N. 14 - Gennaio 2008
FONDO (2).
Il problema ecologico e i costrutti collettivi
Jacopo Bellazzini
E' indubbio che esista un problema ecologico nel mondo contemporaneo. E' largamente
accettato che l'inizio dei cattivi rapporti tra l'uomo e la natura sia da
collocarsi approssimativamente con la prima rivoluzione industriale. Il problema
viene così visto essere vecchio di circa due secoli, collegato alla nascita
della industria e al secolo dei lumi, alla nascita della borghesia e al capitalismo
moderno. E'necessario aggiungere però che se il contesto storico in cui il
progresso scientifico e tecnico ha consentito all'umanità di cominciare a
sfruttare le risorse della terra è effettivamente vecchio di soli duecento
anni, i semi che hanno portato alla nascita del problema ecologico sono molto
più antichi e, proprio perché molto vecchi, invisibili alla nostra capacità
di analisi.
Una nuova prospettiva per osservare il comportamento umano individuale e in
seconda analisi collettivo, relativo al rapporto con la natura è quello di
discutere, prendendo in prestito un termine matematico, alcuni postulati su
cui è costruito il sistema valoriale della nostra società. Infatti, i semi
a cui mi riferisco non sono legati a dinamiche storiche o economiche di popoli,
nazioni, o a dinamiche sociali, quanto a dinamiche che hanno come protagonista
l'individuo, il singolo cittadino, la forma mentis del singolo individuo,
il modo con cui esso si relaziona alle cose.
Mi riferisco ad alcune assunzioni fondanti così antiche che sono ormai fuori
dalla portata della semplice analisi riferita ad un singolo soggetto e che
vanno invece guardate come costrutti collettivi riguardanti la relazione dei
singoli con la realtà e che vanno giudicate come pilastri su cui si basa la
nostra percezione della realtà e quindi la percezione della realtà vista dalla
collettività.
In sintesi, il postulato che vorrei mettere in discussione è quello relativo
all'identificazione del sé con la nostra capacità raziocinante, il credere
che noi siamo i nostri pensieri e che quello che discrimina ontologicamente
l'uomo dal resto del mondo naturale sia la mente logica deduttiva che è l'origine
del progresso. Non è difficile capire come questo costrutto sia uno dei più
portanti perché definisce in qualche modo chi noi siamo e permette di fare
assunzioni circa il ruolo che l'individuo e la società devono avere nei confronti
della natura. Per tutte queste ragioni tale costrutto è raramente visibile
e osservabile. La relazione tra la percezione di se stessi e il problema ecologico
la riassumo con la seguente frase.
Il modo in cui l’uomo si relaziona con il mondo che lo circonda è influenzato dalla percezione che ha di se stesso.
Partiamo dalla semplice constatazione che il ruolo che la
natura ha esercitato e la sua interazione con la nostra civiltà è
notevolmente cambiato nel corso dei secoli. Da un lato abbiamo infatti la
percezione della natura come la madre terra che nutre con i suoi frutti i
propri figli tipica delle età arcaiche, dall’altro quello di
una realtà materiale che è percepita come essere a disposizione
delle necessità e dei desideri del genere umano. Una evoluzione che
può ricordare la transizione del rapporto tra la madre e il proprio
figlio; dall’infanzia (madre terra) alla adolescenza (madre disponibile
ad assecondare i desideri). Questa differenza tra terra-madre e terra-possibilità
è profondissima e ha influenzato il pensiero dell’uomo e la sua
relazione con tutto quello che lo circonda. Personalmente credo che la sostanziale
evoluzione della relazione con la natura e tutto ciò che essa comporta:
§ relazione con gli altri, con il mondo animale e vegetale, sia strettamente
legata con l’evoluzione della percezione che l’uomo ha del suo
sé, ovvero con la percezione del che cosa lo renda quello che lui è
o si creda di essere.
