N. 5 - Aprile 2002
La relazione donna medico - donna paziente. Il recupero della persona. [1]
Silvia Grassi
Ad un giornalista, che mi faceva questa domanda
Cosa chiede una paziente ad una donna medico? ho risposto
che mi piace più riflettere su cosa una donna medico dà
ad una donna paziente.
La professione comincia dopo la laurea: e, alla conoscenza approfondita
della materia clinica, non fa eco unaltrettanta formazione che
faccia rendere conto che, dietro unasma, dietro un morbillo,
cè un altro o unaltra come noi.
Anzi, le pazienti sono spesso non ok (con un linguaggio
che mutuo dalla mia formazione successiva in analisi transazionale),
nei confronti della dottoressa senzaltro ok, ironicamente
parlando, perché depositaria degli strumenti per aiutarle a
stare meglio.
A me è capitato, anni fa, di lavorare come volontaria in un
centro di recupero per tossicodipendenti e qui ho incontrato essenzialmente
due tipi di persone: ragazze tossicodipendenti e medici diversi da
quelli che avevo incontrato fino allora.
È stata la mia via di Damasco, una rivelazione.
Da una parte ero spettatrice stupita e affascinata dellamore
da parte dei medici per questi ragazzi, unito ad una professionalità
di alto livello, e dallaltra vivevo direttamente lo scontro
con queste ragazze tossicodipendenti e sieropositive, con storie che
credevo così lontane dalla mia.
Il mio sapere medico non bastava, dovevo sintonizzarmi con la loro
sofferenza e questo, capivo lentamente, voleva dire riconoscere la
mia, farci i conti.
Il mio non poteva più essere un monologo, perché, tanto
io vado senzaltro bene tu no, infatti, mi rendevo
conto che dovevo ricercare un dialogo che cominciò realmente
ad esistere quando presi in considerazione le risorse di queste ragazze,
che esistevano anche se nascoste.
Potevamo essere ok entrambi.
Se svalutavo me o loro non riuscivo a curarle.
In concreto, in quel periodo, è iniziato per me il tempo di
considerare che avevo anchio il mio bagaglio fatto di scelte,
pensieri, emozioni spesso non condivisibili o strane per
gli altri, proprio come le loro.
Non ero solo medicina con loro, ma anche una storia.
Una frase di Eric Berne, il padre dellanalisi transazionale,
un genio della psichiatria, mi ha sempre colpito Non esistono
due medicine, una organica e una psicologica, ma ne esiste una sola
la medicina psicosomatica e quindi ogni sintomo può essere
spia di un malessere interno psicologico. Anni fa una mia paziente
infermiera mi regalò un libro Amore, medicina e miracoli
che io accettai pensando tra me le solite baggianate new age.
Poi ho letto con le lacrime agli occhi le storie di persone guarite
con la loro voglia di vivere, più che con laiuto dei
medici od oltre allaiuto di questi.
Spesso le donne si presentano in ambulatorio con laspettativa
di essere prese in carico da me, del tutto.
Ed in verità è quello che faccio anchio quando
divento paziente e mi arrabbio molto se la dottoressa a cui mi rivolgo
mi parla pensando che, siccome sono un medico, mi posso dare
una mossa da sola.
Nella mia pratica uso sempre di più uno strumento di Analisi
Transazionale che mi protegge da dinamiche di richiesta di eccessivo
accudimento o eccessivo rifiuto, del tipo farò tutto
per te o non posso fare nulla per te, mettendo in
atto il così detto atteggiamento contrattuale.
Noi insieme, qui, oggi, cosa possiamo fare, io ti do le mie
conoscenze e tu cosa sei disposta a fare insieme con me perché
tu possa stare meglio e forse guarire?
Certo le mie modalità sono diverse secondo letà
della donna, ma sto riuscendo a fare contratti sia con le giovani
sia con le anziane.
Cosa ottengo?
Chiarezza sullobiettivo che voglio raggiungere io e su ciò
che laltra è disposta a fare, senza che alla visita successiva
sia costretta a mentirmi perché non ha fatto quello che ho
detto o che pensava di poter fare, non considerando, forse, che per
lei quello che si stava prospettando non era effettivamente sopportabile.
