Script riflessioni - i campi della soggettività - Rivista Online

N. 11 - Luglio 2005

RACCONTARE/RACCONTARSI.
Prefazione

"C'è un momento nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi, in modo diverso dal solito. Capita a tutti, prima o poi. Alle donne e agli uomini, e accade ormai, puntualmente, da centinaia di anni soprattutto nelle culture occidentali. Da quando, forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all'oblio della memoria. E' una sensazione, più ancora che un progetto non da tutti realizzato e portato a termine; quasi un messaggio che ci raggiunge all'improvviso, sottile e poetico, ma nondimeno capace di assumere forme ben presto più narrative. Quasi un'urgenza o un emergenza, un dovere o un diritto: a seconda dei casi e delle circostanze.
Tale bisogno, i cui contorni sfumano, e che tale può restare per il resto dell'esistenza come una presenza incompiuta, ricorsiva, insistente, è ciò che prende il nome di pensiero autobiografico".

DUCCIO DEMETRIO. Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé. Raffaello Cortina Editore, 1995, pag. 9.

Ci è piaciuto premettere queste righe di Duccio Demetrio all'inaugurazione della rubrica RACCONTARE/RACCONTARSI, dedicata appunto al pensiero autobiografico e alla sua vita tra coloro che lo frequentano.
L'occasione è poi confortata dall'articolo di Nòvita Amadei, che tratta dell'argomento in un contesto quanto mai difficile come la migrazione, la memoria dei migranti e la loro necessità di raccontarsi, per non perdesi nello sprofondamento della depressione e nel corto circuito della violenza difensiva.
L'articolo di Nòvita Amidei è stato pubblicato nella rivista "Animazione Sociale", n. 5, maggio 2005. Al medesimo numero della rivista, e sempre a cura dell'autrice, era allegato il volume "Con voce di donna. Migranti dall'Est, straniere in casa".

RACCONTARE PER MIGRARE
La narrazione (auto)biografica dal senso alla cura.

Nòvita Amadei

Di fronte alle difficoltà della vita l'umanità ha appreso a contrastarle facendo cultura, cioè elaborandoi nuovi significati, frutto di contaminazione fra significati in circolazione, in grado di rompere l'accerchiamento delle condizioni ambientali.
Fare cultura è avviarsi in modo sperimentale verso inedite pratiche, ritenute in grado di spingere oltre le contraddizioni. Per questo motivo, là dove la sofferenza è alta, come nel caso della migrazione, intenso è il bisogno di fare cultura, rivisitando e, dunque, raccontando le proprie esperienza e rielaborandole in racconti collettivi.

Ciascuno porta avanti quotidianamente un lavoro involontario e continuo di memoria, inventando ogni momento tempi, spazi e ritualità del raccontare. La narrazione (auto)biografica raccoglie l'identità della persona e delinea un Io rispetto alle proprie memorie e attese. Si configura come una discesa e un incontro con gli altri - anche con gli assenti o gli invisibili - e, allo stesso tempo, è tensione al futuro. L'(auto)biografia disegna l'identità di un individuo o di gruppo rivelando il significato di una storia, senza commettere l'errore di definirla una volta per sempre. Ogni vita, infatti, traccia un racconto che non calca mai gli stessi passi di un altro. Il racconto segue, senza prevedere lo scorrere delle azioni, e ordina l'esperienza vissuta. Offe un orizzonte sul quale il significato stesso della vita si costruisce: il senso di ogni percorso biografico e il suo desiderio consegnano al racconto la possibilità di essere pensati ed espressi.
La narrazione, che nasce dall'azione, non cristallizza il flusso della storia, piuttosto ne sollecita la dimensione dinamica e trasformativi. Il tessuto della nostra esistenza si compone di racconti attraverso i quali interpretiamo e interveniamo sul mondo: le storie che abbiamo respirato da bambini si sono depositate nei nostri occhi ed è anche attraverso esse che leggiamo i cambiamenti della vita personale e sociale. A ben guardare, infatti, i racconti fecondano quasi ogni settore dell'esistenza e la cultura stessa non è che un intreccio di narrazioni.
I racconti aprono alle relazioni, tanto che ogni voce individuale è estratta da un dialogo di voci multiple. Gli incroci e gli scambi fra la storia personale e le narrazioni altrui ci rendono parte di una comunità allargata, ci rendono parte della Storia, e la Storia, a sua volta, non è che un mosaico di esistenze. Scrive Hannah Arendt:

"Che ogni vita individuale fra la nascita e la morte sia raccontata un giorno come una storia con un inizio e una fine è la condizione prepolitica e preistorica della storia, la grande Storia senza un inizio e una fine" [1].

