N. 4 - Gennaio 2002
Il recupero della persona tossicodipendente: il ruolo dello psicologo nella fase del reinserimento.
Daniele Mannini
(Psicologo Psicoterapeuta)
continuiamo a scrivere versioni di un testo che resta comunque invisibile, come un bambino che con le dita traccia effimere linee nell'acqua della pozzanghera e l'adulto che lo guarda sorride distratto dell'alto della sua consapevolezza, ma ignora che in quelle improbabili tracce c'è il disegno di un progetto futuro, l'ambiziosa architettura che sostiene la speranza ed anche un destino (anonimo)
La lettura che noi diamo di un evento è sempre uninterpretazione,
è una distorsione operata dalle lenti che poniamo tra gli occhi e loggetto,
per vedere meglio. Levento nudo e crudo non esiste, in quanto evento
psichico, poi, e per la sua stessa natura, non è osservabile senza
correre il rischio di essere deformato, in qualche modo.
Le nostre lenti sono la nostra teoria, il sapere, lesperienza, sono
ciò che ci permette di vedere, forse meglio degli altri, vedere più
da vicino, ma questi strumenti filtranti sono anche la causa della deformazione
di ciò che stiamo osservando.
Lo psicologo nella comunità di recupero, come in altri contesti non
istituzionali, si confronta soprattutto con la richiesta di aiuto, una richiesta
di aiuto che spesso viene espressa secondo le modalità che hanno condotto
alla non-risoluzione del disagio, cioè attraverso il sintomo. La richiesta
di aiuto più forte, mirata e disattiva può essere rappresentata
da quella del tossicodipendente: non cè niente di più
vero e di più falso in quella richiesta.
Non cè niente di più vero perché la richiesta di
aiuto viene profondamente e autenticamente dal biologico e dallo psicologico,
nello stesso tempo non cè niente di più falso perché
le sostanze sono lesatto contrario di ciò che serve alla persona
per uscire dalla situazione di disagio.
Le sostanze hanno questo drammatico potere proprio perché
intervengono su entrambi i piani. Possiamo pensare al loro effetto e al loro
richiamo con unimmagine universalmente nota: se pensiamo ad un neonato
che ha fame, allora il cibo, il latte, diventa la soddisfazione del bisogno
biologico e di quello psicologico. La soddisfazione dell'uno non serve a far
dimenticare l'altro. Il neonato cesserà di allattarsi, di avere bisogno
di essere nutrito (da altri), ma avrà comunque bisogno del nutrimento
psichico, della madre, o, prima ancora, del seno gratificante. Questa situazione
ha luogo in un arco temporale circoscritto, ed è caratterizzata da
una tendenza innata verso la crescita, ovvero verso la differenziazione tra
il latte-cibo / latte-contatto-madre.
Il nostro processo di svincolo dura molti anni, tutti noi conosciamo limportanza
rivestita dalle figure parentali di accudimento per un equilibrato (o meglio
ancora, possibile) sviluppo psichico.
Possiamo immaginarci la dipendenza dalla sostanza come una regressione massiccia
verso una modalità di soddisfacimento del bisogno equivalente alla
dipendenza neonatale. La struttura stessa della comunità,
(da quelle più fisicamente contenitive, a quelle emozionalmente contenitive)
può essere pensata come luogo fisico, ma soprattutto psichico, altro,
un luogo diverso dallesterno, dal fuori. La comunità si propone
come luogo intermedio tra il dentro e il fuori, dove lo svezzamento
viene riproposto soprattutto attraverso un legame affettivo verso il gruppo
dei pari e verso le figure di accudimento, operatori/figure professionali.
Non cè la proposta di un legame simbiotico con persone e/o terapie,
non cè neanche la solitudine dellindividuo che non potrebbe
altrimenti sopravvivere contando soltanto sulle proprie forze. Il rapporto
con se stessi e gli altri, tra il dentro e il fuori passa attraverso il gruppo,
unione di forze e destini che sostiene laspettativa del cambiamento
della persona e di emancipazione dalla dipendenza.
