N. 14 - Gennaio 2008
GLI STRUMENTI DEL VEDERE (La teoria e la sua applicazione)
La psicoanalisi di Freud e le correzioni necessarie
Di Alberto Lorenzini
Estate, tempo di riletture. Rileggere l’Introduzione alla psicoanalisi
di Freud con il senso della prospettiva storica fa una certa impressione.
Si tratta di una sintesi brillante, di piacevole lettura e, al tempo stesso,
di un monumento della cultura: il resoconto autografo dell’incredibile
avventura intellettuale di un uomo che, da solo, ha cambiato definitivamente
la conoscenza che l’essere umano ha di se stesso, al pari di Copernico
e Darwin e forse ancora di più. Tuttavia, sono anche rimasto perplesso
di fronte all’interpretazione dei significati intenzionali “veri”,
nascosti dietro l’apparenza di alcuni comportamenti e sintomi nevrotici
delle persone.
Dopo una cospicua parte dell’opera, dedicata allo studio degli atti
mancati e dei sogni, nella sedicesima lezione, intitolata Psicoanalisi
e psichiatria, Freud scende finalmente in campo clinico e presenta se
stesso in azione: ci mostra cosa pensa e cosa dice nella sua prassi quotidiana
con il paziente.
Il primo esempio clinico è quello del paziente che “chiamato
dalla sala d’attesa… tralascia di chiudere la porta dietro di
sé”. Freud non ha dubbi: chi si comporta così vuole dimostrargli
disistima. Con quel comportamento, il paziente vuole dire: “Ah, ma qui
non c’è nessuno e probabilmente non verrà nessuno per
tutto il tempo che sono qui!” Il paziente vuole insinuare che Freud
non ha tanti pazienti quanti in genere se ne trovano nella sala d’attesa
di uno specialista e quindi, come medico, vale poco. Così
conclude Freud: “se fin dall’inizio non si mettesse un freno alla
sua arroganza con un rimbrotto, si comporterebbe sgarbatamente e irrispettosamente
anche durante il colloquio.” [1]
La prima riflessione è quanto poco l’atteggiamento di Freud corrisponda
alla mia forma mentis di psicoanalista di novanta anni dopo. La sua
ipotesi può essere giusta, ma può anche non esserlo. Per quanto
mi riguarda, la sospensione del giudizio sul significato di un comportamento
è un caposaldo della psicoanalisi: dietro ad un particolare comportamento
ci può essere tutto e il contrario di tutto, e sta a noi scoprire cosa
effettivamente si cela, abbandonando qualsiasi pregiudizio in proposito. La
seconda riflessione riguarda il contenuto dell’ipotesi freudiana. Secondo
la mia esperienza, è quasi scontato che il paziente, soprattutto all’inizio,
si senta in una posizione d’inferiorità, come chi ha bisogno,
spera fortemente nell’aiuto altrui e quindi si trova in uno stato di
soggezione. L’ipotesi che mi verrebbe più spontaneo fare, anche
se, lo ripeto, cercherei di metterla tra parentesi, in attesa di conoscere
meglio la realtà che mi si para davanti, è opposta a quella
di Freud: secondo me, il paziente, aiutato dalle circostanze, sta facendo
la fantasia che il medico possa dedicarsi soltanto a lui, che possa non esistere
nessun altro paziente, dato che il bisogno di interessamento e di cura che
prorompe dal suo intimo è grandissimo e insopportabile.
C’è poi il caso di una signora “piuttosto anziana”
(53 anni) la quale, dopo avere ricevuto una lettera anonima poco credibile
che la informava del tradimento del marito (la lettera era stata scritta da
una cameriera gelosa), è entrata in uno stato d’ansia che Freud
definisce “delirio di gelosia”. Ha perfettamente ragione Freud
a sospettare che l’incapacità di calmarsi nasconda qualcosa da
parte di questa signora. Egli scopre, infatti, che è inconsciamente
innamorata del genero e che ha fatto delle fantasie su di lui.