La narrazione (auto)biografica favorisce il transito fra la Storia e le storie, è il treno di un viaggio mai soddisfatto di conoscenza di sé e della realtà circostante. E' uno strumento che consente di leggere accuratamente il mondo e il posto che occupiamo in esso, metodologia di ricerca personale e sociale.

Alla narrazione riconosciamo anche un'altra funzione peculiare: deriva dall'azione ma si accumula, in particolar modo, intorno ai momenti di passaggio o di crisi. Momenti che scatenano il bisogno di racconto in cui, come in una tregua, rivisitare il vissuto e incontrare il dolore. Se non è possibile guarire la ferita, bisogna attraversarla amcora una volta, per prendersi cura di sé. Il fatto di controllare gli eventi critici o la fragilità data da certi cambiamenti aiuta a dare coesione, coerenza e stabilità all'identità. La narrazione diventa così un appoggio per resistere alla paura e per accompagnare le trasformazioni di un'esistenza.
Guidati dalla memoria del passato e delle attese del futuro non smettiamo mai di raccontarci per raccogliere i frammenti sparpagliati dell'identità e, così restituita, l'identità è meglio preparata per far fronte alle situazioni di crisi. I dolori diventano sopportabili e gli episodi imprevisti più controllabili se inseriti in un racconto o se si fa un racconto di essi. E il racconto, a sua volta, "rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi" [2].
Quanto detto è particolarmente vero per i più vulnerabili, per coloro che conoscono la sofferenza, lo sradicamento o la nostalgia. In questo lavoro ci rivolgiamo a loro, agli "attraversatori di mondi", i migranti, utilizzando come chiave di lettura la prospettiva etnopsichiatrica.
La migrazione rappresenta una frattura profonda nelle reti di significati e relazioni che danno senso all'esistenza e nelle quali ci identifichiamo a tal punto da non potercene più differenziare. I paesaggi e le persone che ci hanno cresciuti diventano parte della sintassi dei nostri gesti quotidiani e delle parole con le quali ci raccontiamo. Le radici compatte di coloro che ci hanno insegnato a parlare, a guardare, di coloro che ci hanno educato, accompagnato o semplicemente aspettato, sono modellati nella nostra testa e nelle nostre mani. Nasciamo in un luogo a noi preesistente , in un racconto che ci accoglie e che ci contiene e che ci offre gli strumenti per la nostra personale narrazione, poiché siamo raccontati dalla Storia nella quale ci collochiamo nascendo.
Nell'esperienza del raccontare acquistiamo coscienza della nostra storia individuale e collettiva.
Il racconto diventa un territorio dove il vissuto accumulato è restituito, una trama per le continue rinascite e le metamorfosi alle quali, la migrazione soprattutto, costringe. Infatti,

"si apprende per prima cosa dalle proprie metamorfosi durante il percorso - ma a che servirebbe apprendere se non esistesse un momento, un luogo in cui l'esperienza verrà a cristallizzarsi in un'eccedenza di densità?" [3].

La narrazione permette al migrante di dare continuamente senso ad un'esperienza che, altrimenti, potrebbe diventare incontrollabile e di riappropriarsi di un fenomeno che lo sorpassa e di cui non sempre riesce a controllare le molteplici trasformazioni obbligate, che rischiano di attentare alla sua integrità psichica. Ecco la sua funzione vitale, salvatrice (terapeutica o preventiva).

La teoria e la tecnica etnopsichiatrica suggeriscono di adottare la narrazione (auto)biografica come strumento di circoscrizione della sofferenza, di controllo delle crisi e di collocamento degli avvenimenti in un ordine temporale dotato di senso. Ciò consente di organizzare desideri e progetti orientandoli teleologicamente: Il significato della migrazione viene così co-costruito nella pratica di un racconto capace di controllare e contenere la violenza migratoria, mentre il significato della narrazione della migrazione diventa un prodotto sociale e socialmente distribuito.
Il racconto offre al migrante un rituale intorno al quale scongiurare i suoi dolori, divenendo in tal modo uno strumento che impedisce lo sradicamento e che favorisce il restauro del suo sguardo sul mondo. La salute psichica del migrante è tributaria della possibilità di realizzare un storia di sé coerente e probabilmente significativa e vera, relativa alle vicissitudini familiari e del paese di provenienza. L'occasione del racconto permette al migrante di riflettere sulla sua posizione di fronte al paese di accoglienza, sulla genesi e lo sviluppo di eventuali incidenti psicopatologici, sulle alleanze formate, sugli oggetti culturali in gioco e così via. A questo punto soltanto si può parlare di narrazione terapeutica, nel senso che il significato della migrazione sarà creato nel racconto stesso grazie alla "narrativizzazione" della migrazione, dove l'azione del soggetto prende forma. In seguito i valori culturali e le relazioni sociali del paese di accoglienza collocheranno l'individuo e il suo personale percorso migratorio all'interno di riferimenti etici locali.
L'etnopsichiatria prende in cura il paziente e la sua famiglia, con la loro cultura e la loro lingua - e, inevitabilmente, le filiazioni, affiliazioni e i diversi attaccamenti che comprendono ed esprimono - in un paesaggio narrativo dal valore terapeutico.

