N. 7 - Luglio 2003
RECENSIONI. RIFLESSIONI SULLA SCRITTURA:
Pierangelo Berrettoni, “La logica del genere” - (Ed. Plus Università
di Pisa)
Presentazione dell'autore.
Il libro nasce da una serie di corsi di Linguistica generale tenuti
negli ultimi anni presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
dell'Università di Pisa, che avevano come oggetto generale
l'ipotesi del linguaggio come creatore di realtà. Questa visione
ha una lunga tradizione nella filosofia del linguaggio, risalendo,
storicamente, al dibattito intervenuto nella cultura greca del V secolo
tra la linea sofistica e quella platonico-aristotelica, una "battaglia
di giganti", come ebbe a definirla lo stesso Platone, che, vista
nella prospettiva di una genealogia e un'archeologia della cultura
moderna, si rivela come un evento catastrofale, destinato a ripercuotersi
per più di due millenni nella formazione dell'immaginario culturale
occidentale.
Platone e, più ancora, Aristotele muovevano da una posizione
semantico-referenzialista del linguaggio come strumento, seppure imperfetto,
di comunicazione di una realtà considerata come extraumana,
data una volta per tutte e conoscibile solo in tanto in quanto si
possa postulare una realtà trascendente, eterna e in-sé
(la realtà "eidetica" delle Forme platoniche), garante
della possibilità stessa di nominare le singole porzioni del
reale intese come copie, imperfette e transeunti, delle Forme in-sé.
Aristotele insiste sulla funzione comunicativa del linguaggio, postulando
che parlare sia possibile solo in tanto in quanto si parli ad un'altra
persona e in tanto in quanto si ammetta che ogni parola sia dotata
di un solo significato, che l'esercizio del linguaggio metterebbe
in comune (comun-icare, appunto), e condannava chi intenda il parlare,
invece, come un gioco, un parlare "per il piacere del parlare".
L'allusione è ai sofisti che avevano elaborato una visione
del linguaggio pragmatica, come un agire che nell'esercizio contestuale
dello scontro linguistico tra due interlocutori crea un effetto-mondo
che non è una semplice rappresentazione di una realtà
data in sé, ma la creazione di una realtà che si fa
nell'atto stesso dell'esercizio linguistico dei due interlocutori.
La posizione sofistica più scandalosa, per Platone e Aristotele,
era quella del relativismo protagoreo, secondo la quale ogni proposizione
sarebbe vera e, come tale, non sottoponibile a un giudizio verofunzionale
e alla possibilità di contestazione, in quanto il suo contenuto
è vero per il parlante che la emette.
Questa posizione è stata in qualche modo ripresa in età
moderna da quanti, specie in Francia, hanno sentito come insufficiente
la visione strutturale, postsaussuriana, della lingua come codice
comunicativo, proponendo, piuttosto, una versione pragmatica aggiornata:
la posizione estrema è quella di Deleuze e Guattari, che vedono
nella lingua non tanto uno strumento di comunicazione, ma il mezzo
attraverso il quale all'interno di una cultura vengono trasmesse le
parole d'ordine dei gruppi dominanti, ovvero l'insieme delle categorizzazioni,
visioni del mondo, schemi mentali che organizzano il reale secondo
quella logica della dominazione, studiata da Bourdieu, in base alla
quale i detentori del potere simbolico inculcano questi schemi nei
gruppi dominati, operando un processo di naturalizzazione in base
al quale valori e regole arbitrari e frutto dei regimi discorsivi
di chi detiene e organizza il potere-sapere (secondo l'espressione
introdotta da Foucault) vengono presentati come naturali e, come tali,
motivati, nonché risultanti dalle scoperte di una scienza che
si presume neutra ideologicamente, oggettiva e "apatica",
ovvero sottratta ai condizionamenti ideologici, emotivi, affettivi
dello scienziato: una scienza "scorporata", cioè
depurata di ogni legame con la realtà fisica e transeunte della
corporeità.
***
In questa prospettiva, che è stata arricchita soprattutto dalla
corrente di pensiero che fa capo al costruttivismo sociale, sviluppato
in gran parte sulla base delle proposte di Foucault, un posto di primo
piano è occupato dal discorso di genere, ovvero dall'insieme
complesso e composito dei regimi discorsivi che hanno contribuito
alla creazione plurisecolare degli stereotipi e delle categorie dell'immaginario
di genere della cultura occidentale.
L'ipotesi 'forte' presentata nel libro è che la griglia mentale
soggiacente alle categorie della cultura di genere è la stessa
che ha presieduto alla costituzione e categorizzazione delle scienze
classificatorie del reale quali la logica e le matematiche. In particolare,
comune a entrambi questi regimi discorsivi è la logica della
distinzione, fondata sul pensiero binarista, oppositivo e privativo.