Secondo Freud, “la fantasia dell’infedeltà del marito era
un impiastro refrigerante sulla bruciante ferita” [2]
della propria pensata infedeltà e sul doloroso senso di colpa che ne
derivava: la donna, in altri termini, si teneva ben stretto il proprio delirio,
perché apparentemente ne soffriva, ma in realtà le serviva per
stare meglio, punendosi e mitigando così il proprio senso di colpa.
È questo il motivo, secondo Freud, per cui la paziente fuggì
dalla terapia dopo sole due sedute: secondo lui non era curabile, perché
non voleva essere curata, non voleva che le si togliesse il refrigerio del
suo delirio. Freud non prende nemmeno in considerazione la possibilità
che la paziente sia fuggita dalla terapia perché non si fidava di lui
o non si sentiva compresa. Probabilmente è vero che aveva fatto delle
fantasie sul genero, ma probabilmente aveva anche sviluppato alcune immediate
conseguenze logiche a partire da tali fantasie: così come lei si era
sentita attratta da un uomo più giovane, anche il marito avrebbe potuto
sentirsi attratto, a sua volta, da donne più giovani. Questo doveva
averla messa intimamente in allarme e quando è arrivata la lettera
la sua aspettativa inconscia ha registrato un potente rinforzo, è diventata
una convinzione che non ammette smentite. La donna, il cui equilibrio era
evidentemente molto dipendente dal marito, a quel punto si è sentita
persa.
Ma Freud ha trovato la chiave di ogni sofferenza psicologica nel desiderio
sessuale represso e nel senso di colpa dovuto alle intense fantasie sessuali
che sono conseguenza della repressione: non sospetta l’esistenza di
problematiche diverse, per esempio d’insicurezza e di fragilità
del senso di sé, nemmeno nelle patologie più gravi.
Un terzo esempio riguarda la spiegazione dell’ansia dei bambini piccoli:
“Il bambino piccolo ha paura anzitutto delle persone estranee…
però non ha paura perché attribuisca loro cattive intenzioni
e perché confronti la propria debolezza alla loro forza… si spaventa
davanti alla figura dell’estraneo perché è abituato soltanto
alla vista della madre… e la sua libido diventa
inutilizzabile… [la libido] non può essere tenuta in sospeso
ma viene scaricata sotto forma di angoscia.” [3]
“La solitudine, come pure il viso estraneo,
risvegliano la nostalgia per la presenza familiare della madre; il bambino
non può dominare questo eccitamento libidico, non può tenerlo
in sospeso, e lo trasforma in angoscia.” [4]
Si vede molto bene da questi esempi che Freud era dominato da una concezione
molto particolare del funzionamento della vita psichica e, di conseguenza,
della natura del disturbo psichico. L’essere umano è solo apparentemente
civilizzato. Colloca la propria identità in quell’essere
civilizzato che ha bisogno di (fingere di) essere per motivi di sopravvivenza
e di convivenza civili, ma così facendo deve fare i conti con una natura
animalesca che preme dal suo interno e lo angoscia. Generalmente, si fa risalire
a questa concezione antropologica il cosiddetto pessimismo di Freud, la convinzione
che fra natura e cultura sussista un conflitto insanabile e che la distruttività
sia un tratto ineliminabile della natura umana. In realtà, questa concezione
contiene anche una notevole dose di ottimismo, perché presuppone che
l’essere umano sia molto forte nel suo intimo, benché in conflitto
con se stesso. L’orso bruno, mi ha spiegato una volta una guida del
parco naturalistico dell’Abbruzzo, è un animale forte e solitario
che effettivamente non ama la compagnia dei propri simili e preferisce vivere
da solo nella propria tana, cacciare da solo ecc. Mi sembra che l’essere
umano descritto da Freud somigli molto a quello che sarebbe un orso bruno
costretto alle buone maniere in un regime di socialità. Ma l’essere
umano è realmente fatto così?