La comunità ripropone quindi un periodo di accudimento, di svezzamento
dal latte materno verso altri cibi; periodo in cui si ripropone
la separazione dal seno, sollecitando il tossicodipendente a lasciare
un piacere ed una fusionalità - sebbene deleteria e autodistruttiva
- che nella vita non sarà più possibile sperimentare se non
nella sublimazione. Non è un caso che molte delle persone che passano
attraverso la comunità pensano di fare in futuro loperatore,
di compiere quindi quella sorta di riparazione trasversale che
conoscono bene coloro che passano dallesperienza della genitorialità,
..come tutti coloro che rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano
di essere medici (Albert Camus, La Peste 1948).
Il compito degli operatori, di base o professionali, è quello di aiutare
i ragazzi a rassegnarsi allidea che il piacere, nella forma intensa
in cui lo hanno sperimentato, non lo troveranno mai più. Uscire dalla
dipendenza da sostanza significa recidere un cordone ombelicale.
Il momento del reinserimento è uno degli aspetti fondamentali del
programma perché si tratta di verificare il lavoro fatto per più
di un anno insieme a educatori e professionisti. Laspettativa di successo
è stata per certi versi il motore che ha attivato speranze ed investito
energie nellalleanza terapeutica proposta dalla comunità.
Nel nostro caso credo quanto mai opportuno fare riferimento a questo concetto,
che nella pratica psicoterapeutica si riferisce alla dimensione collaborativa
tra terapeuta e paziente, individuandola come quel livello di collaborazione
che permane nonostante le emozioni forti e spesso negative che possono manifestarsi
nel corso del trattamento (McWilliams 99).
Non a caso la proposta comunitaria può essere pensata come equivalente
ad un setting, un setting allargato, ma comunque uno spazio con le
proprie regole riguardo alla durata del contratto, alle uscite, alle verifiche,
alle riflessioni ed anche alle dimissioni dal programma. Può essere
equiparata ad un setting anche per quanto concerne la gestione del segreto
professionale e ancor più per i movimenti transferali e controtransferali
che si verificano all'interno di quel perimetro.
Non occorre neppure spendere molto tempo per costruire lalleanza terapeutica
e perché avvenga laccettazione del contratto proposto (molto
più difficile è non rompere questalleanza); a differenza
di molti pazienti
nevrotici, si sa subito perché i nostri utenti vengono in comunità:
per uscire dalla dipendenza dalle sostanze, anche se è indubbiamente
vero che poi le comunità cerchino, nella loro diversità di metodi
e di riferimenti terapeutici, di curare anche il resto. Accade,
infatti, che non sia raro vedere utenti che, mentre all'inizio cercavano solo
la disintossicazione nel programma di comunità di accoglienza, chiedano
successivamente la comunità terapeutica propriamente detta, con aspettativa
di un cambiamento più generale, un cambiamento di personalità.
Potremo dire che questo è conseguenza della nostra capacità
di far nascere in loro questa motivazione.
La comunità è uno spazio di transizione. Nel momento in cui
l'utente esce dalla comunità per passare al reinserimento accade qualcosa
di significativo tra utente e figure di riferimento; infatti, se la comunità
è la simbolizzazione affettiva della buona madre, il reinserimento
si configura in tutt'altro modo: la comunità rischia di diventare il
genitore che impedisce e limita la libertà dell'adolescente, che sente
la protezione genitoriale di cui è oggetto come un limite alla propria
autonomia e come un disconoscimento delle proprie capacità di stare
senza questa protezione. È facile quindi che gli attori della comunicazione
scivolino verso ruoli disfunzionali. Se si verifica ciò la comunità
può diventare istanza super egoica, o legame simbiotico, fallendo nella
sua funzione di seconda opportunità di svezzamento e svincolo. L'utente
di contro finisce per investire la comunità di questa funzione che
lui stesso avrebbe dovuto interiorizzare.