Il cogito, ergo sum di Cartesio si può leggere, ad esempio,
come un manifesto chiarissimo del passaggio completo alla identificazione
del sé, il cui contenuto in altre civilizzazioni può non essere
definito ma lasciato alla libera ricerca dell’individuo, con la
mente- pensiero.
Al fine di chiarire eventuali fraintendimenti legati all’uso di parole
che in contesti diversi possono assumere valenze diverse è utile precisare
che la mente-pensiero non è un semplice sinonimo di razionalità-capacità
astrattiva, ma come una generale identificazione del sé con i propri
pensieri e la capacità di tradurre emozioni
e desideri in un linguaggio raziocinante.
Il passaggio da terra-madre a terra-possibilità, che ha richiesto secoli
ed è avvenuto in modo ineguale nel mondo occidentale, ha portato ad
un clamoroso cambiamento di relazioni con la realtà esterna al sé.
Con questo intendo dire che la naturale versione duale del cogito ergo sum,
ovvero non sum ergo non cogito, è stata pian piano distorta
in questo ente non pensa, quindi questo ente non è. Quindi
siamo passati dall’ avere una situazione di pari dignità d’essere
tra enti (uomo e mondo animale e vegetale) al dare una classificazione valoriale
tra enti e enti cogitanti.
Gli enti cogitanti, che vanno intesi come enti con la mente-pensiero, a differenza
degli altri enti hanno non soltanto la facoltà di pensare ma soprattutto
quella di essere. Sotto questa prospettiva si possono provare a comprendere
le ragioni più intime che hanno portato la nostra civiltà a
compiere atti che nei secoli precedenti potevano apparire come paradossali
o eticamente inaccettabili. Parlo volutamente di ragioni intime perché
collegate con i costrutti più profondi della nostra mente, costrutti
che in questo contesto sono da considerarsi collettivi e quindi ancora più
nascosti e invisibili di quelli soggettivi legati alle specifiche esperienze
di vita.
L’inizio del Vangelo di Giovanni
In principio era il Verbo
Il Verbo era presso Dio
Il verbo era Dio
mi sembra un bellissimo esempio di seme di identificazione
tra il sé e il pensiero-mente vecchio mille e ottocento anni rispetto
al secolo dei lumi e alla rivoluzione industriale. Se mettiamo insieme il
bellissimo inizio del Vangelo e il fatto che nella religione ebraico-cristiana
l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio, si deduce che il nocciolo
della nostra umanità sia la nostra capacità di ascoltare la
parola di Dio attraverso una mente con la capacità di formulare proposizioni
logiche. Questo mi sembra un bel postulato della nostra percezione del sé.
Se noi non fossimo i nostri pensieri che cosa dovremmo essere? La domanda,
spesso letta in chiave retorica, conferma il ruolo di postulato della mente-pensiero.
Per capire come l’identificazione del sé con la mente-pensiero
influenzi il rapporto con la realtà circostante mi sembra necessario
considerare due punti di vista: il primo relativo alle conseguenze dell’identificazione
del sé con il proprio mondo emotivo, il secondo con il mondo esterno.
In entrambi i casi cercherò di dimostrare che una eccessiva identificazione
con la mente-pensiero crea inevitabilmente difficoltà a relazionarsi
con la biodiversità intesa sia come biodiversità-emotiva, ovvero
come capacità di contenere in sé moltitudini di stati emotivi
e di aspetti contraddittori (per la mente pensiero), sia come biodiversità
nel mondo al di fuori del sé, nel mondo materiale.
Identificazione ed emozioni
Guardiamo la seguente proposizione:
La realtà percepita dalla mente-pensiero è una realtà binaria piuttosto che un realtà analogica, ovvero aperta a contraddizioni ed a ambivalenze.