"La cultura è un sistema che circoscrive uno spazio sociale e, analogamente, aiuta a circoscrivere una spazio psichico. La lingua è un sistema di circoscrizione di spazio, in quanto organizza immediatamente per l'individuo l'universo in due gruppi, dentro e fuori; coloro che sentono e coloro che sono sordi" [4].

Evocando plurali eziologie possibili, i pazienti immigrati sono aiutati a costruire una storia che riunisca e riordini quei materiali, concetti e situazioni spesso caotiche, disperse e soffocate. Il dispositivo etnopsichiatrico contribuisce a ristabilire una capacità di memoria là dove essa sembrava cancellata o perduta attraverso l'induzione di nuove appartenenze, una ristrutturazione familiare, lo spostamento del luogo del conflitto, la creazione di una mediazione con universi altri, lo stabilire registri eterogenei. Secondo Thobie Nathan, l'utilizzo dell'induttore culturale, per essere funzionale

"deve restare a mezza via fra l'espressione di una sofferenza individuale e lo svolgersi di un rituale costruito secondo una struttura di racconto esterna al soggetto" [5].

I legami e le riaffiliazioni sono costruite a livello relazionale e culturale nel corso della narrazione, poiché l'esperienza dell'individuo e del gruppo d'appartenenza tornano al centro della riflessione ma non agiscono per ricomporre la struttura originaria, bensì per trasformarla, per riorirnetare i percorsi di crescita della persona, il suo essere-nel-mondo, per ripensare e negoziare con i suoi nuovi attaccamenti [6].

"Si comincia a capire l'importanza del racconto nei processi d'influenza terapeutica (…) poco sensibile alle distorsioni e alle elaborazioni interiori. Il racconto organizza delle strutture nell'apparato psichico di colui che lo riceve e, in questo modo, impone delle riorganizzazioni a cascata" [7].

Si tratta di riorganizzazioni presenti tanto nel migrante quanto nella società di accoglienza, basti pensare all'ambito sanitario, sociale ed educativo.

La migrazione e le sue problematiche non si situano in corpi e menti isolate, ma in un universo di senso fatto di rapporti sociali, forme ed esperienze incarnate. La migrazione, organizzata in termini narrativi, appartiene alla storia di un vissuto come l'esistenza sociale e morale di un paese. Seguendo l'esperienza etnopsichiatrica la narrazione del vissuto migratorio può aiutare i migranti a de-territorializzare e ri-territorializzare [8] le loro forze per inventare forme originali di interazione col mondo e col paese di accoglienza. La narrazione ha cioè una funzione fondamentalmente metaforica.
Il racconto diventa uno strumento privilegiato per sostenere e controllare l'evento critico, in quanto, inserendolo fra schemi conosciuti, circoscrive e aiuta ad affrancarsi, dal punto di vista intellettuale ed emozionale, dalla violenza della migrazione, integrandola con il proprio vissuto.
Domandare ai migranti un racconto di sé significa intervenire sulle ragioni e sulle modalità della migrazione per svincolarsi da una posizione di passività, per analizzarle, contenerle, darne una rappresentazione e liberarsene, Ricostruire i passaggi obbligati e le cause che hanno portato alla migrazione è un invito a pensare, significare e riorganizzare il dolore e le strutture del pensiero (forme logiche, spaziali e temporali). La sofferenza del migrante infatti, nelle sue forme leggere o patologiche, è il frutto di un processo attivo che continua a funzionare se non è bloccato efficacemente. Di qui il ricorso alla narrazione.

"Il racconto agisce sulla sfera del pensiero favorendo l'occorrenza di una risistemazione globale delle sensazioni, dei ricordi, delle emozioni.
Più il nuovo racconto è chiaro e coerente, più avrà la capacità di "polverizzare" la vecchia disposizione inastata e svelare una nuova cartografia di ricordi, ora accettabili per l'interessato. Il nuovo racconto avrà una funzione risolutoria. Questo processo risulta essere funzionale qualunque sia il quadro etnico nel quale si svolge: psicoterapia, raccolta di testimonianze, colloqui di ricerca. [9]