Per coloro che al contrario si collocano in una dimensione preedipica il discorso
è paradossalmente più semplice, in quanto il legame nato nella
comunità perdura con una richiesta di accudimento che non cessa, e
che semmai è messa in crisi dalla paura di perdere il legame con la
comunità stessa. Invece, per quegli utenti che si collocano in una
dimensione edipica, nel momento del reinserimento serve una nuova simbolizzazione
affettiva. La maturità di una comunità può essere vista
nella capacità di accettare il cambiamento dell'alleanza, reso implicito
dal successo terapeutico, che è contraria alla fantasia, inespressa
e invisibile, che sia la stabilità dell'utente a curare la comunità.
Non molto tempo fa mi è accaduto di riflettere con amarezza e senso
di colpa su quanto sopra affermato a causa delle vicende di due ragazzi che
avevo seguito molto da vicino, nella fase del passaggio allesterno,
anche se con modalità sostanzialmente diverse. Ovviamente mi sono reso
conto di quanto accaduto con il senno del poi. Un ragazzo è stato accompagnato
verso linserimento lavorativo, verso la ricostruzione di legami e progetti
di vita, sovrapponendo quelli che potevano essere i suoi desideri e le sue
aspettative con i miei, sostanzialmente proteggendolo troppo; laltro
dopo un limitato periodo trascorso in comunità, accondiscendendo alle
sue pressanti richieste, è stato sostanzialmente lasciato a se stesso,
nel reinserimento vero e proprio.
Quando le cose sono andate male ho passato qualche giorno a pensare cosa era
accaduto, prima di trovare il coraggio di ammettere che, in cuor mio, pensavo
proprio che, il ragazzo con cui ho seguito questa seconda modalità,
avrebbe potuto reggersi sulle sue gambe. Le basi di questo pensiero di autonomia
erano in realtà molto fragili, deve esserci stata quindi una fantasia,
un desiderio mio di immaginare questo ragazzo non più in situazione
di bisogno di aiuto. In un primo momento ho avuto pensieri ancora più
negativi, ho pensato che non ero io che volevo lui ma era lui
a non volere me, ad essere sfuggente, perdevo così di vista
lelementare constatazione che la nostra non era una relazione paritaria.
Mi sono comportato nei due modi in cui facilmente finiscono per comportarsi
i genitori con figli adolescenti: o negano la loro possibilità di autonomia
e continuano ad esercitare un pressante controllo, oppure vogliono immaginare
una compiuta indipendenza della prole.
In entrambi i casi il risultato è pressoché
identico, si finisce da un lato per rendere più nevrotica, faticosa
e conflittuale la conquista dellautonomia filiale, dallaltro si
agisce un desiderio di affiliazione o di espulsione del ragazzo, che viene
immaginato come era prima, cioè dipendente e bisognoso, o come sarà
domani, cioè adulto, ma non come realmente è oggi: pesantemente
in conflitto con due bisogni contrapposti, quello di essere indipendente e
adulto e quello di trovare protezione nei genitori. Credo che la fatica di
confrontarsi con il reinserimento sia proprio quella di misurarsi con le spinte
ambivalenti e contraddittorie di persone che hanno bisogno di stare su entrambe
le posizioni. Credo anche che dobbiamo rassegnarci allidea che non esistono
modelli vincenti o veri, ma esistono situazioni in cui un modello produce
risultati migliori di altri e che, nella fase del reinserimento, non siamo
più i terapeuti con cui i ragazzi si sono relazionati per molto tempo,
ma rappresentiamo siamo anche le figure genitoriali da cui distaccarsi.
In questa situazione complessa è più
che mai importante essere monitorati dallesterno, attraverso unattenta
e continua supervisione da parte di qualcuno che è estraneo
allintervento, con modalità che ricordano la famiglia che va
in crisi e/o va in terapia, nel momento dello svincolo del figlio dalle tutele
genitoriali.
Daniele Mannini
(Psicologo Psicoterapeuta)