Con questo voglio dire che per l’uomo contemporaneo
la realtà più profonda (quindi quella rispetto alla quale è
necessario relazionars)i è quella osservata dalla propria mente raziocinante
e che quindi i propri desideri, che vanno considerati come frutto della mente-pensiero
piuttosto che della sfera emotiva, sono reali tanto quanto la realtà
che vediamo dinanzi a noi. Per evitare di addentrami in questioni di relativismo,
mi limito a dire che i nostri desideri sono reali perché la mente pensiero
non può accettare che i suoi figli, pensieri, desideri, aspirazioni,
siano meno reali della realtà materiale. La negazione di questo sarebbe
un inaccettabile passo verso la negazione della sovranità della mente
stessa.
L’attrito cruciale che mi sembra nasca dalla pretesa della mente pensiero
di rappresentare tutto il sé è che la realtà osservata
dalla mente-pensiero non racchiude tutto quello che l’esterno ci offre.
La mente-pensiero non riesce a percepire la realtà se non in termini
binari, bene-male, mi piace-non mi piace, è giusto-non è giusto,
o per riassumere in 0-1. Per la mente-pensiero e per la realtà che
essa percepisce e immagina vale come pilastro il principio di non contraddizione
di Aristotele
è impossibile che, per il medesimo rispetto, la stessa cosa sia e non sia.
Per la realtà, però, che supponiamo essere altro
da quella percepita solo attraverso la mente-pensiero, non vale strettamente
il principio di non contraddizione. Un esempio è la sfera emotiva,
dove si possono presentare situazioni cariche di ambivalenze e di coesioni
di emozioni che una mente binaria difficilmente tende ad accettare. Più
esplicitamente, per le emozioni il principio di non contraddizione non vale
sempre.
Tutto questo crea spesso notevoli difficoltà di classificazione degli
stati emotivi che sono appunto analogici, e quindi non binari, alla mente-pensiero.
Come racchiudere in un 0-1 uno stato emotivo che per sua natura può
essere ambivalente e quindi contemporaneamente un pò 0 e 1?
Se il sé è soltanto mente-pensiero, questo sé avrà
facilità ad avere un cattivo rapporto con il mondo emotivo ricco di
ambivalenze. La realtà analogica può essere percepita costantemente
come una realtà da modificare perché lo schema binario 0-1,
va bene-non va bene, mi piace-non mi piace, spesso non coincide con una situazione
reale ambivalente o come sovrapposizione di stati 0 e 1. In questo caso, dovrò
scegliere tra tanti 0e 1 uno che rappresenti lo status quo. 1 se va bene,
0 se va male. L’appiattimento della propria capacità di sentire
le emozioni è sicuramente veicolo di disagio interiore.
Identificazione e mondo naturale
Per capire come l’importanza della mente-pensiero nella
percezione dell’individuo, influenzi i nostri comportamenti collettivi
prenderò due esempi: la scoperta delle americhe e l’olocausto.
Il primo esempio che possiamo guardare è quello della colonizzazione
delle americhe e della carneficina perpetuata a danno delle popolazioni indigene.
Una delle polemiche del tempo verteva infatti sulla natura umana delle popolazioni
indigene: sono da considerare (come dignità d’ente) come noi
o vanno invece trattati come esseri subumani assimilabili al mondo delle bestie?
Il trattamento da effettuare nei confronti di questi popoli verteva su la
classificazione di queste persone, usando il linguaggio contemporaneo, secondo
lo schema: hanno l’anima? hanno la ragione? Sono esseri umani capaci
di fare quello che facciamo noi? O meglio dire sono o non sono esseri umani?
Si può riassumere la logica, perché di logica si tratta, in
questi termini: se non sono esseri umani (in quanto privi della sostanza che
rende gli enti cogitanti) si possono anche schiavizzare o eliminare in quanto
esseri simili alle bestie. Solo le cose che hanno la qualità dell’Essere,
derivata dal possesso della qualità suprema, hanno il diritto di poter
durare, di potere avere i diritti dell’Uomo. Questa visione delle cose
ricalca esattamente le idee che aveva Aristotele in materia di schiavitù.