La facoltà narrativa significa il mondo, mentre la modalità logico-scientifica o "paradigmatica" (nell'accezione proposta da Jérome Bruner) rende conto del funzionamento delle cose. Le due modalità ordinano l'esperienza e costruiscono la realtà, ma mentre la modalità logico-scientifica si estende solamente ai fatti osservabili per verificarli e soddisfare le esigenze scientifiche di non-contraddizione, quella narrativa si interessa alle intenzioni e alle vicissitudini umane, siano esse vere o frutto dell'immaginazione.
La prima si sforza di oltrepassare il particolare per rispondere al principio dell'astrazione, la seconda invece si inscrive l'esperienza in storie e geografie contestualizzate e perciò fortemente e necessariamente particolari. L'una s'interessa al disease (per utilizzare la distinzione proposta da Kleimann) cioè al sintomo, alla malattia psicologica o organica, l'altro all'illness, alla malattia soggettivamente vissuta [10].

"Senza dubbio possiamo convivere con entrambi i mondi, quello paradigmatico, austero, ma ben definito, e quello narrativo, pieno di oscure minacce. Anzi, è proprio quando perdiamo di vista l'alleanza fra i due che le nostre vite perdono la sensibilità della lotta [11]

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Il quadro terapeutico etnopischiatrico è un luogo dove queste due forme coesistono e si raggiungono: i terapeuti sono i rappresentanti del mondo pragmatico, mentre i pazienti veicolano quello narrativo. Gli uni e gli altri si "contaminano" vicendevolmente e negoziano fra loro fino a creare uno spazio terzo, un nuovo paesaggio di significazione indicativo per il paziente.
E' importante mettere in evidenza che il racconto può efficacemente resistere alle alterazioni. Come sottolinea Nathan,

"il racconto è un oggetto particolare che trascende il discorso. Se è veicolato dalla lingua, non è assolutamente riducibile ad essa: quando racconto una storia a qualcuno, è dalla modificazione del suo stato che percepisco che la storia è stata ricevuta, una specie di eureka che avverte e che, in genere, manifesta.
Il racconto può dunque viaggiare attraverso le lingue senza essere alterato. La sua resistenza alle distorsioni ne fa una struttura permanente della psiche [12]

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Fra identità e narrazione esiste un forte legame di desiderio: il racconto modula e dà forma alla nostra vita e il senso stesso delle cose si colloca in un universo che rende possibile in seguito il riferimento alla vita reale. Infatti, come abbiamo visto sopra, il controllo delle crisi, la possibilità di ordinare l'esperienza e di forgiare la continuità fra passato, presente e possibile, è affidata al racconto, da dove deriva e si organizza, per le società cosiddette occidentali, l'identità.
Se l'identità occidentale rinvia ai concetti di unicità o singolarità (l'identitas latina deriva da de idem, "lo stesso"), per altri gruppi umani, e spesso per i migrati, l'Io non può essere pensato al di là degli obblighi familiari e culturali ai quali deve la sua origine, o indipendentemente dalla discendenza e dagli antenati che fanno parte del bagaglio psicogenetico della persona, o ancora senza tener conto degli attaccamenti, della lingua degli oggetti culturali, dei modi di fare e pensare.
Il valore attribuito al racconto è perciò diverso e la costruzione dell'identità si traduce in termini di fabbricazione e affiliazione, espressioni che sottintendono un'unione biologica e un'alleanza culturale rinnovate di generazione in generazione. Questi concetti hanno un valore più forte se vengono letti all'interno della genesi migratoria, dove ogni dato culturale viene messo in gioco, se non sconvolto. I migranti sono figure ibride: soggetti che si muovono attraverso spazi e frontiere, creatori di campi sociali transnazionali capaci di mantenere legami e identità attraverso confini, paesi, territori, stati e nazioni.
Il valore del racconto, quindi, è legato al bisogno imperativo dell'immigrato di radicarsi in una nuova prospettiva per ripensare alla sua fabbricazione personale e alle sue affiliazioni alla luce delle risorse e delle violenze migratorie.
Per questo la narrazione diventa un' enveloppe dove stabilire connessioni e legami là dove la presenza delle differenze - inizialmente esclusive e inconciliabili - sembrava privare il migrante di punti d'appoggio.
La memoria, narrazione incessante e minuta, tende a disperdersi fra i territori della modernità e surmodernità [13] occidentale, spingendo talvolta ad un oblio di difesa, talaltra all'ostinazione sorda dei ricordi. Nel conflitto fra mondi, nel confronto di strutture simboliche e immaginative diverse,

"vacilla la naturalità delle dinamiche attraverso le quali si apprende, in altri luoghi, a parlare di noi stessi e guardare gli altri, a costruire la nostra personalità e a inventare il nostro Io, a separare il "dentro" e il "fuori" [14].

