Script riflessioni - i campi della soggettività - Rivista Online

N. 11 - Luglio 2005

CARL ROGERS contemporaneo.
Prefazione

Anche questa è una nuova rubrica, che mette al centro della riflessione la "contemporaneità" dell'opera di Carl Rogers, nel senso del valore culturale e terapeutico delle convinzioni di Rogers e di coloro che si sono riconosciuti nelle sue scoperte ed innovazioni.
Ci piace cominciare con uno scritto di Anna Gagliardi, formatrice dello IACP (Istituto per l'Approccio Centrato sulla Persona, l'istituzione rogersiana in Italia), scomparsa nel 2003. Chi scrive questa breve nota introduttiva lo fa con dolore con piacere al tempo stesso, dal momento che ha conosciuto e frequentato per lunghi anni Anna Gagliardi, traendone un calmo e profondo insegnamento, trasformato ora in serena tristezza, nel ricordo di quanto rimane di questa scomparsa.
Alberto Zucconi non ha bisogno di presentazioni, è il direttore dello IACP, allievo di Rogers, animatore della vita dell'Istituto e impegnato nella diffusione degli assunti rogersiani in Italia e all'estero. Il suo scritto è un ricordo, al momento della morte, dell'amica Anna.
L'articolo "La diagnosi" è stato pubblicato nella rivista di studi rogersiani "Da Persona a Persona", nel numero dell'Ottobre 2003.

Ricordo di Anna Gagliardi

Alberto Zucconi

Anna Gagliardi, psicologa e psicoterapeuta, decana dello staff dell'Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona (IACP), socio fondatore dell'Associazione Centrata sulla Persona, direttrice dell'IACP di Napoli, deceduta a Roma il 18 luglio 2003.
Le summenzionate informazioni non sono capaci di comunicare l'essenza della persona e della professionista e le ragioni per cui il suo modo di essere ha così impattato la vita dei colleghi ed degli allievi del nostro istituto. Per chi la conosceva era semplicemente e meravigliosamente Anna.
Anna, Anna delle meraviglie, capace di suscitare un impatto profondo su chiunque aveva modo di conoscerla. Quello che la rendeva speciale era la sua maniera di essere: saggia nella sua semplicità, profonda nella sua apertura, accogliente e calorosa, umile ed autorevole allo stesso tempo.
Le persone la cercavano come dopo una faticosa ascensione si cerca l'acqua limpida in un ruscello di montagna.
Quando ho comunicai la notizia della sua morte ai portieri dell'Albergo in cui alloggiava durante i suoi soggiorni a Roma, ai due attempati signori sono venute le lacrime agli occhi.
Anna sapeva come accogliere una persona e come metterla in contatto con le diverse parti del proprio sé e trovare il coraggio di onorare la propria umanità.
Anna con la sua bottega delle meraviglie, più che un esercizio, un invito ad entrare in una narrativa che dava alle persone una opportunità per entrare in contatto con quello che è più vero in noi per potere nutrire genuino rispetto per sé e gli altri.
Anna che raccontava la favola del pesciolino Guizzino, che esortava tutti i pesciolini ad essere uniti, sapendo bene che solo l'unione dona la forza: In tal modo ci aiutava a collaborare fattivamente per il raggiungimento dello scopo comune.
Anna con il suo carisma, con la sua fiducia in tutti gli essere umani, che le permetteva di attrarre ed accogliere nei suoi corsi le persone della Napoli bene assieme ai diseredati e agli ex-tossicodipendenti per far crescere in tutti l'autoconsapevolezza e il rispetto di sé e degli altri.
Anna cara, ci manchi così tanto, continueremo il nostro lavoro, il tuo lavoro, e forse, grazie al tuo esempio, con ancor maggiore significato ed umanità.

Alberto Zucconi - Presidente IACP

E-mail: azucconi@iacp.it

Per onorare la memoria di Anna e continuare la sua opera, è stato creato Il Centro Studi Anna Gagliardi ed il Fondo Borse di Studio Anna Gagliardi per i corsi da lei creati a Napoli.

