N. 14 - Gennaio 2008
GLI STRUMENTI DEL VEDERE (La teoria e la sua applicazione)
Aspetti della relazione narcisistica
Di Roberto Filippini
Inizialmente l'altro può essere attratto dall'immagine scintillante
della grandiosità narcisistica. Un'immagine che produce immagini, che
introduce ad immagini, che seduce per immagini.
Talvolta, come nei grandi seduttori, la grandiosità fa balenare un
mondo diverso, in cui finalmente l'importanza del soggetto sedotto sarà
riconosciuta e affermata. "Io cambierò la tua sorte!" canta
Don Giovanni in un'indimenticabile aria di Mozart alla ragazza, e questa risponde
- è il caso di dirlo - per le rime: "Presto, non sono più
forte!" E lei ora ad avere bisogno di Don Giovanni, e il bisogno si è
fatto urgente. Altre lusinghe possono venire dalla modalità speculare
dell'idealizzazione: "Io sono come te", "Tu sei come me"
canta l'antica, l'eterna lusinga delle Sirene che invitano ad un abbraccio
che è tutto con il tutto. È uno specchio che viene costruito
davanti, in cui quella persona può finalmente vedersi grande, bella,
potente, scintillante come colui/colei che ha davanti.
Altre volte quel modo di fare sicuro, deciso, di chi non ha né ammette
ripensamenti può abbagliare nature semplici, oppure nature complicate
sempre in cerca di certezze e di rifugio dai dubbi. Questo atteggiamento del
narcisista può infatti essere confuso - e quasi sempre lo è
- con una sicurezza che trasuda da ogni suo gesto, da ogni suo sguardo e parola.
La sensazione di aver finalmente trovato qualcuno di cui potersi fidare può
comparire come una rivelazione, come una salvezza. In realtà, indagando
più in profondità, si tratta in molte situazioni della sensazione
di aver finalmente trovato qualcuno cui potersi affidare vivendo
una proiezione di narcisistica perfezione.
Il più delle volte la vittima di queste relazioni è dunque a
sua volta più o meno segretamente complice. Per dirlo con le parole
di Nietzsche: "Esperienze terribili ci fanno riflettere se non sia per
caso terribile colui che le ha vissute" (Nietzsche F., 1886, p. 96, n.
89).
Chi viene sedotto narcisisticamente possiede infatti una sua tensione narcisistica
alla grandiosità, all'ideale, al tutto, una sua difficoltà a
percepire i propri limiti e i propri desideri - è anch'egli alla ricerca
di uno specchio o di essere a sua volta uno specchio, il suo narcisismo è
complice nel costruire un mondo di specchi.
“Mirrors and copulations are the same, because they both multiplicate
the number of human beings”. È una frase che mi colpì
in un libro letto anni fa, che cito a memoria e di cui non ricordo l'autore
(Ionesco? Borges?), che mi sembra descrivere molto bene la confusione luciferina
- come la chiamerebbe forse Lopez - che è alla base della seduzione
narcisistica. Essa va assolutamente distinta dalla seduzione sessuale. Dalla
seduzione sessuale possono infatti venire bambini, cioè frutti, germogli,
vita che si rinnova. E inoltre essa porta con sé esiti che vanno oltre
i protagonisti, scopi che trascendono i loro ego. La seduzione sessuale
è riservata a personalità abbastanza strutturate e complesse
da sembrare semplici. Essa cerca il piacere condiviso; cerca la complementarità
di un altro che perciò è pensato, immaginato, desiderato in
quanto diverso; cerca uno scambio reciproco e permette un uso reciproco
che è possibile soltanto quando esiste la capacità di sopportare
i propri inevitabili sentimenti di inadeguatezza. La seduzione sessuale presuppone
quindi il riconoscimento dei propri limiti e la sua presenza implica che un
individuo abbia raggiunto in sé l'integrità sufficiente a perseguire
propri scopi, personali e diversi da quelli degli altri. Come si vede, ce
n'è abbastanza per far aborrire la sessualità e la seduzione
sessuale a generazioni intere di moralisti, e a tutti i nostalgici di perfezioni
ideali e di utopie. Per inciso, più spesso di quanto non si pensi,
moralisti come questi svolgono l'importante funzione di dare un volto, un
nome, un perché - di rivestire di un'idea, perciò codificandole
- a paure che trattengono molte persone - spesso compresi forse loro stessi
- da esperienze, come quella della seduzione sessuale e del piacere condiviso,
per cui la loro struttura psichica non è adeguata e che potrebbero
quindi risultare destabilizzanti.