È l'affiliazione alla memoria degli antenati che vacilla, quando la cultura del migrante non trova spazi di espressione e socializzazione, occasioni di ascolto e d'azione, quand'egli non può "agire" la propria cultura e il proprio ricordo, evocare i gruppi di appartenenza su un piano intimo, privato e pubblico. Ciò causa inevitabilmente dolore in quegli immigrati che, stranieri nel paese di accoglienza, diventano, a poco a poco, stranieri anche al paese di provenienza.
Nell'esperienza dello sradicamento il mondo non ha più la sua familiarità e i vissuti soggettii si dilatano e radicalizzano, le strutture abituali di significato - riferimenti per la lettura e l'interpretazione del reale - diventano fragili e perdono valore.
La migrazione costringe a un duplice movimento: L'uscita dal quadro originario e l'entrata nel contesto del paese d'accoglienza. Emigrare significa anche immigrare, cioè ricostruire continuamente l'omeostasi fra psiche e cultura, fra realtà interna e spazio culturale esterno, salvaguardare e rendersi autonomi rispetto a quel moi-peau che rappresenta l'enveloppe dei ritmi, dei gusti e delle attenzioni sulle quali si è fondato il funzionamento psichico di ciascuno.
Prima di diventare un immigrato, infatti, si è emigrato, prima di arrivare in un paese si è dovuto lasciarne un altro e i sentimenti verso la terra che si è lasciata o quelli verso la terra dove si va non sono mai semplici: esistono sempre attaccamenti che persistono e nuove affiliazioni che si profilano.
L'interiorizzazione del mondo d'origine è possibile se è presente un nuovo mondo - quello del paese di accoglienza - che controlla la rottura, le profonde trasformazioni del quadro interno e ne permette la ricomposizione. Per nutrire il sé, a sua volta, e favorire lo scambio fra demtro e fuori, occorre necessariamente un contenuto che riceva e filtri gli elementi esterni, combinandoli con quelli preesistenti. Quando l'enveloppe psichica originaria non interagisce con il luogo circostante, il trauma migratorio porta a quello che Nathan suppone essere una vera patologia dell'emigrazione (che la psicanalisi e la medicina occidentale descrivono secondo una sintomatologia complessa e specifica: disaffiliazione, desocializzazione, disocciazione mentale, allucinazioni, bouffés deliranti, depressioni, ansietà, schizofrenie, nevrosi, psicosi, somatizzazioni, ipocondrie…).
Nel tentativo dell'immigrato di diventare indipendente dal quadro originario (nel senso di riuscire ad integrarlo con l'esperienza migratoria e utilizzarlo al momento opportuno) la dialettica fra esperienza e narrazione (fra un sé che racconta e un sé che è raccontato) resta sospesa ed egli vive bloccato nella dimensione della nostalgia.
E' altrove rispetto alla sua lingua, al suo paese, alla sua famiglia, mentre è all'interno di altre sonorità, relazioni e strade. Non è dentro ma non è nemmeno fuori: si può immaginare su una sorta di balcone metaforico, o reale, come descrive Faia, immigrata ucraina: "Quando vado sul balcone, quando vedo il cielo, con le stelle, il cielo celeste, canto le canzoni popolari ucraine. Trovo delle belle parole. Canto così "…" e la tristezza se ne va: Dico: Guarda che bella notte! Vieni con me! La notte è bella, ci sono la luna e le stelle…".
La nostalgia che prende corpo durante il viaggio migratorio, nel quale uno dei due mondi rischia la deriva, non è solo dolore o lutto per il paese lasciato, ma può diventare preziosa risorsa narrativa capace di difendere, esprimere e valorizzare la cultura di appartenenza, nel tentativo di costruire un'identità di attaccamenti multipli.
La forza e la creatività del migrante ne dipendono: la nostalgia è garante e testimone del sentimento di continuità e di coesione interna, al di là delle differenze, delle partenze, delle rotture. Tramite la nostalgia la memoria privata e collettiva del migrante reagiscono e si oppongono a un contesto invasivo e colonizzatore.
Nostalgia e parola, allora, diventano occasioni di resistenza personale a un'identità minacciata. Hanno un ruolo metaforico, perché sostengono la ricerca di un punto sul quale fissarsi per continuare ad esistere accettando i cambiamenti, inscrivendoli nell'ordine del possibile, sapendo che ciò che crea problema non sono teorie o déi diversi che si fanno la guerra, ma l'esclusività di attaccamenti multipli.
La narrazione della propria storia di vita crea, invece, uno spazio dove la lingua stessa è impregnata di intenzioni e di accenti. La lingua del racconto, infatti, non è un insieme astratto di forme narrative, ma è già un'opinione concreta sul reale che mostra il sistema culturale all'origine della sua costruzione.

