Script riflessioni - i campi della soggettività - Rivista Online

N. 13 - Maggio 2007

Rivista diretta da Giovanni Lancellotti e Alberto Lorenzini
Editoriale.

Giovanni Lancellotti e Alberto Lorenzini.

Ci presentiamo di nuovo, dal settembre 2006, data dell’ultimo numero della rivista.
Questo è il numero 13, che inaugura il settimo anno di attività, a partire dal 2001. Ci auguriamo, con calmi voti relativi al tempo, di poter ancora continuare, in un regime di cabotaggio, che si arricchisce via via dei naviganti che desiderano salire a bordo nei momenti di attracco. Come al solito la navigazione è aperta a tutti.

Il "fondo" di questo numero è dedicato ad un articolo sulla “self-disclosure” di Owen Renik. Owen Renik, M.D., è analista didatta e supervisore presso il San Francisco Psychoanalytic Institute, nonché Editor-in-Chief della rivista Psychoanalytic Quarterly.
La self-disclosure è il tema più originale e “scandaloso” che la letteratura sulla tecnica psicoanalitica abbia affrontato, specialmente negli Stati Uniti, in questi ultimi anni. “Spesso l’analista, svelando la propria esperienza, rischia una specie di esplicito e faticosissimo esame critico da parte del paziente. Sono momenti in cui la disponibilità alla self-disclosure implica una scelta a favore del benessere del paziente e a discapito di quello dell’analista” (Renik).
Lungi dal rappresentare una forma di semplificazione selvaggia del tradizionale rituale psicoanalitico, a favore della spontaneità, la self-disclosure rappresenta un’efficace applicazione tecnica della prospettiva relazionale in psicoanalisi. La base teorica di questa ampia corrente che coinvolge diverse scuole della psicoanalisi contemporanea (vedi su questo stesso numero la recensione della rivista Ricerca Psicoanalitica, organo della Società Italiana di Psicoanalisi Relazionale) si ritrova nella concezione del costruttivismo sociale, elaborata in psicoanalisi da Irvin Hoffman. Secondo questa visione della realtà psicologica e del processo psicoterapeutico, i fenomeni che si pongono all’attenzione della coppia analitica sono cocostruiti nell’hic et nunc della relazione (o forse, sarebbe meglio dire ricostruiti e drammatizzati con il concorso indispensabile di entrambi i partner) e non semplicemente riprodotti come meccaniche trasposizioni del passato del paziente. Per questo motivo, l’atteggiarsi dello psicoanalista a specchio della psicologia del paziente o schermo bianco delle sue proiezioni, appare non più come la condizione di una comprensione scientifica oggettiva ma come un artefatto. Come osservare il comportamento di un animale in gabbia e scambiarlo per genuina espressione della sua natura.

Nella sezione dedicata agli "Strumenti del vedere" pubblichiamo un articolo di Alberto Lorenzini sulle affinità nascoste che avvicinano la psicologia analitica di Jung e la psicologia del Sé di Kohut. Non troverete un elenco delle somiglianze e un elenco delle differenze, perché lo strumento del vedere, in questo caso, assomiglia di più alla radiografia, alla visione per trasparenza che mette in luce una sottile filigrana. Lo scritto, infatti, si articola nel tentativo di cogliere l’essenziale di ciascuno dei due metodi terapeutici, sfrondandoli di tante sovrastrutture. Entrambi essi mirano alla ricostruzione del ponte che collega mondo interno e realtà condivisa, entrambi essi si rivolgono allo sviluppo della personalità, intesa come un unicum, una totalità che non può essere scomposta in parti, salvo che nella malattia ed entrambi lavorano al loro scopo creando una dimensione psicologica particolare, un contenitore alchemico dentro il quale diventa possibile compiere l’impresa. Lorenzini individua tale dimensione psicologica nello spazio transizionale descritto da Winnicott: “una terza parte della vita dell’essere umano ... un’area intermedia di esperienza… posto-di-riposo per l’individuo impegnato nel perpetuo compito umano di mantenere separate, e tuttavia correlate, la realtà interna e la realtà esterna”. Possiamo immaginare il ruolo indispensabile di tale dimensione psicologica come quello di un enzima che avvicina gli opposti senza che si respingano e consente ad una sintesi, altrimenti impossibile, di avvenire.

