nella scuola diventa , perciò , una delle opportunità
in campo scolastico in cui mettere in atto queste condizioni per accogliere
la richiesta di ascolto degli studenti, il luogo in cui instaurare un rapporto
“da persona a persona” e in cui promuovere la riflessione dello
studente su di sé con il fine di accompagnarlo nel suo processo di
maturazione e di raggiugimento dell’autonomia.
Il colloquio individuale è un’occasione preziosa per il raggiungimento
di questa finalità. E’ per questo che è molto importante
che lo studente che si rivolge al C.I.C. trovi ad accoglierlo un insegnante
non solo motivato all’ascolto ma anche capace di dare un ascolto rispettoso
che manifesti quella che Carl Rogers chiama “accettazione positiva incondizionata”.
E’ abbastanza facile rispettare gli altri quando le loro opinioni collimano
o somigliano alle nostre, è abbastanza facile restare sereni se l’argomento
di dibattito è relativamente importante per noi, è più
difficile se il tema in discussione è molto sentito e le opinioni sono
diverse.
L’accettazione di cui Rogers parla non è riferita ai comportamenti
ma ai sentimenti della persona; con ciò si intende che anche un comportamento
che non approvo non mi fa sentire in diritto di giudicare la persona che mi
sta davanti. So quanto questo sia difficile in tutti i contesti della nostra
vita e, forse, ancora di più nel contesto scolastico dove la valutazione,
la necessità di farlo , fa parte del ruolo docente. Questa è
proprio una delle contraddizioni in cui si dibatte l’insegnante e, in
particolare, quello che offre ascolto nel C.I.C.: come posso separare la disapprovazione
per un comportamento dalla possibilità comunque di accettare questo
ragazzo “in modo incondizionato”? Credo che una approfondita riflessione
su questo sia fondamentale perché il giudizio non aiuta a crescere,
il giudizio può umiliare, può fare scattare comportamenti difensivi,
può sortire qualche effetto immediato legato alla paura del giudizio
stesso ma non promuove la crescita personale.
L’altra condizione che Rogers propone come indispensabile è l’empatia,
la capacità di ascoltare l’altro cercando di vedere il mondo
dal suo punto di vista senza mai perdere la qualità del “come
se fossimo l’altro” perché l’empatia è cosa
ben diversa dalla identificazione.La possibilità di ascoltare un ragazzo
è un’occasione così delicata e significativa che non può
essere sciupata spostando il problema dallo studente all’insegnante,
dai valori dello studente ai valori dell’insegnante, dall’esperienza
dello studente a quella dell’insegnante.
Ecco perché la riflessione sull’importanza di distinguere il
“mio vissuto” dal “tuo” mi sembra fondamentale come
parte del percorso di formazione che un insegnante che sceglie di ascoltare
gli studenti nel C.I.C. deve fare. Ci sono persone naturalmente empatiche,
chi di noi ha la fortuna di incontrarne una la riconosce subito, è
quella persona che ci fa sentire capiti, profondamente compresi. E non è
forse di questo che tante volte abbiamo fame? Qualcuno che comprenda che cosa
ci sta accadendo e che attraverso l’ascolto ci aiuti a chiarirci le
idee non necessariamente per sostituirle con altre ma per superare lo sgomento
che si prova quando si soffre e non si è in grado di definire chiaramente
nemmeno con noi stessi quale è il vero problema. L’empatia, che
può essere una dote naturale può essere migliorata per diventare
più accurata e, soprattutto, è una capacità che può
essere appresa perché diventi un modo di essere.
Ultima per ordine, ma prima per importanza, la congruenza, la capacità
di essere in contatto con noi stessi. Come posso ascoltare in un C.I.C. o
in un’altra situazione in cui c’è bisogno di ascoltare
un altro essere umano se non sono capace di ascoltare me stesso?
Chi ascol.ta deve essere capace di sentire “ho paura di questa situazione”,
“la mia attenzione è altrove in questo momento”, “
ho problemi personali che mi distolgono da chi mi sta di fronte in questo
momento”, “ mi ritrovo in questa ragazza che mi sta parlando e
non riesco a vederla senza identificarmi”,
Essere consapevole dei propri sentimenti e pensieri non significa certo comunicarli
necessariamnete all’altro. Esserne consapevoli vuol dire non rischiare
di attribuire all’altro quello che è nostro, oppure, se si sceglie
di comunicarli e di essere “ autentici e trasparenti” , lo si
fa assumendosene la responsabilità, tenendo conto e dichiarando che
quello che sentiamo, pensiamo e diciamo appartiene a chi lo dice e non necessariamente
alla persona che ha suscitato quelle emozioni e quei pensieri.
Questa metodologia può essere appresa se c’è una motivazione
perché, come ogni insegnante sa, non c’è apprendimento
significativo e duraturo se non c’è motivazione.
Prima di concludere, vorrei tornare idealmente a Barbiana.
Quello che mi ha maggiormente colpita nella rilettura libro è il risentimento
degli autori per una istituzione scolastica che sembrava ignorare i loro legittimi
bisogni e tutto il buono che c’era in loro, il risentimento per una
scuola autoreferenziale che è una scuola che vive “fine a se
stessa” ( “Lettera a una professoressa” pagina 24).
Credo che il C.I.C. sia una risorsa non solo per i ragazzi ma anche per gli
insegnanti. E’ un’opportunità di essere in contatto con
una realtà più profonda degli alunni che frequentano la scuola
ed è indispensabile conoscere queste persone- studenti se non si vuole
correre il rischio di fare esistere una scuola fine a se stessa non solo sul
piano dei contenuti, che sono molto più complessi da cambiare in tempi
utili rispetto al cambiamento del mondo che ci circonda, ma anche sul piano
educativo.
Che cosa pensano, che cosa sognano, che cosa aborrono, che cosa desiderano,
che cosa ne fanno delle loro emozioni? Certo, tutto questo potrebbe emergere
“nell’ordinarietà della vita scolastica” come recitano
alcune delle Circolari Ministeriali citate, ma chiunque insegna sa che è
un’aspettativa molto alta perché nel gruppo classe troppo spesso
non è facile conoscere veramente le persone. Le dinamiche di gruppo
spesso confondono, più che chiarire, chi sono i ragazzi al di là
dei banchi. Nel C.I.C. si ha la possibilità di instaurare con loro
un dialogo significativo e di portare in classe un tipo di competenze legato
all’ascolto dell’altro che necessita di una formazione specifica.
Credo che se “la professoressa” del libro avesse ascoltato con
rispetto ed interesse, avrebbe avuto la possibilità di dare molto di
più ed anche di ricevere molto di più.
Psicoterapia di consultazione, Carl R. Rogers. Casa Editrice Astrolabio.
Terapia Centrata sul Cliente, Carl R. Rogers. La Nuova Italia.
Un modo di essere, Carl R. Rogers. Martinelli & C. s.a.s.
Counselling consapevole, Pete Sanders. Edizioni La Meridiana.