L’essere umano non è un prodotto di natura. Il paradiso perduto
di cui parlano i vari miti delle origini allude, forse, alla nostra origine
animale, cioè ad una condizione nella quale non si poneva il compito
di essere se stessi ed ognuno era semplicemente quell’animale che era,
ed era perfetto così. Ma la nostra condizione attuale, al di là
della sopravvivenza fisica, è quella di essere “gettati nell’esistenza”,
divisi fra due bisogni psicologici basilari che spesso sono in contraddizione
fra loro: quello di essere unicamente se stessi, cioè di esprimere
un valore che si fondi sull’essere autenticamente se stessi, e quello
di appartenere ad un contesto relazionale umano, nel quale soltanto i nostri
significati hanno senso. Infatti, si dà il caso che soltanto in quel
contesto relazionale al quale il singolo appartiene viene coniata e circola
la moneta con la quale si riconosce e si paga ogni valore umano. Siamo combattuti,
in definitiva, tra la fedeltà a noi stessi e la fedeltà alle
persone cui siamo legati e di cui, oltre tutto, abbiamo bisogno perché
la fedeltà a noi stessi possa avere un qualche significato. È
questa la circolarità, o meglio la complessità che sta alla
base della psicologia dell’individuo umano, a differenza dell’orso
bruno, ed anche l’eventuale repressione sessuale con tutte le fantasie
sessuali che ne derivano va collocata e spiegata in relazione a questo ineludibile
contesto relazionale complesso.
Per arrivare a riconoscere ed analizzare questa problematica psicologica ed
esistenziale di base, è stato necessario introdurre nella psicoanalisi
gli strumenti concettuali adatti a ciò, in primis il concetto di soggettività
umana che è stato rappresentato con il termine “Sé”.
Jung fu tra i primi a sentire questa esigenza e a usare questo termine. La
sua psicologia dei complessi sta a dimostrare la convinzione che la personalità
non si può scomporre in meccanismi, ma sempre in sottopersonalità,
personalità parziali: una gerarchia di soggetti in dialogo fra loro.
La soggettività è per Jung una caratteristica ineliminabile
del mondo interiore umano. Purtroppo Jung assunse
un atteggiamento mistico verso la psicologia del profondo e questo rende ancora
oggi poco utilizzabili in ambito scientifico le sue innumerevoli intuizioni
precorritrici. [5]
Una prima vera psicoanalisi del sé fu sviluppata negli Stati Uniti
all’interno del movimento interpersonalista, in particolare da Karen
Horney negli anni ‘40 e ‘50. La sua opera principale, Nevrosi
e sviluppo della personalità, comincia con le testuali parole:
“Il processo nevrotico è un particolare aspetto dello sviluppo
della personalità umana e, a causa dello sciupio delle energie costruttive
che esso determina, ne è un aspetto particolarmente spiacevole. Non
solo differisce qualitativamente dal sano sviluppo dell’uomo, ma, molto
più di quanto non ci si sia mai resi conto, gli è antitetico
in vari modi.” Tutta la psicoanalisi della Horney è mirata a
decodificare la falsificazione del vero Sé, inseguendola attraverso
le infinite complicazioni di cui siamo capaci, le quali altro non sono, se
non le diverse forme della sofferenza psicologica e della psicopatologia.
Di lì a poco, Donald Winnicott, rappresentante di spicco della psicoanalisi
britannica delle relazioni oggettuali, sviluppò la propria analisi
della soggettività, introducendo a sua volta i termini di vero e falso
sé. Negli anni ‘70 fu la volta di Heinz Kohut che, partendo dallo
studio dei disturbi narcisistici della personalità, approdò
a sua volta ad una psicoanalisi della soggettività umana, quella che
è stata denominata per antonomasia la Psicologia del Sé.