Narrare, disporre esperienze e avvenimenti in un racconto denso di significati, è uno sforzo personale e collettivo per opporsi alla dissoluzione provocata dalla vulnerabilità migratoria, per interpretare la migrazione alla luce di una logica esplicativa in riferimento a una biografia migratoria, per negoziare la migliore azione di fronte all'incertezza e contenere la paura. Nel racconto si tentano soluzioni nuove e se ne sopportano le conseguenze, tese verso un altrove fra il dato e il possibile. Confidare la memoria al racconto permette di cogliere la nostra dimensione creaturale per scoprirci liberi e capaci di nuove narrazioni, per descriverci al futuro.
L'esperienza narrativa è una sorta di viaggio migratorio, poiché consiste nello sporgersi fuori di sé e in questo movimento fra qui e l'altrove, il prima e il dopo, il sé vive la sua differenza. Inscrivere la migrazione in una rama significativa, porta a provarla di nuovo ma in modo differente, poiché non si tratta soltanto di rievocazione bensì, allo stesso tempo, di rielaborazione. IL dolore trova parole, forme, immagini per esprimersi, partecipa a quel dialogo ininterrotto che ci portiamo dentro. E' un tentativo di dare senso alle nostre esperienze quotidiane per rendere più chiari i giri di boa della Storia. Il lavoro narrativo restituisce nuovamente alla persona la sua voce, la possibilità di accedere alla ricostruzione psichica di ciò che è stato reso fragile nel suo percorso interno, di accedere al proprio desiderio e seguire le tracce che la storia collettiva ha impresso sulle storie individuali.
Il racconto nasce da un disequilibrio che fa irruzione nella successione abituale delle cose e che deve essere controllato perché diventi meno inquietante.
Secondo Bruner

"raccontare storie è il nostro strumento per venire a patti con le sorprese e le stranezze della condizione umana, come pure con la nostra imperfetta comprensione di questa condizione. Le storie rendono l'inaspettato meno sorprendente, meno arcano [15].

Una volta inscritte nel racconto, le rotture rientrano nell'ordine e se è vero che non c'è racconto senza crisi, e la migrazione è crisi, non c'è migrazione senza racconto. "Ci penso sempre - racconta Vera - fino a quando morirò, penserò a ciò che è passato. Non ci credo quando qualcuno dice che non riesce a pensare a ciò che ha passato, perché si ricorda tutta la vita, resta sempre nella testa. Tutto resta, il bene, ma anche il male".
Il racconto di sé, dunque, è un nuovo moi-peau in grado di marcare il confine fra il dentro e il fuori, proteggendo il soggetto dalle aggressioni altrui e assicurando al funzionamento psichico la certezza della continuità e della coesione nel tempo. Ha una funzione di contenimento e ricomposizione, poiché agisce come membrana che ospita la ricostruzione dei ricordi dal rischio della dispersione. E' un sostegno interiorizzato che aiuta nei momenti d'ansia o di tensione, nelle occasioni di separazione da luoghi o persone amate, accompagna e rende più sopportabili le lunghe e forzate peregrinazioni della migrazione. Alla successione di discontinuità e di fratture si oppone l'impegno del ricordo, la necessità terapeutica della narrazione, l'intuizione che la sofferenza deriva dalla consapevolezza che qualcosa nel mondo dell'immigrato inevitabilmente si logora e si perde.
L'esistenza, sociale e personale, per mantenersi al bisogno di responsabilità condivise, di un nuovo sguardo rivolto al soggetto, accolto e considerato nel suo percorso privato e pubblico, ricco di altre sensazioni, oggetti, odori, legato ad altre forze, al altri appuntamenti e patti di fedeltà. Il migrante non dovrebbe essere costretto a scegliere fra due appartenenze, altrimenti si trova diviso, lacerato, condannato a tradire o la sua patria d'origine o la sua patria d'accoglienza, scelta che vivrebbe inevitabilmente con amarezza, con rabbia o malattia.
Il racconto, per sua natura, è luogo di incontro fra l'individuo e i gruppi e cerca di controllare i conflitti scatenati dall'incontro.

"Nessuna cultura umana può operare senza qualche mezzo per trattare gli squilibri prevedibili o imprevedibili inerenti alla vita in comune. Le sue risorse narrative servono a convenzionalizzare le ineguaglianze che essa genera, tenendo così a freno i suoi squilibri e le sue incompatibilità [16].