Aristotele infatti teorizzava due tipi di schiavitù: il primo tipo
come conseguenza della sconfitta in guerra, il secondo tipo per quelle popolazioni
che si fossero dimostrate incapaci di amministrarsi, lontane dal mondo della
ragione e abbrutite al pari delle bestie.
La conquista del sud-america portò dunque a dover prendere posizione
circa la natura umana di questi indios. Concili religiosi accertarono la natura
umana degli indios e come conseguenza, Carlo V abolì la schiavitù
per le popolazioni indigene. E’ interessante osservare che fu un Concilio,
un luogo di dispute teologiche e di argomentazioni logiche, a stabilire il
destino della popolazione indigena. Era la mente-pensiero che doveva prendere
una posizione sul tema.
Le forme di vita che sono portatrici di questa sostanza, la mente-pensiero,
ovvero aventi la capacità di pensare e soprattutto di codificare il
sentire con un linguaggio raziocinante, diventano sacre, come la sostanza
di cui sono portatori.
Questa considerazione mi porta ad osservare l’Olocausto, il secondo esempio. E’ sempre sorprendente per me osservare che l’Olocausto, lo sterminio pianificato ed eseguito fino al giorno della disfatta dai nazisti nei confronti degli ebrei, sia stato concepito e attuato nella nazione che più di ogni altra ha contribuito a dare lustro alla ragione. Il paese di Kant, Hegel, Marx, nazione in cui la ragione, la cultura positivista, la rivoluzione industriale avevano dato i suoi migliori frutti ha partorito il mostro ideologico dell’ Olocausto e più in generale del nazismo. Io credo che le personalità del Reich che hanno sviluppato il piano di sterminio non sentissero sostanzialmente più che la voce del pensiero. Parlo del vuoto emotivo, della incapacità di mettersi in relazione con le cose se non in termini categorizzanti, una mente binaria incapace di prendere decisioni che non fossero supportate solo da una logica anche se la più perversa. Incapaci di intendere e sentire più che incapaci di intendere e volere. Per loro i numeri dei deportati avevano lo stesso sapore dei numeri contabili. Con questo non voglio dire che fossero inumani, anzi mi sembrano molto umani, nel senso di umani troppo cogitanti, troppo binari.
Questa non vuole naturalmente essere una invettiva contro il pensiero, se
mai contro il ruolo che il pensiero ha assunto nella nostra cultura.
Il pensiero che a volte è indistinguibile dal sentito, che rende incapaci
di sentire ciò che non è intellegibile, magari perché
eticamente inaccettabile, l’appiattire ogni proposizione su posizioni
binarie vero-falso.
Mi sembra dannoso principalmente per l’individuo e in seconda istanza
anche per il prossimo e di conseguenza per la natura che il pensiero dell’
uomo sia la sua essenza.
La relazione tra uomo e natura è quindi profondamente sbilanciata da
questo nostro costrutto invisibile non cogito, ergo non sum. La paura
della morte viene naturalmente moltiplicata da una centratura del sé
con il proprio pensiero; quello che vorremmo portaci di là, dopo la
morte, è infatti la nostra cosa più cara, i nostri ricordi,
la nostra capacità di pensare, di emozionarci e quindi di sentirsi
sé. Lo sfruttamento delle risorse naturali oltre alle loro fisiologiche
possibilità viene giustificato soltanto con giustificazioni logiche.
Se in un allevamento le galline vivono in 40 cm^2, soffocate dai loro escrementi,
imbottite di antibiotici, questo, o tocca delle corde emotive, piani diversi
della propria persona esterni al pensiero producendo un netto rifiuto verso
questo modello di produzione (parola di una freddezza emotiva già di
per sé preoccupante), oppure si rischia di schierarsi in sterili dibattiti
tra diritto ad una vita decente per gli uccelli da un lato, logiche di mercato
dall’altro. Si rischia di vedere gli animali come oggetti semoventi,
robottini senza anima, numeri e confezioni sigillate pronte per il supermercato.
