N. 12 - Settembre 2006
PSICOLOGIA APPLICATA: Grafologia.
Grafologia e Medicina: la collaborazione possibile.
Prima parte
Di Anita Rusciadelli
“...
non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
... ne varrebbe la pena.”
C. Pavese (Poesie)
La richiesta di un’analisi grafologica è una vera e propria richiesta di aiuto, generalmente motivata da uno stato prolungato e profondo di sofferenza, che prende le forme dell’insoddisfazione, dell’ansia, del vuoto, della malinconia, della solitudine, della rabbia, ma anche della depressione, del disturbo alimentare, della sindrome autistica, della psicosi e ancora e ancora.
È, a mio avviso, opportuno e doveroso, da parte del grafologo - qualora si trovi di fronte a scritture che rivelano importanti “segnali d’allarme”- invitare il cliente a cercare un adeguato sostegno medico, poiché la persona psicologicamente e fisicamente esausta non è in grado di attivare al meglio quel processo di coscientizzazione e di cambiamento che un’analisi grafologica innesca, richiedendo energie fisiche e mentali, volontà e tenuta.
Tratti grafici sofferenti ed evanescenti, contratture, ammaccature, cedimenti, esagerazioni, rigidità o stereotipie, fughe, sobbalzi, sono tutte spie di uno stato di salute psico-fisica non ottimale, che può tradursi in patologia vera e propria, se non viene adeguatamente e preventivamente trattato.
La profonda convinzione dell’utilità di una collaborazione tra medico e grafologo, mi ha dunque portato, fin dall’inizio della mia attività lavorativa, a contattare senza riserve medici di famiglia, neuro-psichiatri, omeopati, a seconda dell’entità, della tipologia del disagio e della problematica che vedevo emergere dalla scrittura - o, per i più piccoli, dagli scarabocchi e dai disegni – su cui stavo lavorando.
In un rapporto di fiducia reciproca costruito nel tempo e nel confronto, i medici interessati hanno gradualmente iniziato a richiedere, per alcuni pazienti che si sottoponevano alle loro cure, un’osservazione grafologica, nell’intento di comprenderli meglio, perché essi stessi si comprendessero meglio e perché fossero guidati alla conoscenza delle motivazioni profonde e spesso antiche della loro sofferenza.
Nella maggior parte delle persone afflitte da disturbi di origine psichica, infatti, se recettive e veramente intenzionate ad affrontare la loro patologia in maniera consapevole ed attiva, la profonda conoscenza di sé, delle proprie dinamiche interiori e dei meccanismi che hanno innescato lo stato di malessere, crea un terreno più favorevole al processo di guarigione ed evita l’ovattamento emotivo che deriva dalla cronicizzazione del sintomo, spesso tenuto a bada attraverso un uso continuativo e perenne del farmaco.
Una consapevole rivisitazione interiore, affiancata dal sostegno prezioso della terapia farmacologia, permette dunque di evolversi e di migliorar il proprio stato di salute psico-fisica; ad ogni minimo cambiamento nella direzione del proprio equilibrio, infatti, sempre corrisponde una sensazione di leggerezza e di benessere che dispone positivamente e che rende gradualmente sempre meno necessaria l’assunzione di farmaci ansiolitici o antidepressivi.
Il caso di Michele
Michele ha 15 anni, frequenta una scuola che non gli piace, studia tutto il pomeriggio con grande volontà e, nonostante ciò, il suo rendimento è insoddisfacente per gli insegnanti che lo vorrebbero più disinvolto, partecipativo, sicuro nell’esposizione e preparato.
Viene al mio studio con un’andatura mesta di chi si sente poca cosa, si guarda intorno con aria triste e assente e lascia parlare sua mamma che mi racconta, con preoccupata delicatezza, di come il ragazzo sia amareggiato e disilluso, solitario ed ostinato, poco socievole e poco propenso al confronto, teso e aggressivo, rigido e, allo stesso tempo, spavaldo nel modo di proporsi in casa, spesso sofferente di forti emicranie.
Mentre ascolto, guardo attentamente la scrittura recente di Michele (fig.n.1) e vedo uno stato di tensione che rallenta e spesso blocca non soltanto la motricità grafica ma l’intera personalità, impedendo al ragazzo di essere, di pensare, di agire e di muoversi in maniera autonoma e spontanea, fiduciosa e progressiva, libera e progettuale.

Fig.n.1
Ritrovo, tra i segni vergati sul foglio, gli indici di una natura sensibile e disponibile, dalla vivacità contenuta e dalla vitalità delicata, soggetta a facile stancabilità e a momenti di cedimento; riconosco l’orgoglio troppe volte ferito, la determinazione a non mollare, lo sforzo di adeguamento per non deludere le aspettative e l’introiezione dei giudizi e dei parametri altrui, così dilagante da oscurare ogni pensiero, desiderio, inclinazione ed aspirazione individuale.
Riconosco i segni di una volontà che ha perso la motivazione, di un agire senza ombra di gusto, di un vuoto interiore che trova il suo riempimento nel cibo e di un adattamento passivo tenuto in piedi con i denti.
Così come prevede il mio lavoro, inizio a parlare di un Michele dimenticato, delle sue potenzialità, delle sue risorse, delle sue peculiarità e delle sue inclinazioni; ridimensiono per un attimo una situazione effettivamente problematica per lasciare spazio ad una finestra che si apre, porgendo una gamma di soluzioni e possibilità, in attesa delle sue soluzioni e possibilità.
Insieme, piano piano, si inizia a prendere atto con naturalezza dell’opportunità del supporto medico per spezzare una staticità che non è equilibrio, si mette in conto la possibilità di cambiare il tipo di scuola e di orientarsi verso ciò che Michele, con un sorriso a mezza bocca, come se invece di lui si parlasse di Harry Potter, propone sotto la veste di desiderio.

Fig.n.2
Nell’arco di soli tre mesi, Michele è diventato un altro, o meglio, si è finalmente avvicinato a se stesso; ha cambiato scuola, si è curato come il medico ha creduto ed ha concluso la terapia, sta più diritto con la schiena e mi guarda diritto negli occhi quando mi porta la scrittura, a testimonianza del suo cambiamento (fig.2).
Sono contenta quando vedo il ridimensionamento delle sue lettere perché capisco che l’orgoglio ferito ha lasciato il posto ad una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie possibilità e che Michele ha abbandonato l’ostentazione e la rigidità difensiva, allentando i freni.
Sono contenta del movimento che di nuovo compare nella sua scrittura, perché mi parla del riattivato movimento interiore, dell’azzardare un accenno di spontaneità, del guardarsi intorno e del riconoscere stimoli e spiragli, del considerare il proprio pensiero ed il proprio sentire; sono anche contenta della fragilità che vedo nelle letterine dal tratto flebile e filiforme, perché è meglio essere fragili e delicati con la certezza di potersi gradualmente irrobustire, che fingere di essere forti e coriacei, giganti coi piedi di argilla.
Anita Rusciadelli
E-mail: anitarusciadelli@tiscali.it