Penso ad una signora con un tumore in fase avanzata che riusciva a
comunicare a me ed ai suoi familiari la sua paura della chemioterapia,
solo con litigi e confusioni tremende.
Lasciata a se stessa, per sfinimento e con molti rancori familiari,
ha fatto quello che lei si sentiva di fare ed è riuscita, in
effetti, a vivere al meglio.
Forse ci saremmo sentite sollevate ed in pace entrambe se le avessi
dato lopportunità di dirmi davvero cosa poteva sopportare
ed avessi lasciato lidea di protocolli terapeutici evidentemente
troppo stretti per lei.
Certo, a volte, la giornata di lavoro di un medico è tale che
la stanchezza fa perdere la lucidità e si può ricadere
nel faccio tutto io, che sul momento sembra la via più
semplice. Ma è nel gioco: sotto stress ritorniamo a comportamenti
disfunzionali e, quando questi si ripetono troppo, è
il momento di una piccola vacanza, se è possibile, o di un
colloquio di supervisione con qualche collega che aiuta a ricentrarsi
e a riprendere il controllo di noi stesse, per stare meglio con le
persone che si affidano alle nostre cure.
Quello che ho detto fin ora è vero sia per il mio stare con
donne o con uomini: lessere donna mi coinvolge di più
senza dubbio perché alcuni temi mi coinvolgono maggiormente.
Le ansie rispetto ai mutamenti e laccettazione del corpo, per
esempio.
Non posso fare a meno quando una donna mi parla della paura della
menopausa o di un tumore al seno, per esempio, di pensare che anchio
ho timore delle stesse cose e la fatica è di capire il punto
di vista dellaltra senza sovrapporre la mia esperienza personale.
Ad esempio, per le somatizzazioni che vengono da dinamiche affettive
con i partner o dalle separazione dai loro cari, è facile sentire
riaffiorare le questioni soggettivamente aperte rispetto a tali problematiche.
È difficile a volte separare quello che è il nostro
dal loro e ascoltare senza giudizio, pregiudizio e senza
ridefinire il problema secondo il proprio quadro di riferimento.
Infatti, accogliere le loro emozioni negative in situazioni
di stress: tristezza, aggressività, confusione, vuoto, ecc
,
che sono espresse in modo del tutto diverso dal nostro, è una
sfida.
Magari siamo coetanee, magari con vite parallele con molti punti in
comune, eppure così diverse come espressione emotiva.
Ma la relazione è costruita soprattutto dalle emozioni e quindi
il riconoscerle e condividerle è una scommessa che, spero,
diventi sempre più normalità.
Forse è la possibilità che vedo, ora, per il contatto
con le pazienti affette da demenza senile: lultima novantenne
pochi giorni fa alla mia domanda Come va? ha risposto
recitandomi la Pia de' Tolomei.
Quale metafora più opportuna per parlarmi del suo dolore?!
Penso anche alle donne emigrate a cui chiedo la data di nascita e
che non mi rispondono: lo trovavo irritantissimo finché qualcuno
non mi ha detto che cera dietro un problema di malocchio.
Allora lunica cosa è pensare quale timore e paura può
suscitare una domanda che appare del tutto routinaria e banale.
Parlare di data di mestruazione, per certe donne extracomunitarie,
a volte è come chiedere la luna.
Ancora paure diverse.
Penso che nei nostri ambulatori abbiamo la possibilità di esprimere
emozioni autentiche ed in modo diretto per essere modelli di relazione.
Credo fermamente che acquisire competenza emotiva sia una delle speranze
e la nostra arma vincente, per contribuire alla salute delle donne
che si rivolgono a noi.
[1] Questo intervento è stato presentato in occasione del Convegno dellAssociazione Italiana Donne Medico, tenutosi a Salsomaggiore, il 21 Ottobre 2001.
Silvia Grassi
Medico di medicina generale, psicoterapeuta e analista transazionale