Negli anni ‘90 Stephen Mitchell ha raccolto l’eredità degli
interpersonalisti, delle relazioni oggettuali e della psicologia del Sé,
integrando gli elementi comuni e dando origine alla psicoanalisi relazionale.
Dal punto di vista della psicoanalisi relazionale, al centro della cura non
è lo smascheramento asettico di una verità psicologica rimossa
(Freud usava la metafora del bisturi e dell’atto chirurgo), ma la relazione.
Anche lo smascheramento di una verità scabrosa può avvenire
soltanto come momento particolare all’interno di una relazione: solo
in presenza di attento sostegno della soggettività del paziente, contenimento
della sua ansia e ottenimento di profonda fiducia [6]
esso risulta, di fatto, possibile; altrimenti rimane un’acquisizione
intellettuale esterna che non esplica nessun potere trasformativo. Ma, più
precisamente, psicoanalisi relazionale significa fare oggetto di approfondimento
e di studio scientifico la relazione terapeutica e comprendere tutto il processo
analitico alla luce degli eventi relazionali che lo rendono possibile. È
ovvio che, alla base di questa diversa impostazione di metodo, c’è
una diversa concezione della psiche. Come dice Mitchell, “per Freud
la mente è fondamentalmente monadica; al suo interno preme qualcosa
di prestrutturato che le è inerente, intrecciato. La mente emerge sotto
forma di pressioni endogene. Le teorie relazionali considerano la mente come
fondamentalmente diadica e interattiva; soprattutto, la mente ricerca
il contatto, il rapporto con altre menti. L’organizzazione psichica
e le strutture psichiche sono costruite dai modelli che danno forma a tali
interazioni.”
Prenderò come esempio la psicologia del Sé di Kohut. Al centro
di essa c’è il concetto di oggettosé.
Il termine di “oggetto” fu introdotto da Freud e sta a significare
l’altro della relazione, che, in effetti, da Freud era visto come un
oggetto e non come un soggetto: l’altro era un oggetto perché
serviva alla libido per potersi scaricare, e questa era la relazione psicologica
fra le persone secondo Freud. L’oggetto di Freud rappresenta comunque
un qualcosa o un qualcuno che viene percepito come separato da sé,
che può manifestare un proprio modo di essere e una propria volontà
diversa dalla nostra ecc. L’oggettosé, concetto introdotto da
Kohut, rappresenta invece quel particolare modo di percepire l’altro,
tipico di chi non ha ancora acquisito la capacità di centrarsi su se
stesso e di mantenere la separazione psicologica necessaria per concepire
e vedere l’altro come diverso e separato da sé. L’altro
è collocato in funzione di oggettosé quando viene percepito
(e obbligato ad essere) come un’estensione di sé o come lo specchio
di cui non possiamo fare a meno. Ebbene, tornando all’esempio dell’anziana
signora di 53 anni muniti di questo strumento analitico relazionale, possiamo
fare altre ipotesi, inquadrare diversamente il caso e anche intravedere una
possibilità di cura. Nel delirio la realtà vacilla, ma in realtà
quello che vacilla è il senso di sé, la lente attraverso cui
guardiamo il mondo. L’ipotesi di perdere il marito produce nella donna
questo genere di vacillamento. Non sappiamo esattamente se avesse bisogno
di mantenere una sorta di identificazione con lui (come se l’uomo fosse
un prolungamento vittorioso di se stessa) per sentire di esistere o di esistere
nel mondo, oppure se quel marito fosse incaricato del compito pressante di
mantenerla costantemente al centro della propria attenzione (funzione speculare)
per rafforzare in questo modo in lei il senso di sé, ma certamente
è lecito ipotizzare che il marito fosse collocato in una funzione di
oggettosé indispensabile perché la donna fosse in grado di conservare
di un senso di sé sufficientemente stabile e integrato. L’analista
non può sperare di risolvere illuministicamente una problematica di
questo genere. Prima di porgere una spiegazione relativa alle dinamiche in
gioco, deve svolgere un lungo lavoro di altro genere: quello di sostituirsi
al marito come oggettosé disponibile per i bisogni emotivi nucleari
della paziente. A questo scopo deve fare un prolungato sforzo empatico, lo
sforzo, cioè, di vedere le cose con gli occhi della paziente, abbandonando
l’idea che ci sia una sola verità (quella oggettiva) dietro la
complessità delle cose. Soltanto quando avrà pienamente conquistato
la sua fiducia e sarà diventato a sua volta l’oggettosé
della paziente (condividendo in un certo senso il suo delirio), potrà
cominciare molto gradualmente a deluderla in maniera per lei accettabile.