La diagnosi

di Anna Gagliardi Iorio

Termini come: diagnosi, transfert, controtransfert, meccanismi di difesa, resistenza, ecc…, sono ancora oggi considerati, da alcuni rogersiani "ortodossi" (Shlien 1982) minacciosi per l'integrità dell'approccio: Il mio intento è quello di esporre come sia possibile, senza venir meno all'ortodossia e senza farsi influenzare dal significato simbolico, culturale e storico che la parola "diagnosi" contiene, anche per un rogersiano ortodosso, darne la propria interpretazione e la propria spiegazione alla luce della sua esperienza nella pratica terapeutica.
Nell'ultimo ventennio molte critiche sono state rivolte alle discipline psicodiagnostiche, specialmente da parte della psicologia umanistica (Weimer, 1973; Breger in Korchin, 1976) he accusava la "diagnosi" di ridurre una persona al suo sintomo e di negarla nella sua totalità di persona umana, fata cioè di componenti psicofisiologiche e organiche, ma anche emotive e cognitive (culturali, ambientali, ecc…). E' vero, infatti, che la diagnosi viene spesso usata per etichettare e/o stigmatizzare una condizione (magari transitoria e funzionale a una certa situazione per un certo individuo) che viene così resa definitiva dalla diagnosi stessa. Ma è proprio questo uso deumanizzante della diagnosi che ne ha determinato il rifiuto netto da parte di coloro che avevano o hanno come assunto di base il riconoscimento dell'individuo come "persona umana".
Nell'accettazione corrente la parola diagnosi (da greco dia a gnosis, "conoscenza attraverso") sta a significare il riconoscimento da parte del medico di tutti quei sintomi che distinguono una malattia dall'altra (Dizionario Medico Larousse, III ed.). Questo presuppone: 1) che ci sia un individuo malato, 2) che ci sia un individuo da curare, 3) che ci sia una prescrizione e/o somministrazione di cui si fa carico il medico. E' chiaro che in questa ottica il cliente viene completamente ridotto ad un "oggetto", l'oggetto di studio, diagnosi e cura.
Ritornando invece al significato lessicale della parola diagnosi "conoscere attraverso", vediamo come questa conoscenza può non essere ridotta alla sola competenza del medico o dello psicologo, ma la si può estendere al "Paziente" che, proprio attraverso la totale conoscenza di sé, non solo delle sue parti malate, ma anche di quelle "sane", attraverso cioè la conoscenza del suo funzionamento, può intraprendere il suo viaggio e definirne le mete.
Parlo di una diagnosi fata di concerto tra il terapeuta e il cliente, dove il potere decisionale non è demandato all' "esperto", ma è trasferito all'interno della relazione terapeutica. La diagnosi diventa così non solo la premessa ad una eventuale "cura", ma una serie di momenti che sono già il processo terapeutico. Usando una metafora, è un po' come definire un itinerario di viaggio sapendo dove si parte e dove si vuole andare.
Sostituire quindi alla vecchia accezione diagnostica, etichettante e statica, un nuovo criterio diagnostico, quello dinamico, che terrà conto momento per momento del percorso e delle tappe che una persona ha compiuto e compie durante il suo processo evolutivo. Scegliere di fermarsi in una stazione e di sostarvi il tempo che si vuole è una scelta che può cambiare; etichettandola la definiamo, negandole il carattere di transitorietà e identificando la persona con la scelta che ha fatto in quel momento.

E' necessario però che ci sia un'osservazione clinica, non fortuita e improvvisata che, tenendo sempre presente la psicodinamica dell'individuo, abbia un percorso preciso e non tralasci le caratteristiche della struttura della personalità.
Analizzare la struttura e il funzionamento della personalità è fare diagnosi, ma nel senso di identificare gli elementi disfunzionali della esperienza del cliente, perché questi possa scegliere il cambiamento e l'obiettivo del suo cambiamento. In questo modo la diagnosi da descrittiva diventa di tipo decisionale e coinvolge due persone: il terapeuta e il cliente.
Uno dei compiti del terapeuta (compito che risolve principalmente con l'empatia, la congruenza e l'accettazione positiva incondizionata) è quello di facilitare il cliente ad esprimersi liberamente e spontaneamente nella descrizione che fa di sé e degli eventi della sua vita, permettendogli, senza influenzarlo, di contestualizzare nelle giuste aree gli elementi della sua "esperienza".
L'assunto filosofico di base dell'ACP, che è quello di focalizzarsi sulla persona e non sul problema, e di non descrivere l'individuo in termini di categorie prestabilite, ma di guardarlo come persona "unica" e "particolare", non deve farci cadere in una rete di incertezza teoretica, impedendoci di formulare una descrizione fenomenologia del funzionamento dell'altro, che non sarà un'etichetta, ma un modello collaborativo.