Il paesaggio narrativo aiuta anche a valorizzare il proprio paese agli occhi dell'altro, a vivere e affermare la propria differenza, socializzandola e rendendola disponibile alla negoziazione. Spinge a riflettere sulle regole sociali e sul suo passato, perché la cultura, tutte le culture, sono in larga parte un tessuto di relazioni, un'amalgama di memoria e immaginazione. L'esperienza narrativa è particolarmente da questo punto di vista, perché dimostra, prima di tutto, che la personalità non si definisce al di là di questa capacità di raccontarsi e, in secondo luogo, che ciascuno si costruisce nella relazione continua con l'altro, col suo gruppo di appartenenza che si appoggia e cresce su una memoria comune.

"Una volta dotati di questa capacità, possiamo produrre un'identità che ci collega agli altri, che ci permette di riandare selettivamente al nostro passato, mentre ci prepariamo per la possibilità di un futuro immaginato. Ma le narrazioni che raccontiamo di noi stessi, che costruiscono e ricostruiscono il nostro Sé, sono attinte alla cultura in cui viviamo. Per quanto possiamo fare assegnamento su un cervello funzionante per conseguire la nostra identità, fin da principio siamo virtualmente espressioni della cultura che ci nutre. Ma la cultura a sua volta è una dialettica, piena di narrazioni alternative su ciò che il Sé è o potrebbe essere. E le storie che raccontiamo per creare noi stessi riflettono questa dialettica" [17].

Ma il migrante a quale cultura deve riferirsi? Con quali modelli di identità culturalmente co-costruiti deve confrontarsi? Di quale cultura il suo racconto è il riflesso? Con chi condivide la sua memoria autobiografica?
Non ricordiamo e non costruiamo il patrimonio della nostra storia individuale e collettiva indipendentemente dal contesto nel quale viviamo e dalle strategie sociali che sostengono o cancellano memorie e divergenze. Il modo di porsi e di comunicare procede da un certo modello di interpretazione del mondo, dalla società, dagli scopi della vita, dal modo di concepire la morte.
I meccanismi della memoria, della narrazione e della dimenticanza sono tanto individuali quanto collettivi. Le società umane mettono a punto e dispongono di un insieme di procedure interpretative e di significato con le quali leggere, valorizzare o cancellare fenomeni singoli o di gruppo.
L'atto migratorio, da questo punto di vista, è un esempio significativo: assume valori radicalmente differenti nella comunità che si organizza per offrire la possibilità del viaggio migratorio a uno dei suoi membri e nella comunità che si organizza per accogliere o respingere il migrante.
Da qui l'imperativo di comporre e interrogare i processi di transculturazione presenti nella società di accoglienza come nei gruppi ai quali il migrante appartiene. L'impegno a definire i riferimenti comuni e reciproci, a combinare le differenze, a mettere in relazione più significati sociali.

L'obbligo a stabilire connessioni e legami in un tempo in cui l'individuo e la sua storia si definiscono spesso attraverso l'universalità delle coscienze, la dispersione di memorie comuni, l'invisibilità, sempre più minacciante, dei segni di appartenenza.
Questa universalità è, come scrive Sironi, una tortura che

"agisce sempre per deculturazione, cioè per riduzione della persona alla sua parte universale, privandola deliberatamente delle sue affiliazioni" [18].

L'attuale universalità rovina i legami, li priva del loro spessore e fragilizza tutto ciò che dona loro valore (il senso della continuità generazionale, i segni dell'affiliazione a un gruppo, i dispositivi che partecipano alla costruzione di una memoria comune).
Nella narrazione di sé, queste necessarie affiliazioni, gli attaccamenti plurali alle lingue, antenati, modi di fare, panorami, le particolarità di ogni biografia hanno un loro posto.

"Considerare gli esseri umani come esseri fondamentalmente <attaccati> ha sollevato delle opposizioni di tipo ideologico (…) una persona è tanto più <libera> quanto meno vincolata, tanto più <liberata> quanto più svincolata… La pressione ideologica obbliga chiunque a pensarsi prima di tutto senza legami e, se comunque se ne riconosce, a immaginarli liberamente e coscientemente contratti" [19].

Non è vero che si tanto più liberi quanto si è meno radicati. Da questo punto di vista i migranti sono maestri, non solo perché sono un trait d'union, delle passerelle fra comunità e culture, ma anche perché provano che ciascuna delle nostre appartenenze ci lega a un gran numero di persone. Più le nostre appartenenze sono numerose, più la nostra identità si dimostra specifica. Ridurre l'identità intera a una sola appartenenza, significa fabbricare degli assassini [20].