Si rischia di classificarli come esseri di poca intelligenza e quindi di poca
anima e quindi di poco essere. Ancora il ritorno invisibile del non cogito,
non sum. La logica di mercato essendo logica e quindi per definizione
cogito, ha diritto ad Essere e quindi a confrontarsi con enti non
cogitanti, come le galline, come le foreste, come i mari. E per tutto quello
detto in precedenza, rischia di vincere queste partite.
La legge stessa di natura in cui i deboli soccombono, gli animali più
anziani e i giovani vengono uccisi da cacciatori devastati dalla fame, esula
da una visione binaria 0-1. Ad esempio, il fuoco che brucia un bosco, uccide
piante vecchie di secoli, estingue magari specie ricche di biodiversità
ma contemporaneamente fertilizza il terreno. I nostri pensieri binari, che
sono reali, abbiamo detto, tanto quanto la realtà, fanno fatica a sovrapporsi
ad una realtà più variegata in cui gli stati non sono solo 0
e 1. La voglia di trasformare il mondo naturale, la voglia di controllo, nasce,
a mio avviso, da questo tentativo di far collimare il mondo osservato con
la realtà pensata in bianco e nero. Ogni azione portata a termine,
ogni interazione uomo-natura nasce da questa necessità: riprodurre
nel mondo fuori la presunta tranquillità del mondo binario interiore.
Una eccessiva identificazione con la mente-pensiero significa che costantemente
crediamo a quello che la mente pensante ci propone “facciamo quello,
non facciamo quello…”, ed essendo i pensieri reali e essendo la
realtà reale non più dei pensieri, siamo invitati a modificare
la realtà una volta, e poi una altra, e un'altra ancora…
La natura viene costantemente esaminata per poter essere plasmata, quello
che potrebbe essere preso come un dato di fatto, come una situazione incontrovertibile,
viene visto invece come stimolo per una nuova conquista della umanità.
Il progresso inteso quindi solo come aumento della nostra capacità
di fare, di modificare e di sottomettere. Il progresso inteso solo come progresso
della tecnica e
privo di alcuna componete introspettiva, che tenderebbe a sviluppare ad esempio
una componente etica del progresso, rischia di ampliare il già ampio
senso di inadeguatezza che la realtà ha ai nostri occhi.
Quello che ho voluto dire in queste pagine è proprio che la tendenza
ad interagire in modo irreversibile con il mondo naturale non nasce in qualche
ufficio di qualche grattacielo di qualche multinazionale, ma è una
dinamica universale di tutte quelle persone, come noi, che sono identificate
esclusivamente con la mente pensiero e la cui voglia di agire nasconde un
disagio profondo nello stare nelle cose così come sono. A mio avviso
una strada utile e percorribile per la nostra civiltà sarebbe quella
di osservare quale sono i vettori emotivi che guidano i nostri progressi tecnologici
e la nostra voglia di efficienza. Credo che una seria analisi individuale
porterebbe a svelare che dietro alla voglia di progresso, di trasformazione,
di adeguamento della realtà alle nostre esigenze si nasconde un profondo
disagio esistenziale, un senso di vuoto e di distanza dalle cose. Questo disagio
individuale, figlio come abbiamo detto di un fraintendimento sulla propria
natura profonda è radicato ma non per questo non estirpabile. Se l’uomo
è stato capace ancora prima di andare sulla luna, di desiderare di
andarci, non vedo perché non possa desiderare una cosa egualmente difficile
che è
il cambiare il modo stesso con cui guardiamo la luna.
Di Jacopo Bellazzini
Jacopo Bellazzini, nato a Pisa nel 1976, laureato in Matematica
nel 1999 ha conseguito un dottorato
in Ingegneria Aerospaziale nel 2004. Il suo ambito di ricerca è l'analisi
matematica e la fisica matematica e attualmente svolge il ruolo di ricercatore
(precario) presso il Dipartimento di Matematica Applicata dell'Università
di Pisa.
E-mail: j.bellazzini@ing.unipi.it