Con questo ci avviciniamo alla rubrica successiva, "I modi del fare", che vede lo scritto di un autore basilare per la storia della psicoanalisi e della terapia psicologica, come Donald Woods Winnicott. Non frequentemente gli psicoterapeuti sono stati propensi a raccontare o riportare la materialità (il linguaggio come elemento primo di rappresentazione del vissuto psichico) di una seduta di psicoterapia o del percorso di cura visto nei particolari, come elementi che dal grezzo vanno al progressivo finito. Tale è invece la pagina che riportiamo, tratta da DONALD WOODS WINNICOTT Frammento di un’analisi, “Il Pensiero Scientifico” Editore, Roma 1981 (Titolo originale Fragment of an Analysis, 1978).
Lo scritto (il frammento di un frammento) ci porta in un clima di psicoanalisi classica, con interpretazioni frequenti, analisi puntuali della situazione di transfert, emozioni che vengono incanalate nella sicura griglia interpretativa.
Forse un “mondo” che, con questi esatti parametri, non esiste quasi più, ma che ha avuto un’importanza determinante nel porre “basi sicure” per i futuri e diversi sviluppi della pratica terapeutica.

Ancora una volta (e direi con ancora maggiore delicatezza rispetto agli interventi precedenti), la grafologia, nella sezione "Psicologia applicata" e attraverso lo scritto di Anita Rusciadelli, ci viene in aiuto come “corollario” essenziale dell’analisi di un bambino e come strumento molto interessante in situazioni, come quella infantile, che non hanno ancora compiutamente le condizioni per un buon esito della terapia della parola e che richiedono quindi altri strumenti di analisi e di relazione psicoterapeutica.

"Un vasto campo", che si occupa di psicologia e società, del mondo di “fuori”, ospita lo scritto “Io impiegato, finito a dormire per strada”, a firma Federico Bonadonna e pubblicato sull’inserto “Liberazione della domenica” del quotidiano “Liberazione”, in data 25 settembre 2005. L’articolo ci introduce negli aspetti di una sofferenza individuale e sociale che può arrivare all’improvviso (in questo caso determinata da una separazione coniugale) e che muta radicalmente la sicurezza di chi “entra in sofferenza”.
La difficoltà economica per assicurarsi una nuova abitazione, non più condivisa, il venir meno degli spazi e delle abitudini quotidiane, che danno sicurezza, e la solitudine scuotono l’esistenza del protagonista dell’articolo, sottolineando la “fragilità” e l’imponderabilità delle relazioni sentimentali, sulle quali spesso si costruisce l’impalcatura di un’intera vita.

"Sceneggiature della psiche" questa volta è un settore caratterizzato da due interventi, rispettivamente di Giovanni Lancellotti. e Barbara Siniscalco. Il film analizzato è "Turista per caso", di Lawrence Kasdan (USA 1988). L’analisi di Giovanni Lancellotti si addentra nei meandri filmici con lo scopo di evidenziare, attraverso le scelte iconiche dell’opera, la descrizione del lutto e le difficoltà elaborative che ne seguono. A prima vista il film può apparire leggero, nella sua forma di commedia. In effetti racchiude analisi psicologiche molto puntuali e piuttosto raffinate (un esempio per tutti il microcosmo fobico-maniacale della famiglia di origine del protagonista).
Rimane un’opera di sicuro impatto di pubblico, ma non del tutto convincente per gli aspetti filmici, alcuni dei quali, come la sceneggiatura (soprattutto della seconda parte) risultano deboli e giustapposti, più che armoniosi, all’interno della trattazione complessiva.
L’approccio di Barbara Siniscalco è decisamente di taglio psicologico, con l’attenzione rivolta alle modalità dell’elaborazione del lutto dei protagonisti della famiglia, cane compreso (o della difficoltà ad affrontarla). In modo semplice e chiaro vengono seguite le dinamiche di sopravvivenza che accompagnano l’evento della morte del figlio del protagonista e l’evoluzione o la stasi successiva, con particolare attenzione ad una riflessione di carattere psicoanalitico e sistemico.