La seduzione narcisistica invece non è legata alla sessualità
- la sessualità può esserne un corollario, o più frequentemente
uno strumento, ma quasi mai le sensazioni di attrazione dei corpi sono un
movente della seduzione narcisistica - tanto è vero che essa può
avvenire nei tipi più diversi di relazione: non solo nelle dinamiche
di coppia, ma in relazioni professionali, hobbistiche, sportive, di amicizia,
e arrivare a contagiare persino gruppi, o, come insegna Freud, folle intere.
Alla sua base c'è sempre uno specchio e immagini di ideali che si riproducono
attraverso di esso.
Alla base della relazione perversa narcisistica troviamo sempre qualcuno
che tenta di controllare dall’interno un altro, inducendolo ad essere
perfetto per i suoi bisogni, e qualcun altro che tenta disperatamente di essere
perfetto per i bisogni dell’interlocutore, tentando così, a sua
volta, di controllarlo dall'interno. In pratica, il narcisismo dell'uno
tenta di controllare il narcisismo dell'altro, e viceversa. Per distinguere
questa forma perversa incentrata sul controllo narcisistico dalle vere e proprie
perversioni sessuali, Bergeret propone il termine di “perversità”
al posto di quello di “perversione” (Bergeret J., 1974,
p. 267).
Un punto fondamentale da notare è che il dinamismo perverso si svolge
in una dimensione inferiore: non consiste cioè tanto nell’imporre
all’interlocutore un comportamento piuttosto che un altro, ma essenzialmente
nel condizionarlo dall’interno. Consiste cioè nell’iniettargli
dentro un modo di sentirsi e di sentire, un modo di essere. Con le
nostre considerazioni ci muoviamo infatti in una dimensione dell'esistere,
non in una dimensione del "fare". Nella seduzione perversa non si
tratta di indurre qualcuno a "fare" qualcosa, ma di stabilire ciò
che una persona deve essere, ciò che deve provare. Talvolta un "fare"
qualcosa può acquistare importanza, ma soltanto come controprova narcisistica
dell'efficacia di un dominio e di un controllo interiore. Ad esempio, le così
dette "prove d'amore" certe volte hanno una valenza sessuale, ma
certe altre volte vi prevale invece il significato di rappresentazione "scenica"
di un possesso narcisistico.
A lungo andare, tuttavia, lo specchio si rompe. Compaiono rabbia, controllo,
e una corsa per affermare un potere: una corsa che non può mai aver
fine perché una possessione non può mai essere completa, totale,
speculare - il solo risultato che potrebbe finalmente acquietare. Abbiamo
visto l'uso della proiezione della colpa, della sessualità, delle emozioni,
per tenere il controllo sull'altro, modificandolo dall'interno, a partire
cioè dai suoi stati d'animo. Ci sono già familiari alcuni dei
modi in cui nella relazione l'altro viene controllato. A poco a poco viene
spezzata ogni sua iniziativa, ogni manifestazione del suo ordine mentale,
ogni stato d'animo che venga dall’intimo di un Sé autonomo. Tutto
ciò avviene in modo quasi automatico, con l'innocenza incurante e inconsapevole
con cui un sistema anticorpale automaticamente e sistematicamente circonda
il suo antigene, e lo fagocita, lo paralizza, lo scioglie.
Abbiamo già incontrato quello che la Jeammet (1989) ha denominato “odio
bianco”: quel rabbioso disconoscimento oppure quel continuo, quell'insinuante
fraintendimento dei moti interiori e dei sentimenti dell'altro. Esso è
quasi sempre unito ad una altrettanto continua, inquisitoria attenzione, per
cui frequentemente l'altro è chiamato a rispondere al narcisista non
tanto di ciò che ha fatto ma di ciò che prova
in quel determinato momento. Ogni carenza di rispecchiamento della sua importanza
e della grandiosità è una macchia nel mondo, una minaccia di
svuotamento, un insulto. Ogni segno che l'altro è un centro autonomo
di interessi, passioni, gusti è un affronto e un'offesa.
L'altro dunque sentirà smentita la propria realtà - prima di
tutto il modo in cui si percepisce ed è abituato a considerarsi. Si
sentirà accusare di ciò che non ha nemmeno pensato - soprattutto
gli verrà imputato ciò che egli non è. Ogni suo atteggiamento
sarà "frainteso". Egli non sarà visto, considerato.
Soprattutto i suoi moventi saranno sottilmente o rumorosamente travisati.
Talvolta la cosa peggiore sono i silenzi, l'estraneità che improvvisamente
si crea. Altre volte, può essere un non sentirsi considerati, fino
a un non essere visti; non solo ciò che si è, ma anche ogni
cosa che ci accade sembra trasparente, invisibile: se ciò si verifica
con una persona significativa, un genitore, un coniuge, un figlio, l'esperienza
sarà tragica.