Immaginiamo la "diagnosi" come una "mappa" che funzionerà se: 1) non mette distanza fra il terapeuta e il cliente; 2) non serve al terapeuta per controllare, ma per monitorizzare il processo; 3) non diventa un'attività formale che priva il terapeuta del calore, della spontaneità ed dell'accettazione incondizionata; 4) non lo induce a categorizzare, ma a comprendere con tutta la sensibilità possibile.
Vediamo qual è la funzione di questa "mappa". Serve al terapeuta per meglio valutare le proprie problematiche rispetto alle problematiche del cliente (per evitare proiezioni, identificazioni, ecc…), per mettersi nell'atteggiamento più appropriato, calibrando meglio le proprie risposte a seconda della persona che gli sta davanti (per es. ad un cliente che si lamenta della propria moglie perché gli dice sempre cosa fare, nel momento in cui chiede al terapeuta di dirgli che cosa fare sarà opportuno rispondere qualcosa come: "mi domandi che cosa fare e questo farebbe diventare la terapia come il matrimonio": "Vediamo di fare diversamente"); per non farsi coinvolgere in manipolazioni (con le organizzazione ossessive e con quelle depressive è molto facile); per decidere se inviare quel cliente al altro terapeuta (G.V. Speirer afferma che: "a theory of illness specific to CCT is needed, which will lead to a specific indication of CCT", 1990).
Al cliente la mappa serve a modificare la percezione della sua organizzazion e del suo funzionamento per meglio utilizzare l'azione di forze residenti in lui stesso. Anche in questo caso non possiamo prescindere dall'affermazione che per parlare di modifica si debba prima passare attraverso un processo di conoscenza. Come lo stesso Rogers sostiene: "Nell'APC il compito del terapeuta è di fornire quelle condizioni nelle quali il cliente può fare, esperire ed accettare la diagnosi degli aspetti psicogenetici del suo disadattamento"; e che "per avere un cambiamento di comportamento è necessario un cambiamento di percezione".
È proprio nella presa di coscienza di modi di percepire inadeguati e nell'apprendimento di modi di sentire, pensare ed agire adeguati che consiste il fenomeno terapeutico.
La mappa, in definitiva, facilita il cliente a far diventare figura quello che costituiva lo sfondo, e a verificare lo stato di accordo o disaccordo interno.

La funzione della "mappa" è anche quella di facilitare la contestualizzazione delle "richieste" (0 "sintomi") che molte volte non sono il problema, ma la risposta ad altro contesto (o ad altre aree) ed è per questo che appaiono inspiegabili. Possiamo, credo, dire sinteticamente che la "mappa" permette la differenziazione dei conflitti interni e una migliore organizzazione dei loro contenuti.
Per concludere, voglio sottolineare che essere un terapeuta centrato sulla persona non significa escludere una realtà clinica, ma al contrario, tenendola nel debito conto, rendere gli assunti teorici e metapsicologici di Rogers consoni a questa realtà, riconoscendo il fatto che esiste un certo numero di pazienti annoverati nel DSM-IV.
La sfida quindi è: fare diagnosi sì, ma tendendo conto del "divenire" non dell' "essere".

Il caso di un cliente con una "organizzazione ossessiva".

C. Allora da dove cominciamo?
T. Non te lo ricordi?
C. Sì, me lo ricordo.
T. Vuoi vedere se lo ricordo io?
C. No. Questo tipo di terapia…Tu non parli mai…
T. Mai?
C. Il più delle volte… e quando lo fai… (fa una smorfia).
T. Ti senti disturbato.
C. Sì…la mia vita è un disturbo continuo… tu non mi disturbi, è la tua terapia. Mi sembra che non succeda mai niente.
T. Tu vorresti che io facessi una terapia, in un altro modo, mi puoi fare un esempio?
C. Io vorrei conversare, sentire la tua opinione, essere aiutato, consigliato… So che quando lavoriamo sono sempre lo stesso.
T. Nessun cambiamento.
C. No… non proprio, ma mi aspettavo di risolvere i miei problemi in pochi mesi.
T. E adesso sei deluso. Credo di poter capire che cosa significhi essere deluso, anche se in questo momento non lo sono; è successo anche a me.

Bibliografia.

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SPEIRER G.W., Toward a Specific Illness Concept of Client Centered Therapy, in Client Centered and Experiential Therapy in the Nineries, 1990.

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WEINWR I.B., Psychodiagnosis have a future? In Personality Assessment, 1972, pp. 534-545.

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