"Rogers contemporaneo" si avvale di due collaborazioni “rogersiane” (una prefazione e una presentazione), rispettivamente di Alberto Zucconi e di Gian Luca Greggio, collegate, per Zucconi a CARL R. ROGERS e DAVID E.RUSSEL. Carl Rogers: un rivoluzionario silenzioso, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 2006 (Titolo originale Carl Rogers: The quiet revolutionary. An oral history, 2002, e, per Greggio, a MARIA LUISA VERLATO e MAURA ANFOSSI. Relazioni ferite, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 2006.
Entrambi gli scritti, nei differenti modi, sono una testimonianza della vitalità e “serietà” degli assunti teorici e della pratica terapeutica rogersiana, in quanto Rogers viene raccontato e interpretato come lo studioso che è andato all’essenziale del rapporto terapeutico, partendo dal socratico “sapere di non sapere”, per giungere alla “maieutica condivisa col cliente. Non per questo sottovalutando la teoria (senza la quale non si va da nessuna parte), ma traendola dalla vita stessa della pratica psicoterapeutica e non sovrapponendola ad essa.

La rubrica "Psicologia, scuola, formazione" presenta un articolo di Eleonora Aquilini, sul Senso della relazione alunno-insegnante in una prospettiva costruttivista, che si inserisce nella stessa prospettiva metodologica del fondo dedicato a Renik. In particolare, l’approccio costruttivista viene qui indicato non solo nei riguardi dei percorsi didattici e dei contenuti disciplinari, ma soprattutto nei riguardi della relazione con gli alunni: “Sia nell’insegnamento tradizionale che in quello innovativo, generalmente si concepisce che il primo attore della comunicazione sia comunque l’insegnante che indirizza il senso della conversazione verso l’alunno e dall’alunno riceve poco o nulla. Non perché l’alunno non risponda anche in un linguaggio non verbale, ma perché l’insegnante non è disposto a mettersi in gioco come persona in grado di accogliere empaticamente le risposte degli alunni.”

"Raccontare/raccontarsi. Le autobiografie" ci ha arricchito della collaborazione di Patrizia Petrosino. Il suo intervento si potrebbe definire, nella sua gradevole semplicità e chiarezza, una riflessione metaautobiografica, in quanto è un frammento individuale sul piacere dell’autobiografia, insieme percorso personale e analisi del significato di un’esperienza. Chiude l’articolo l’esempio di un’esperienza precoce di raccontare se stessi, attraverso la spontaneità dell’infanzia, mutuata in seguito, sempre attraverso la scrittura, con la maturità dell’esperienza del tempo vissuto.

"Magmatica, le voci di dentro"
In questa nuova rubrica si vuole dare spazio ad una prospettiva psicologica soggettiva e immediata, nel corso d’opera. Il vero Sé grida dalle miniere del mondo interiore: grida la sua rabbia, per le ferite che ha ricevuto, grida la sua impotenza per essere stato in balia d’altri che l’hanno marchiato e grida la sua disperazione, perché anela al mondo di fuori, alla luce e al calore del sole, ma sa che ogni volta che ha osato di avvicinarsi alla superficie è stato di nuovo smentito, frainteso e svilito. Il magma sotterraneo è la parte fiammeggiante dell’inferno. In realtà, come lo ha descritto Dante, tutte le possibili torture sono contenute in quel luogo. Quando però un’anima riesce ad entrarci da viva, ovvero quando comincia a farsi autoriflessivamente consapevole delle proprie torturanti emozioni (quelle della “psico-patologia” cioè le emozioni del proprio intimo soffrire), allora vuol dire che è cominciato il suo viaggio coraggioso, unico, indescrivibile, alla imprescindibile ricerca di una vita vera.
Giacomo Marrocco, naturalmente, è uno pseudonimo, o, se vogliamo, un nome iniziatico: è il nome-viatico di un ricercatore che non esita ad inoltrarsi in una materia complessa ed estremamente dolorosa, appunto quella del proprio vero sentire, ed è arrivato ad un punto dove il confronto con questa materia è talmente spossante da mettere in crisi tutte le sue precedenti ipotesi di significato. Nemmeno le ultime notizie che giungono dal suo viaggio sono particolarmente rassicuranti: “La realtà indifferente continua a triturarmi, e non può essere mandata via, l'unica via di scampo sarebbe accettarla, ma io non voglio, io voglio imporre la mia volontà sull'esistenza, e se non posso essere la persona sana che credevo dopotutto, oltre all'inferno, di essere, non voglio essere nessuno, non voglio dimostrare ne' coraggio ne' buon senso, non voglio piegarmi al mondo, non voglio accettare le sue inappellabili decisioni. Sì, come un bambino che pesta i piedi perché non tollera la realtà. Così. Io non la tollero. E non mi adatterò ad essa. Piuttosto farò tutte le stupidaggini che uno può fare - ma mi rifiuto categoricamente di seguire il buon senso, e accettare la realtà”.

