N. 11 - Luglio 2005
LA MEDIAZIONE FAMILIARE
Prefazione
Con l'articolo che segue inauguriamo una rubrica dedicata alla mediazione familiare, secondo l'approccio terapeutico e sistemico, basato sull'analisi della storia della famiglia.
Riteniamo che sia importante entrare nei campi applicativi della psicologia, nelle sue forme sociali diffuse, per aprire un dibattito in merito, lontano dai semplicismi in cui può essere inserita questa attività, come tutte le altre che riguardano il counselling. Attività diffuse, dicevamo, che, almeno da parte di SCRIPT riflessioni - i campi della soggettività, necessitano di uscire da quell'atmosfera tra la modernità burocratica e il declassamento ad azioni superflue in cui le possono collocare applicazioni orecchiate (il pericolo dell'americanizzazione è sempre alle porte).
Al contrario pensiamo che bisogna approfondire il senso di tali azioni, determinarne uno statuto più sicuro, fare chiarezza sulla professionalità di tali attività e liberarle dal pericolo di una appropriazione indebita da parte di professioni che operano nel medesimo campo, ma con finalità, forme e strumenti del tutto diversi.
L'articolo di Melania Ceccarelli è un primo passo verso questa direzione. L'auspicio è che ne seguano altri per definire ancora meglio la realtà della mediazione familiare.
La mediazione familiare
Melania Ceccarelli
Da subito intendiamo definire chiaramente il concetto di mediazione, secondo la nostra impostazione: "un processo interattivo finalizzato al raggiungimento degli accordi nelle situazioni di conflitto che si instaurano in differenti contesti: familiare, comunitario, istituzionale e sociale. (..)" Questa è la definizione dell'Associazione internazionale dei mediatori sistemici che aggiungono: "La metodologia della mediazione sistemica si ispira ad alcuni principi teorici di base:
- la consapevolezza dell'inevitabilità del conflitto nelle relazioni umane e la conseguente necessità di valorizzarne gli aspetti costruttivi ed evolutivi, al fine di favorire la crescita armonica dei sistemi e dei loro singoli membri;
- l'importanza di ampliare il campo di osservazione a tutti i sistemi coinvolti nella dinamica del conflitto;
- l'esigenza di circoscrivere gli obiettivi dell'intervento di mediazione al raggiungimento degli accordi, rispettando la complessità degli eventi storici e degli intrecci relazionali."
Dal punto di vista pratico, la m.f. è un intervento di consulenza che si inserisce in un area dove già sono attivi interventi con finalità simili.
Simili, ma, non coincidenti e certo non confondibili.
Che cosa non è la m.f.? Un modo per rimettere insieme i coniugi, non è terapia familiare o di coppia finalizzata alla risoluzione delle loro difficoltà, i coniugi sono, e rimangono, in fase di separazione o divorzio. La m.f. non è un intervento a carattere legale, infatti, dopo la mediazione i coniugi debbono comunque andare dal proprio avvocato di fiducia per compiere gli atti necessari. Il mediatore, ovviamente, non è un avvocato (anche se alcuni avvocati sono anche m.f.) e, soprattutto, non fa il suo lavoro.
Il contesto sociale più generale, all' interno del quale il mediatore svolge il suo lavoro, è un contesto profondamente mutato e tutt' ora fortemente dinamico, per quanto riguarda la famiglia.
La famiglia di oggi ha cambiato significato e funzione rispetto alla famiglia di soli venti anni fa, per non parlare dei modelli patriarcali, ancora fortemente diffusi prima degli anni '60.
Il termine "matrimonio" deriva dalla parola latina "munus" cioè ricchezza, proprietà.
Matrimonio, quindi, ha indicato per secoli una unione a carattere essenzialmente negoziale e patrimoniale, realizzata tra due persone ma che andava ben al di là di loro. Era un fatto sociale, generava alleanze e, per questo, sviluppava solidarietà materiale e morale all' interno di un gran numero di persone, la parentela allargata. L'amore, l' intimità erano secondari rispetto ai duraturi effetti sociali del matrimonio.
