N. 6 - Marzo 2003
Editoriale.
Giovanni Lancellotti
Nella pièce teatrale “Guerra” il regista Pippo Del Bono
mette in scena un'azione che può essere significativa per introdurre
il numero di questa rivista. Nel mezzo di una cena, i cui commensali hanno
i tratti salienti della normalità comune, si sviluppa un processo trasformativo
che li fa diventare mostri; si trasformano in “Freaks”, mutano
le loro caratteristiche corporee, attraverso la maestria di attori “fisici”,
deformano le loro proporzioni e i loro movimenti, lo spazio teatrale diventa
una dimensione anarcoide e invivibile.
I mostri che sono dentro di loro, per dirla con una delle ultime canzoni di
Giorgio Gaber, sono usciti fuori, sono entrati nella dimensione dell’altro,
nell’interpersonale, nella dimensione costitutiva dell’Io sociale,
nella metafora teatrale della guerra, come esito di un terreno di coltura
antropologico, retaggio dell’uomo.
Questo numero della rivista si occupa, a suo modo e nelle sue forme, di condizioni
in cui si manifesta la violenza, dal nucleo cellulare della famiglia o dalla
diade io-tu (forse sarebbe meglio utilizzare i termini di winnicottiani di
me-non me, per indicare, arbitrariamente rispetto all’area semantica
originaria, un altro che riceve, nel caso della manifestazione della violenza
distruttiva, tutte le caratteristiche di un’estraneità pericolosa),
fino alla distruttività di gruppo o di massa, istituzionalizzata, che
fa parte dell’humus sostanziante tutte le guerre.
Gli articoli che seguono sono un primo tentativo, ed un’espressione
cui faranno seguito altre, di comprendere (nel senso di tenere dentro e insieme)
il fenomeno della distruttività umana, della violenza esplicita ed
interpersonale, che dissacra il corpo e la persona intera dell’altro,
e quel fenomeno impalpabile, inosservato, chiuso nelle pieghe di una vita
pubblica inespressiva, “normale”, della costrizione psichica,
della designazione della vittima, colpevolizzata dal sistema familiare, che
stravolge il ruolo del persecutore, con effetti devastanti sull’identità
del membro più fragile e più sofferente.
In particolare gli scritti di Mariangela
Bucci Bosco e Anna Emanuela Tangolo (dal punto di vista
di un’esperienza di formazione di gruppo e di psicoterapia individuale)
esprimono il contatto con la pratica della violenza all’interno delle
mura “gelose” della famiglia o di situazioni similari, e raccontano
delle forme di violenza, sottile e privata o pubblica e conclamata, che caratterizzano
soprattutto, ma non soltanto, i rapporti coniugali e le relazioni genitoriali
e filiali.
Ed è soprattutto di donne che si parla, madri, mogli e figlie.
Attraverso percorsi di lettura rogersiani e analitico transazionali vengono
presentati “progetti” di cura che, nell’ambito psicologico,
possono aiutare i feriti nell’anima a ritrovare un senso costruttivo
ed emancipativo dell’esistenza.
La comunicazione
di Antonio Cecconi, che è stato vice direttore della Charitas
italiana, illustra le attuali condizioni
d’attuazione del servizio civile, forma istituzionalizzata
delle manifestazioni di dissenso verso la concezione militare della
soluzione dei conflitti e della mentalità guerresca che ne è
alla base.
Qua e là traspaiono dalle parole dell’articolo echi di
Don Lorenzo Milani, di Aldo Capitini, di Danilo Dolci, degli uomini
e delle donne che, con la pazienza della non violenza hanno tolto all’obbedienza
le caratteristiche della virtù.
Lo scritto di Antonio Cecconi è, senza essere stato programmato
per questo, drammaticamente attuale, data la situazione politica mondiale,
che richiederebbe uno scenario “epocale” di servizio civile
e non migliaia di soldati schierati a battaglia.
I contributi di chi si è assunto il compito di scrivere questa
introduzione, riguardano due aspetti della violenza politica, che pensavamo
relegati in un periodo lontano, e comunque sostanzialmente estraneo
come esperienza diretta di conoscenza, per le generazioni nate dopo
la seconda guerra mondiale: le incarcerazioni illegittime e la scomparsa
(cioè l’assassinio) dei dissenzienti nel
film di Bechis (in questo caso si tratta dell’Argentina della
dittatura militare) e dei
massacri delle popolazioni civili ed inermi nel corso degli eventi bellici
che hanno portato alla divisione cruenta della Jugoslavia.
Entrambi gli articoli derivano da esperienze sul campo, se così
si può dire: l’una per una frequentazione cinematografica
che data dall’infanzia e che vede, alla maniera di Majakovskij,
il cinema come “ragione di vita” (inteso come mezzo di possibilità
comunicative che smuovono ciò che sta “in interiore homine”,
anche se questo non basta per passare alla prassi), e l'altra per un
breve viaggio nei luoghi dell'orrore, per venire a contatto con i superstiti,
attori oscuri e preziosi di una società civile che vuole essere
regolata dai principi e dai fatti della tolleranza, del rispetto della
vita, della creazione di condizioni di progresso e di sviluppo per tutti,
di messa al bando di un odio che non deve trovare legittimazione.
Anche in questi due brevi articoli viene espresso un tentativo di due
diverse uscite, in “razionalità” psicologica, dagli
avvenimenti: la prima (per la ricerca della vera origine) tesa a ristabilire
il principio basilare dell’Io, che è quello dell’identità
(il regista gioca questo principio non sul livello della storia familiare,
ma su quello della storia politica), e la seconda tesa ad interpretare,
a dare senso, all’orrore della violenza della guerra contro gli
inermi in tempi di civiltà, per smascherare le paure paranoiche,
per fare strada all’anima junghiana e alla progressiva presa di
terreno freudiana dell’Io nei confronti dell’Es.
Per ultima, ma non ultima, chiude l’assetto di questo numero
della rivista la presentazione del libro di Pierangelo Berrettoni La
logica del genere Ed. Plus Università di Pisa, offertaci
dall’autore stesso.
L’opera costituisce un saggio complesso e articolato che, partendo
dagli interessi linguistici dell’autore, spazia su argomenti intellettuali
molto ampi che convergono sull’origine “logica”, in
senso filosofico, della differenza di genere e su una particolare caratterizzazione,
nei riguardi dell’omosessualità, che sfata il mito dell’accettazione
del fenomeno omoerotico all’interno della cultura greco-classica.
Ringraziamo il Professor Berrettoni per la sua cortesia.
Giovanni Lancellotti psicologo-psicoterapeuta
per SCRIPT Centro Psicologia Umanistica PISA
E-mail: giovannilance@tiscalinet.it