Questa visione, che di per sé rappresenta la razionalizzazione
di uno schema mentale presente nella maggior parte delle culture premoderne,
comprese quelle cosiddette primitive, intende il reale come costituito
e organizzato in un ordine razionale e concettualizzabile secondo
l'interazione di una serie di principi oppositivi binari, quali, per
utilizzare come esempio la tabella pitagorica delle opposizioni, il
principio del limite e dell'illimitato, dell'unità e della
molteplicità, del pari e del dispari e così via. Ogni
ente si inserisce in una classe all'interno della quale è individuato
da un'essenza immutabile che ne rende possibile una definizione secondo
una serie di tratti binari e oppositivi, come nel caso paradigmatico
della serie dei numeri naturali, ognuno dei quali è definibile
come o pari o dispari. Le opposizioni sono per lo più di tipo
privativo, in quanto una coppia di enti è opposta sulla base
di un tratto presente in uno e assente nell'altro: ad esempio, l'opposizione
principiale tra quiete e movimento è, più esattamente,
definibile come quiete (presenza positiva del tratto) - mancanza di
quiete = movimento.
Una di queste coppie principali è costituita dal tratto maschile
- femminile, per cui ogni ente del reale, anche quelli astratti e
non animati, partecipa dell'uno o dell'altro in modo da costituire
una rete di proporzioni tra i principi: ad esempio, nell'ontologia
pitagorica il principio maschile veniva equiparato al principio del
limite e dei numeri dispari, mentre il principio femminile veniva
assimilato al principio dell'illimitato e dei numeri pari. La coppia
maschile - femminile viene dunque equiparata a tutta una serie di
coppie proporzionali, per cui vale, ad esempio, la serie "maschile
: caldo : secco : destra : dritto = femminile : freddo : umido : sinistra
: curvo" e così via. L'elemento maschile, dunque, fa parte
della colonna positiva della tavola delle opposizioni, quella cui
si deve un principio di conoscibilità e ordine del reale, mentre
quello femminile partecipa della colonna negativa, responsabile di
un minor grado di conoscibilità e razionalità e, in
ultima analisi, del male.
La costruzione culturale dei due generi è avvenuta, dunque,
secondo queste linee: se il pensiero matematizzante equiparava il
femminile al numero pari, è possibile dimostrare che la costruzione
del femminile avveniva secondo quella categoria della relatività
che la logica accademica e aristotelica andava costituendo: la donna
era pensabile solo come un "essere-di", in quanto vista
sempre in relazione a un uomo (padre, fratello, marito, figlio), così
come, nella definizione aristotelica, il relativo è costituito
da quel campo di concetti che non sono pensabili in sé, ma
solo in relazione a un altro concetto e sono, quindi, caratterizzati
da un "essere-di" (il destro è destro-di un sinistro,
la scienza è scienza-di qualche cosa e così via).
Anche la maschilità è andata costruendosi sulla base
di una serie di regimi discorsivi di cui una parte importante è
stata costituita dal discorso mitico, di cui nel libro si tenta una
lettura anche in questa direzione. Fondamentali sono apparsi i due
miti di Adone ed Ercole che rappresentano le due polarità archetipiche
della machilità: quella negativa (Adone), caratterizzata da
tratti come quelli della seduttività, dell'artificio, dell'esercizio
seduttivo della parola, dell'eccesso, della prematurità e della
sterilità (così come "sterile" era definito
il numero pari, femminile, perché la vera forza generativa
dei numeri appartiene al dispari maschile) e, quindi, di una virilità
insufficiente, così come insufficientemente virile appare a
un'etica androcentrica guerriera un'eccessiva propensione del maschio
per la donna. Ercole, invece, costituisce l'archetipo di un'ipervirilità
costituita soprattutto attraverso i valori della fatica, dell'iperpotenza
sessuale stupratoria piuttosto che seducente, della fondazione di
città e di una fertilità produttiva e ordinata che ha
come esito la fondazione di stirpi e genealogie.
In questa visione binarista, basata sul principio di non contraddizione
e del terzo escluso, il fenomeno della cosiddetta omosessualità
non poteva apparire che come un problema: prima ancora di costituirsi
come un comportamento sociale da accettare e tollerare o da respingere
e reprimere, la propensione omoerotica si costituiva come una problema
di pensabilità di un fenomeno che non sembrava possibile inquadrare
nello schema tradizionale che prevede l'appartenenza di ogni individuo
a uno dei due generi e alla propensione per oggetti dell'altro sesso.
La storia del rapporto della cultura occidentale (una delle più
fortemente omofobe) con il desiderio omoerotico è la storia
di una difficoltà plurisecolare a concettualizzare e pensare
questo fenomeno. La prima trattazione del desiderio omoerotico come
problema risale a un trattato attribuito ad Aristotele, che viene
analizzato in un capitolo del libro, per proseguire fino alla trattazione
freudiana e psicoanalitica dell'enigma omosessuale. Il libro tenta
anche di dimostrare come la cultura greca, anziché costituire
un momento di accettazione dell'omosessualità, secondo una
tenace interpretazione che legge il fenomeno della pederastia greca
secondo la categoria moderna dell'omosessualità, ha al contrario
fornito le basi teoriche per la stigmatizzazione di questo comportamento
e per la conferma e stipulazione di quel contratto eteronormativo
di cui si sono occupati alcuni settori della sociologia e della storia
della sessualità in ambito anglosassone.
Pierangelo Berrettoni.