L'interlocutore del narcisista si troverà a fronteggiare un persistente
attacco alle radici del suo sentimento di identità, che lo stringerà
da dentro e da fuori. Dall'interno, fiorirà un senso di ingiustizia
e di rabbia, poi di impotenza e di disorientamento, quando non di inutilità,
di inanità - di mancanza di significato. Da fuori lo impregnerà,
come una pioggia salata e amara, una inquietante sensazione di instabilità,
il cui nerbo sarà una penosa percezione della propria interscambiabilità
con chiunque altro. "Questa o quella per me pari sono!", come
ne Il Rigoletto sembra risuonare il canto narcisistico.
Verrà del tutto naturale la reazione al sentimento di impotenza e di
scacco, di misconoscimento di sé e della propria interscambiabilità:
gridare più forte, farsi vedere meglio, farsi riconoscere con sempre
nuove e più potenti manifestazioni di sé, della propria bontà,
delle proprie doti, della propria unica e irripetibile individualità
- rendersi insostituibile. Come l'inesorabile e tragica trama dei drammi umani
prevede, si tratta proprio di ciò che alienerà ancor più
l’attenzione del narcisista, perché l’unicità e
particolarità dell'altro sono proprio la macchia
che deturpa la sua serenità e il controllo del suo mondo. Inoltre soggettivamente
egli potrà sentire che l’altro lo trascina al male -
a sentirsi male e a essere il male e a fare il male - e dal suo punto di vista
con qualche ragione: la luminosità raggiunta dall'altro, la sua unicità,
il bene che egli continua a profondere nel tentativo di salvare il sentimento
di sé, potranno infatti risvegliare invidia, avidità, rabbia
e malumore nel narcisista - andranno cioè a costituire e rendere manifesto
e attivare il male dentro di lui.
Si può così innescare una tragica corsa a spirale al rilancio,
fra una difesa delle proprie peculiarità e una affermazione della propria
individualità da una parte, e una difesa dalla turbativa rappresentata
dall'altro e dalla malvagità presagita nell'altro dall'altra parte.
Il punto di stallo è, ad ogni voluta del frenetico, rabbioso, disperato
volo, m'impasse relazionale: l’impossibilità per
la vittima di ammettere la propria impotenza - che significherebbe
accettare la ferita narcisistica del proprio limite e l'alterità del
narcisista, cioè lasciarlo libero di essere e di pensare come è
e come può - e per il narcisista l'impossibilità
speculare (simmetrica) di ammettere dentro di lui il bisogno, il desiderio
o la mancanza (a seconda del quadro di organizzazione di personalità
in cui il narcisismo si erge a barriera difensiva). Il che a sua volta significherebbe
accettare la ferita narcisistica del proprio limite e dell’alterità
dell'altro, cioè ciò che l'altro è e ciò che l'altro
ha, di personale e diverso.
Ecco perché, comunque e in qualunque contesto umano si sia sviluppata
questa dinamica - in una relazione di coppia o in quella genitore/figlio,
in un rapporto professionale di cooperazione o in quello terapeuta/paziente
- essa tende ad assumere per un osservatore esterno sempre più i caratteri
di un vero e proprio conflitto di potere. Il carattere narcisistico del conflitto
può essere riconosciuto, al di là delle dichiarazioni e delle
razionalizzazioni dei protagonisti, dal suo carattere disperato, emotivamente
coattivo ed ogni volta ripetitivo, nonché dalla mancanza o inconsistenza
degli scopi oggettivi cui la prova di potere mira, essendo infatti in essa
prioritaria la difesa e l'affermazione della propria personalità.
Angosce laceranti, che coinvolgono fin nell'intimo entrambi i protagonisti,
emergono in questo gioco al rialzo e a loro volta ricorsivamente lo mantengono
e lo intensificano.
Per il narcisista si tratta di allontanare o circoscrivere
sotto il suo controllo una alterità che può scuotere il suo
mondo e suscitare sensazioni travolgenti e distruttive dentro di lui. In fondo,
e questo mi appare sempre più chiaro, egli disprezza, svaluta, oppure
controlla, misconosce l'altro, oppure lo fugge, oppure trionfa per mezzo delle
umiliazioni che riesce ad infliggere, non perché lo odia, ma per
evitare di odiarlo, di invidiarlo e per la paura di distruggerlo - oltre che
di distruggersi - in un rapporto troppo intimo. Semmai sentimenti di
ostilità nascono più frequentemente, almeno nella mia osservazione,
a causa dei tentativi reiterati dell'altro di rendersi presente, cospicuo
e considerato. Cosicché non è ben chiaro, nello scenario ammantato
dalla nebbia dell'identificazione proiettiva, se il narcisista viva la propria
ostilità come risonanza di un’ostilità percepita proveniente
dall'altro per proiezione della propria, o perché effettivamente
l'ostilità gli viene provocata dalle congestioni relazionali che l'altro
gli suscita.