Ogni piccolo fallimento empatico da parte dell’analista, se accettato
e superato (occorre ogni volta farne oggetto d’analisi), servirà
alla paziente per imparare sempre di più a svolgere in proprio quelle
funzioni psicologiche di base che aveva interamente delegato ad altri. Quando,
alla fine, l’analista avrà la libertà di porsi come “oggetto”
e non più “come oggettosé” nel rapporto con la paziente,
il suo ruolo di ponte verso la normalità sarà terminato.
Non è un caso, se ho fatto l’esempio di come la psicoanalisi
relazionale affronterebbe la terapia di un disturbo grave, un disturbo che
era stato giudicato non analizzabile alla luce della psicoanalisi di Freud.
La psicoanalisi, come tutte le scienze, si è evoluta per la necessità
incalzante di superare gli ostacoli che ha progressivamente incontrato lungo
il suo cammino. Ciò è avvenuto al prezzo di molto impegno, molto
investimento intellettuale ed emotivo e, vorrei dire, anche molta sofferenza
e molti dissidi all’interno della comunità psicoanalitica, perché
la psicoanalisi è una scienza che più di tutte le altre coinvolge
personalmente il ricercatore nella propria ricerca. Tuttavia, la possibilità
di aiutare anche un solo essere umano ad uscire dalla confusione, dall’angoscia
e dall’insensatezza di tutta la vita sarebbe stata sufficiente perché
ne valesse la pena.
ALBERTO LORENZINI.
Medico, psicoterapeuta, bolognese di nascita. Formatosi inizialmente alla
psicologia analitica junghiana, si è successivamente interessato alle
relazioni oggettuali e alla psicologia del Sé di Kohut. Attualmente
si riconosce nel movimento della Psicoanalisi Relazionale. Ha pubblicato diversi
articoli su riviste specializzate e due libri: La psicologia del cielo e Lo
Zen e l'arte dell'interpretazione dei sogni, entrambi presso le Edizioni Mediterranee.
E’ membro della SIPRe (Società Italiana Psicoanalisi Relazionale).
Esercita a Pisa continuativamente, da trent’anni, la professione privata
di psicoterapeuta.
E-mail: alberto.lorenzini@gmail.com
[1] Lezione sedicesima.
[2] idem.
[3] Lezione venticinquesima.
[4] Lezione trentaduesima.
[5] Personalmente, considero legittimo un atteggiamento mistico o emozionato di fronte alla complessità e alla meraviglia del reale. Non credo che ciò sia in contraddizione con la scienza: credo però che debba venire dopo che la scienza ci ha fatto vedere determinati aspetti della realtà, allargando l'ambito dei nostri sensi. L'errore sta nel confondere i due piani.
[6] Joseph Weiss in un importante lavoro intitolato Come funziona la terapia (Bollati Boringhieri 1999) sostiene che gran parte del lavoro analitico consiste, da parte dell’analista, nel passare i test cui continuamente l’inconscio del paziente lo sottopone. Soltanto così si arriva all’ottenimento della fiducia necessaria.
[7] S. A. Mitchell, Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Bollati Boringhieri 1993.