Nella società attuale invece, questi valori sono diventati sempre più centrali nella vita della coppia, che non sente più, alle sue spalle, la presenza di tutto il gruppo dei parenti, ma vive il matrimonio come un unione dove il maggior rilievo è dato al legame sentimentale tra i due, i quali si promettono reciprocamente, e non a tutta la parentela di sangue e acquisita, fedeltà e solidarietà.
Ma "il processo di soggettivizzazione dei criteri che sostengono, soprattutto tra i giovani, la scelta matrimoniale, può assumere - in modo del tutto conseguente all'espansione del codice espressivo e affettivo -, aspetti di ripiegamento narcisistico. In altri termini, sposarsi significa oggi, non di rado, convivere con un'altra persona, destinataria della propria espressività, piuttosto che costruire un "noi" attraverso una relazione rispondente a un progetto comune che mantenga la responsabilità e l' impegno verso tale progetto." E. Scabini Psicologia sociale della famiglia ed. Bollati Boringhieri, 1995.
Secondo alcuni questo è uno dei motivi che spiegano il forte aumento delle richieste di separazioni e divorzi.
Come è noto in Italia sono in costante aumento le richieste di separazione e divorzio, attualmente circa il 25% dei matrimoni non è "per tutta la vita". Queste separazioni coinvolgono moltissimi figli minorenni, attualmente ci sono circa un milione di minorenni figli di genitori separati, solo nel 2002 si calcola che sono stati 78.836 i figli andati in affidamento, il 90% di loro alle madri (dati Eurispes).
Ecco che, allora, con il tempo e secondo una necessità crescente e impellente, si è affermato questo intervento di consulenza per le famiglie, la m.f.
La m.f. è nata negli Stati Uniti che, infatti, ben prima di noi, hanno assistito ad una forte crescita di separazioni e divorzi con conseguenze anche più devastanti rispetto alla coesione sociale, soprattutto a causa della grandi distanze che ex coniugi hanno la possibilità di mettere tra di loro e, soprattutto, tra i figli e il coniuge non affidatario.
Nel 1975 O.J.Coogler, avvocato americano, terapeuta familiare ed esperto di mediazione del lavoro, recentemente divorziato, ebbe l'intuizione di elaborare una procedura di mediazione, fino a quel momento utilizzata come Servizio di Conciliazione all'interno del Dipartimento del Lavoro, per i coniugi che avevano subito la sua stessa esperienza. Nasceva la prima forma di mediazione strutturata che in seguito sarà definita a carattere negoziale proprio per il fatto che "l'accento è posto sull'obiettivo del raggiungimento dell'intesa, mentre le variabili emotive o esterne sono trattate come ostacoli rispetto alla negoziazione" D. Mazzei, La mediazione familiare. Il modello simbolico trigenerazionale, Ed. R.Cortina, 2002.
Il modello proposto in questa rubrica, invece, si pone all'interno del modello terapeutico di mediazione familiare, i cui riferimenti teorici principali si trovano in Irving e Benjamin. Questo, fa riferimento al modello ecosistemico della famiglia secondo il quale ogni famiglia ha strutturato proprie modalità di interazione tra i suoi membri che, con la separazione, vengono modificate in maniera sostanziale, sia al livello del nucleo familiare che per quanto riguarda la famiglia allargata.
La m.f. di tipo terapeutico cerca di aiutare la coppia a modificare i patterns disfunzionali di comportamento, tenendo dentro al processo gli aspetti emotivi, non essendone spaventata ma, anzi, utilizzandoli per arrivare ad una elaborazione psicologica della separazione.
Le differenze con il processo terapeutico vero e proprio sono molte: la m.f si concentra sul futuro piuttosto che sulla ricerca della cause passate, il mediatore è neutrale rispetto alla famiglia e non usa la sua autorità, come invece può fare il terapeuta, ma, certo, l'aspetto dirimente sta nel diverso obiettivo rispetto al processo terapeutico. Quest' ultimo ha l'obiettivo di provocare cambiamenti profondi mentre obiettivo del processo di mediazione è semplicemente il raggiungimento di accordi concreti e precisi soddisfacenti per entrambi e duraturi.
Melania Ceccarelli
E-mail: melania_c2000@yahoo.it