Per la "vittima" si tratta di rivendicare
la propria individualità, la propria identità, di affermare
se stesso contro un sentimento devastante di impotenza. Essa deve inoltre
fronteggiare un sentimento acuto e per lei incomprensibile di perdita. La
parte più intollerabile riguarda una perdita oggettuale, prima
e più che una perdita oggettiva. La perdita oggettuale
riguarda la presenza oppure l'assenza dentro la mente. E un dramma che si
svolge negli oggetti interni di una mente. Patire un sentimento di perdita
oggettuale comporta sul piano interpersonale la sensazione di non
essere più nella mente, nei pensieri, nella memoria di qualcuno che
è importante.
O, peggio, comporta sentire che questo qualcuno sta facendo di tutto per cancellare
la tua immagine, il pensiero di te, la memoria di te, la tua presenza dentro
di sé - e intanto sentire che non ci puoi fare nulla. È intollerabile
sentire di sparire dalla mente di qualcuno che è significativo. È
una parte di sé che scompare, mentre svanisce la tua storia, il tuo
tempo, un frammento del significato della tua esistenza. Sul piano interiore,
la perdita oggettuale significa dunque parallelamente la sparizione dell'altro:
è una forma di sparizione anche la scoperta della sua differenza da
come lo si era pensato, sentito, immaginato, voluto, amato. E un altro, è
l'immagine di un altro, alieno, estraneo, incomprensibile e minaccioso che
prende il suo posto. E intanto sbiadisce, svanisce, si annulla, viene amputata
una parte del Sé: quel mondo di sensazioni, esperienze, confidenze,
tutto ciò che si era provato per l'immagine dell'altro come era, per
come lo si era interiorizzato - per come se ne era fatta esperienza.
La scoperta che nella mente del narcisista non si era presenti come un'immagine
dotata di una propria sostanzialità, di una propria riconosciuta vita,
ma si era soltanto il riflesso in uno specchio - e la scoperta di quanto scivolosa
sia quella superficie liscia se la presenza davanti ad essa non sia di continuo
assicurata - queste scoperte vengono il più delle volte rimandate all'infinito.
È infatti molto penoso e doloroso rivelare a se stessi tutto questo.
Equivale a sancire la propria sparizione. Equivale a constatare la sparizione
dell'altro. E significa renderle definitive, irrevocabili attraverso il loro
riconoscimento. Equivale anche ad ammettere - definitivamente, irrevocabilmente
- la propria impotenza. Quante volte un coniuge, un amante, un figlio, un
genitore, anche in presenza di maltrattamenti psicologici o fisici, continua
a difendere e a trovare sempre nuove scuse per quei comportamenti. Ed essi
si rifiutano tanto spesso di testimoniare su ciò che accade non solo
per paura di qualcosa di oggettivo. Non di rado una aperta carica di ostilità
e di rabbia viene anzi diretta contro chi tenta di salvarli da queste "relazioni
pericolose". In questo modo, essi non difendono tanto chi li maltratta,
quanto se stessi, il proprio equilibrio e le proprie immagini interiori -
il persistere di un sentimento della propria presenza.
Per vari motivi, connessi con la propria organizzazione psichica e con la
propria storia, si può arrivare ad affidare il proprio narcisismo a
relazioni del genere, ad entrare e restare in ri-sonanza con questi mondi
fatti di specchi. Ma, al fondo, probabilmente nessuno può dirsi del
tutto immune.
Ci sono certamente personalità più predisposte, che cercano
questo tipo di seduzione e di complicità segreta distruttiva. Per alcuni,
si tratterà dell'orrore e insieme del richiamo di ripetere un'esperienza
antica.
(*) Roberto Filippini è laureato in medicina e in filosofia. Specialista in neurochirurgia e in criminologia clinica, lavora dal 1980 come psicoterapeuta a Bologna e a Pescara. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche di argomento psicologico, è vicedirettore della Scuola di specializzazione in psicoterapia Aion di Bologna, presso cui è docente di Epistemologia e di Psicologia analitica. Professore a contratto di Comportamento e aggressività presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’università dell’Aquila, corso di laurea in Scienze dell’investigazione.
(**) Tratto da Roberto Filippini, Avventure e sventure del narcisismo, Edizioni Giuseppe Laterza, 2007 Bari, pp. 193-201.