La migrazione è un "fatto sociale totale" [21], perché parlare della migrazione è parlare della società nel suo insieme, parlarne nella sua dimensione diacronica, cioè nella sua prospettiva storica e nella sua estensione sincronica, cioè dal punto di vista delle comunità implicate. Parlare dei migranti, di saperi altri, significa necessariamente parlare di sé, del proprio sapere, pensare alla propria storia e alle contraddizioni della cultura nella quale si colloca. Di conseguenza il disturbo psicosociale del migrante deve essere letto come un segno di disordine collettivo e come una domanda e un dovere al tempo stesso - di definire gli orizzonti di appartenenza e le responsabilità reciproche dell'individuo o dei gruppi.
Se i migranti e le società occidentali non trovano nel dialogo e nella ricomposizione delle differenze una risposta a queste domande, lo scacco sarà inevitabile e porterà, da un lato, a dei disturbi psico e sociopatologici, e dall'altro a politiche sanitarie dispendiose o a duri interventi di prevenzione della marginalità e della delinquenza.
In assenza dei punti di riferimento chiari e abituali che sostengono il soggetto e l'orientano nelle scelte, i confini della persona rischiano di dilatarsi fino a perdersi. Questi sintomi sono nodi di conflitti micro e macro sociali che attaccano l'identità e che possono essere allentati soltanto restituendo occasioni di memoria e collocando la storia del migrante in un tessuto nuovo, in un impegno politico di relazioni e di significati.
La nostalgia e le problematiche del migrante veicolano una narrazione originale nella quale i legami interrotti o diventati troppo fragili si congiungono di nuovo, identità disgregate si costruiscono e si profila per "loro" e per "noi" una ricomposizione delle tante affiliazioni e attaccamenti che catturano.

Nòvita Amadei

E-mail: novita_amadei@hotmail.com

NOTE:

[1] ARENDT H. Vita activa. Bompiani. Milano 2001, pag. 134.

[2] ARENDT H. in CAVARERO A. Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Feltrinelli. Milano 1997, pag.8.

[3] NATHAN T. Non siamo soli al mondo. Bollati Boringhieri. Torino 2003, pag. 45.

[4] NATHAN T. in TAILLOT T. Petit manuel de psychotérapie des migrants (IV), in "Nouvelle Revue d'Ethnopsychiatrie", 1996, pag. 176 (traduzione dell'autrice).

[5] Ibidem, pag. 181 (traduzione dell'autrice).

[6] Gli attaccamenti non sono mai etnici e dipendono dai percorsi individuali di ciascuno.

[7] NATHAN T. L'influence qui guérit, Odile Jacob, Paris 1996, pag. 140 (traduzione dell'autrice).

[8] DELEUZE G., GUATTARI F. Che cos'è la filosofia, Einaudi, Torino, 1996, pag. 101.

[9] SIRONI F. Les "Laissés pour compte de l'histoire collective": psychopatoligie des mondes perdus, in "Psychologie Française", 47, 2002, pag. 47 (traduzione dell'autrice).

[10] Per esempio, se si ha una sensazione soggettiva di malessere, di dolore (illness) si consulta un medico che riferisce una diagnosi lesionale (disease) e legittima il ruolo sociale del malato (sickness).

[11] BRUNER J. La fabbrica delle storie, Laterza. Roma, Bari, 1996, pag. 116.

[12] NATHAN T. L'influence qui guérit. Odile Jacob, Paris, 1996 (traduzione dell'autrice).

[13] (13) AUGE' M. I non-luoghi, Elèuthera, Milano, 2002, pag. 86. La surmodernità, secondo l'autore, è l'esperienza di solitudine legata all'apparizione e alla proliferazione dei non-luoghi. E i non-luoghi, a loro volta, sono definiti nel seguente modo: "Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi identitario, né relazionale, né storico, definirà un non luogo" (pag. 73).

[14] BENEDUCE R. Frontiere dell'identità e della memoria, Franco Angeli, Milano, 2001, pag. 40.

[15] BRUNER J. La fabbrica delle storie, Laterza, Roma-Bari, 2002, pag. 102.

[16] Ibidem, pag. 105.

[17] BRUNER J. La fabbrica delle storie, op. cit. pag. 99.

[18] SIRONI F. L'universalité este-elle une torture?, in "Nuovelle Revue d'Ethnopsychiatrie", 34, 1997, pag. 55 (traduzione dell'autrice).

[19] NATHAN T. Non siamo soli al mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 49.

[20] Nathan scriveva così in L'influence qui guérit, op. cit.,pag. 31. "Lo dichiaro forte e chiaro, i bambini del soninké, dei barbara, dei peul, dei dioula, degli ewoundou, degli dwala, quali ancora?, appartengono ai loro antenati. Fare loro il lavaggio del cervello, per farne dei bianchi, repubblicani, razionali e atei, è semplicemente un atto di guerra" (traduzione dell'autrice).

[21] La ricerca etnologica definisce "fatto sociale totale" ciò che fa sì che un gruppo umano agisca in un tempo e uno spazio determinati come un tutto. I movimenti migratori ne sono un esempio paradigmatico.

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