N. 14 - Gennaio 2008
RECENSIONI, RIFLESSIONI SULLA SCRITTURA.
Roberto Filippini, Avventure e sventure del narcisismo. Volti, maschere
e specchi nel dramma umano, Edizioni Giuseppe Laterza, 2007 Bari.
Letto da Alberto Lorenzini
L’autore, mio amico da sempre, direi quasi mio doppio (stessa città
d’origine, stesso liceo, stessa scuola universitaria di S. Anna, stesso
segno zodiacale - solo un giorno di distanza! - , stessa professione, stesso
percorso intellettuale all’interno della professione…), mi ha
profondamente sorpreso (e momentaneamente battuto) con questo libro incredibile,
sintesi e punto d’arrivo di una ricerca decennale, incentrata sulla
sensazione di esistere.
“Il narcisismo”, dice Filippini, “si occupa del rapporto
con se stessi: il rapporto più difficile, spesso più drammatico
- e molte volte più superficiale che ci sia. Se esso, insieme alle
pretese di perfezione con cui ci opprimiamo, si
fa più realistico e più onesto, allora ci rivolgiamo con più
umanità ai nostri bisogni reali e ci riconciliamo con la verità
del nostro essere. L’amore di sé è poter diventare ciò
che si è.” [1]
La particolarità del libro è quella di riuscire a sbrogliare
una matassa molto ingarbugliata, rendendo addirittura semplice e immediata
la comprensione di concetti psicoanalitici solitamente considerati molto difficili,
per non dire oscuri. Come riesce a compiere questo miracolo? Con un atteggiamento
assolutamente anti-dogmatico che gli consente di attingere da prospettive
e contributi diversi, mirando ogni volta all’essenziale, all’esperienza
vissuta, ricorrendo a materiali attinti direttamente in prima persona (Filippini
non lesina gli esempi autobiografici) o grazie alla sterminata casistica clinica
di cui dispone. Oltre a ciò, egli si avvale di un atteggiamento mentale
orientato nel senso della dialettica e della complessità. In nessun’altra
scienza come nella psicologia del profondo è necessaria questa forma
di apertura mentale che è il contrario del moralismo e del pregiudizio,
così come della presunzione di poter separare definitivamente gli opposti:
verità ed errore, amore ed odio, apertura e chiusura all’altro
ecc. “Non è possibile amare con continuità, provare
amicizia per lungo tempo se non si è sufficientemente aggressivi, cioè
distaccati. Cioè capaci di consistere in se stessi. Una quota
d’odio - che fa risaltare distanze e differenze e le mantiene - è
base e fondamento della capacità d’amare […] e vediamo
come il formarsi di un’aggressività […] sia la condizione
d’esistenza dell’empatia, una delle più dolci e balsamiche
possibilità del nostro stare intimamente insieme agli altri […]
Per cogliere lo spettacolo segreto, perturbante e affascinante delle polarità
che ci costituiscono mentre sfumano e si svolgono ricorsivamente nel loro
opposto, occorre guardare e ascoltare dalla prospettiva delle sensazioni
di esistere, prima che esse si siano solidificate e formate nelle forme psichiche
che abitualmente riconosciamo come pensieri e sentimenti già dati in
noi.”[2]
Per fare qualche esempio della capacità di rendere facili le cose difficili,
potrei citare il modo elegante e semplice in cui Filippini definisce i due
concetti di Io ideale e Ideale dell’io, cogliendoli nella loro complementarità
e implicazione reciproca: “Esiste dunque un movimento narcisistico originario,
per cui un bambino rinuncia in gran parte alla sensazione della propria perfezione,
ad essere un ideale per se stesso, e ripone questa visione di perfezione ideale
in chi si occupa di lui. Si formano in tal modo due tensioni narcisistiche
(ideali): l’Io ideale, che mantiene una parte
dell’idealizzazione su se stesso, e l’Ideale dell’Io, cioè
la perfezione e l’ideale percepiti nei genitori.”[3]
O il modo in cui descrive l’essenza stessa dell’investimento narcisistico:
“L’idealizzazione narcisistica orienta l’attenzione, rende
vivo, palpitante il luogo del valore, carica di sempre nuove energie la tensione
interna, la concentra, come la lente fa con i raggi del sole.”[4]
O la spiegazione della coazione a ripetere nell’ottica dei bisogni narcisistici
(cioè dei bisogni del Sé): “Probabilmente, Freud attribuì
una valenza aggressiva connessa ad una pulsione di morte a fenomeni come la
coazione a ripetere e la reazione terapeutica negativa, in quanto li osservò
da un punto di vista esterno al sistema psichico in cui essi avvenivano […]
Ma, osservati con empatia oppure vissuti da un punto di vista interno al soggetto
che li sperimenta, questi fenomeni esprimono un’attività
psichica che resiste su sensazioni del proprio esistere e sul modo
in cui sono organizzate, perché su di esse insiste, perché
grazie ad esse esiste.” [5]
Ma la parte più bella del libro ed unica, per quanto io ne sappia,
è quella dedicata alla relazione narcisistica, alle emozioni e agli
affetti del narcisismo. Qui l’autore è riuscito ad afferrare
e ad analizzare una materia sfuggente, per quanto disturbante e pervasiva:
l’elemento stesso del disturbo patito e generato intorno a sé
dalla persona narcisisticamente ferita, che tanta parte riveste nella sofferenza
psicologica dell’umanità. Da questa parte del libro ho tratto
il breve capitolo pubblicato in questo stesso numero di Script con il titolo
Aspetti della relazione perversa narcisistica.
[1] Risvolto di copertina.
[2] pp. 99-100.
[3] p. 32.
[4] p. 34.
[5] p. 57.
ALBERTO LORENZINI.
Medico, psicoterapeuta, bolognese di nascita. Formatosi inizialmente alla
psicologia analitica junghiana, si è successivamente interessato alle
relazioni oggettuali e alla psicologia del Sé di Kohut. Attualmente
si riconosce nel movimento della Psicoanalisi Relazionale. Ha pubblicato diversi
articoli su riviste specializzate e due libri: La psicologia del cielo e Lo
Zen e l'arte dell'interpretazione dei sogni, entrambi presso le Edizioni Mediterranee.
E’ membro della SIPRe (Società Italiana Psicoanalisi Relazionale).
Esercita a Pisa continuativamente, da trent’anni, la professione privata
di psicoterapeuta.
E-mail: alberto.lorenzini@gmail.com
