N. 5 - Aprile 2002
Mappe di viaggio - esperienza brasiliana
Melania Ceccarelli
Faceva caldo, era
buio e io viaggiavo compressa nelultima fila dei sedili di un
furgone Volkvagen bianco con indosso una maglia di lana e sulle ginocchia
un piumino blu.
Era il primo gennaio 2000 ed ero appena arrivata a Rio Branco, Stato di Acre,
Brasile.
Il furgone correva sobbalzando, frenando e deviando, nel buio quasi assoluto,
solo qualche lampadina sulle porte delle poche case di legno ai margini della
strada di terra rossa. Le sagome più scure degli alberi altissimi si
scorgevano appena, ai lati.
Quella strada in seguito lavrei percorsa molte volte, guidando io il
furgone bianco, per andare a prendere o a riaccompagnare allaeroporto
amici che partivano o il personale italiano della organizzazione non governativa
per la quale stavo lavorando, che periodicamente faceva visite di monitoraggio
al Progetto al quale partecipavo come consulente, il Beija - Flor (colibrì,
in italiano). Consulente, in particolare, per il coordinamento e il lavoro
di comunità. In realtà facevo, per fortuna, tutto quello che
capitava
molto spesso lautista e scarrozzavo i ragazzi per la città
per permettere loro di partecipare alle poche attività che erano organizzate
per loro.
I ragazzi appartenevano tutti a famiglie con un reddito inferiore alle trecentocinquanta
mila lire al mese, erano stati quasi tutti contattati nelle strade e nelle
piazze dove svolgevano, spesso per lintera giornata, piccoli lavoretti,
come il posteggiatore abusivo, caricatore - scaricatore al mercato, raccoglitore
di alluminio, venditore nelle bancarelle, lustrascarpe.
Tutti abitavano in quartieri estremamente periferici come quello dove era,
ed è tuttora, la sede del Progetto Beija - flor Cidade
Nova.
La mia prima impressione, che ha dato il via a un radicale rimescolamento
interiore, che è durato nel tempo e, per certi aspetti, si è
pure approfondito, è nata dalle prime visite realizzate nei quartieri
e nelle case dei ragazzi.
Era il periodo delle piogge, che ai tropici dura quattro o cinque mesi, e
le strade di argilla rossa erano spesso impraticabili: una sola striscia di
fango rimestato e impastato con rifiuti vari organici e non; io provavo un
profondo senso di schifo (questa è la parola) a camminarci sopra, tentando
di non affondare, con le mie scarpe nuove di tela bianca. Accanto a me, invece,
camminavano alcuni bambini che, a piedi scalzi, affondavano rapidi e sicuri
nel fango.
Ho imparato, dopo pochi mesi, a usare le comode e diffusissime (tra i poveri)
ciabattine infradito di plastica dura, con le quali non solo non affondavo
nel fango ma riuscivo anche a non sporcarmi i piedi.
Questo episodio è emblematico del cambiamento che credo di aver compiuto,
subìto anche, vivendo per due anni nello stato dellAcre, uno
degli stati più piccoli e poveri del Brasile, in mezzo alla foresta
amazzonica.
Una unica strada collega Rio Branco, la capitale, alla capitale dello Stato
più vicino, e da lì al resto del Brasile. I collegamenti tra
la capitale e le cittadine dellinterno sono, soprattutto nel periodo
delle piogge, aerei o fluviali.
LAcre ha una estensione territoriale pari a circa il 60% di quella italiana
con una popolazione di circa 540.000 persone, circa l88% di questo territorio
è coperto dalla foresta.
Lattività economica principale fino agli anni del secondo dopoguerra
è stata lestrazione del lattice, elemento base della produzione
della gomma. La seringa, lalbero del lattice, è un
albero nativo che produce il liquido bianco con cui si estrae la gomma. A
causa della concorrenza inglese che, attraverso quello che possiamo definire
come il primo caso di spionaggio biologico, rubò la piantina di seringa
e la piantò a Macao, e di quella della gomma artificiale, leconomica
della zona ha avuto un tracollo fortissimo così come, di conseguenza,
le condizioni di vita della maggioranza della popolazione della regione.
Attualmente, infatti, questo Stato ha gravissimi problemi economici e sociali
e risulta essere uno dei più poveri del Brasile.
Gli indicatori sociali in quella regione per esempio, toccano percentuali
sbalorditive: grado di analfabetismo disoccupazione, tipologia delle abitazioni,
diffusione dei mezzi di trasporto
In un luogo così si arriva in un modo e si riparte
in un altro, dopo essersi sottoposti, nel frattempo, ad un processo di adattamento
a situazioni di cui spesso si ignorava persino lesistenza o, comunque,
la portata emotiva. Processo che per un verso sembra estremamente spontaneo,
di cui poco ci si accorge, nel periodo in cui lo si vive, e che per altro
verso è, in realtà, molto profondo e dagli esiti imprevedibili.
Mi sono spesso chiesta se comunicare la mia esperienza personale potesse essere
interessante soprattutto in una società che produce molte informazioni
sulle problematiche terzomondiste, con i mezzi di comunicazione che continuamente
ci informano delle varie emergenze e dei diversi organismi che se ne occupano;
informazioni aumentate negli ultimi anni, a mio parere con un pullulare di
numeri verdi pubblicizzati alla televisione cui rivolgersi per inviare sostegno,
soprattutto in denaro.
Mi sono chiesta e, credo sia necessario farlo pubblicamente e girare al lettore
questa domanda, che cosa possa significare questo pullulare di informazioni,
immagini, richieste di denaro, quale impatto possa avere veramente sulle persone,
che fine raggiunge, a quale obiettivo mira.
Non vedo un reale aumento della consapevolezza nelle persone del ruolo che
l Europa, lItalia, ha effettivamente avuto nella creazione delle
profonde ingiustizie che separano i paesi nel mondo. Semmai si percepisce
un interesse filantropico ma distaccato, con un atteggiamento simile a quelli
che, alla domanda cosa faresti se vincessi un miliardo di lire (milioni,
in euro), rispondono sempre che una parte la darebbero in beneficienza,
il 10% circa diceva un sondaggio effettuato. Insomma bisogna ingraziarsi,
la fortuna, la sorte, non si può certo fare invidia agli dei.
Poche persone hanno la reale consapevolezza che i governi del mondo ricco
hanno delle precise responsabilità e che se, il 10% della popolazione
mondiale consuma l80% delle risorse disponibili, non si può certo
affermare che sia un caso. E pochissimi pensano che noi, cittadini degli stati
ricchi, che abbiamo vinto alla lotteria della sorte, come dice Frei Betto,
possiamo realmente fare qualcosa per cambiare questo stato di cose.
I miei due anni, duri certamente, sono stati un laboratorio interiore ricchissimo.
Mi hanno obbligato a confrontarmi con i miei pregiudizi, le mie paure, i miei
limiti e mi hanno insegnato a vedere, e in una certe misura, a vivere, il
mio altro: la me stessa razzista, paurosa, limitata dal benessere nel quale
sono vissuta. Mi hanno insegnato a essere felice di quello che ho.
Melania Ceccarelli