"Recensioni, riflessioni sulla scrittura" questa volta, come già in passato è successo, presenta una critica tratta dalla pagina culturale del quotidiano “Il manifesto”. Il libro in questione, recensito da Marco Dotti, è opera dello scrittore svedese PER OLOV ENQUIST e si intitola Il libro di Blanche e Marie, Iperborea, Milano, 2006 (Titolo originale Boken om Blanche och Marie, 2004).
Come servizio utile ad un ipotetico lettore trascriviamo di seguito le informazioni dell’Editore, riportate nel retro di copertina del libro stesso.
“Marie è Marie Curie, l’eroina della scienza, la visionaria polacca cui la scoperta del radio e le rivoluzionarie ricerche sulla radioattività valsero ben due premi Nobel, il primo dato ad una donna e la prima a meritarne un secondo. Blanche è Blanche Wittman, la paziente preferita di Charcot per i suoi innovativi esperimenti terapeutici, la “regina delle isteriche” alle cui pubbliche sedute di ipnosi assistevano Freud e Strindberg, Babinski e Sarah Bernhard, accorreva tutta l’élite medica, intellettuale e mondana della Parigi di fine Ottocento. Due donne che vengono da origini e mondi lontani e il cui incontro è la scintilla di un’unica domanda, una comune lotta e uno stesso destino: entrambe bruciate nell’anima e nel corpo dall’inspiegabile e letale luminescenza azzurra del radio e da quella non meno misteriosa e mortale della passione. Guarita dopo la morte di Charcot, e diventata assistente di laboratorio di Marie, sua amica e confidente, Blanche è la testimone di cui Enquist si serve per intrecciare le due grandi avventure scientifiche che segnano l’inizio della modernità, farne rivivere i protagonisti e, attraverso i due luoghi simbolo della sua vita, il laboratorio delle ricerche sul radio e l’infernale gineceo della Salpetrière, il più rinomato ospedale neurologico del tempo, dove Charcot apre la via all’esplorazione del tenebroso continente femminile, indagare su un’epoca ricca di fermenti libertari e di oscurantismo, di ambigua ricerca di verità e di ipocrisia. Ma è la domanda di Blanche e Marie il centro del romanzo, che è soprattutto romanzo d’amore e sull’amore: qual è la misteriosa natura di quel legame che unisce Blanche e Charcot, quel potere incontrollabile che spinge la celebre vedova Marie a innamorarsi perdutamente di Paul Langevin, un ex allievo di Pierre, sposato e padre di famiglia, mettendo a repentaglio reputazione, carriera e quasi l’incolumità? Qual è “la formula chimica del desiderio”, il suo peso atomico, l’unità di misura dell’amore che potrebbe aiutare a capire la sua felicità e la sua inaudita sofferenza e a trovare quel nesso che darebbe un senso a tutto?”.

"Riviste" è un’altra nuova rubrica, dedicata di volta in volta ad illustrare una rivista di interesse psicologico. In questo numero Alberto Lorenzini presenta "Ricerca Psicoanalitica", Rivista della Relazione in Psicoanalisi.

Giovanni Lancellotti psicologo-psicoterapeuta
per SCRIPT Centro Psicologia Umanistica PISA
E-mail: giovannilance@tiscalinet.it

Alberto Lorenzini medico psicoterapeuta. E-mail: alberto.lorenzini@gmail.com

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