N. 6 - Marzo 2003
Servizio civile: sarà ancora una scelta di pace?
Antonio Cecconi
Con tempi più rapidi del previsto si va verso il superamento
dell’obbligo di leva e quindi l’avvento del servizio civile
sganciato dall’obiezione di coscienza, automaticamente diventato
ormai, per l’opinione pubblica ma anche per parecchi addetti
ai lavori, servizio civile volontario. Definizione impropria ed equivoca:
senza voler fare del nominalismo, una volta detto che il nuovo istituto
si basa sulla volontarietà, cioè sulla libera opzione
dei giovani, è bene precisare che si tratterà piuttosto
di una sorta di contratto a termine tra il giovane e le istituzioni,
accompagnato da un’offerta formativa.
E’ importante capire il cambiamento in atto e coglierne le opportunità
affinché il nuovo nasca e nasca bene. Cerchiamo di farci un’idea
rispondendo ad alcune domande: che cosa cambia rispetto al “vecchio”
servizio civile? Cosa rimane? Che cosa migliorerà e che cosa
andrà perduto? Che ne sarà delle scelte pacifiste e
nonviolente? Quali opportunità per i giovani?
I cambiamenti
Si passa da un regime di obbligatorietà a uno di libera opzione.
Finora tutti i cittadini maschi maggiorenni erano tenuti a “servire
la patria” per un periodo della loro vita. Chi rifiutava l’uso
delle armi, era assegnato al servizio civile, da svolgere presso Enti
convenzionati con lo Stato. In qualche modo passava ai giovani un
messaggio sui doveri verso la Patria (quello che il Presidente Ciampi
cerca di rilanciare) la cui “difesa” è una forma
di responsabilità verso la comunità cui si appartiene.
La simmetria diritti/doveri, una costante della Costituzione italiana,
è già di per sé un contenuto forte sotto il profilo
valoriale: la cittadinanza si costruisce con l’apporto di tutti.
La leva obbligatoria, adempiuta tanto dai militari quanto dagli obiettori,
aiutava a non dimenticarlo.
Adesso il servizio civile e quello militare saranno materia di libera
scelta: nella migliore delle ipotesi per convinzioni di carattere
sociale e culturale, più realisticamente perché lo Stato
sarà visto come un datore di lavoro, per quanto sui generis.
Il rischio incombe soprattutto sul servizio militare: sarà
interessante capire quanti e quali giovani faranno il mestiere del
soldato. O non lo faranno, dal momento che il ministro della difesa
Antonio Martino ha ipotizzato la costituzione di una legione straniera.
Ma occupiamoci del servizio civile (SC). Anch’esso, come il
servizio militare “di professione”, dipenderà dalla
libera scelta di ragazzi e ragazze, in età compresa tra 18
e 26 anni. E’ azzardato prevedere quanti giovani lo sceglieranno;
dipenderà in primo luogo da quanto lo Stato e le Regioni mostreranno
di credere nel nuovo servizio civile e quindi investire per renderlo
una proposta interessante, un’opportunità appetibile
per i giovani. A partire dalla copertura finanziaria, che riguarda
tutto l’apparato organizzativo da impiantare e un corrispettivo
economico intorno a 400 Euro al mese.
Il primo aspetto del cambiamento è che contenuto portante del
SC diventa l’esperienza di crescita del giovane, inteso come
“potenziale” soggetto solidale che contribuisce alla difesa
della patria (in termini di qualità della vita della comunità
a cui appartiene), dilata la dimensione solidale in prospettiva planetaria,
è stimolato e sostenuto in percorsi di educazione alla nonviolenza,
partecipa alla cura del territorio (stiamo ripercorrendo i commi dell’art.
1 della legge 64/2001).
Un seminario promosso da Caritas e Fondazione Zancan ha così
definito il SC del futuro: “una sorta di bottega della democrazia
che fa del giovane un apprendista artigiano che acquisisce e sperimenta
gli strumenti in grado di renderlo protagonista nelle realtà
in cui già è inserito come in quelle in cui sarà
chiamato ad operare come cittadino. Questa esperienza di crescita
non è da intendersi in senso direttivo/genitoriale, ma come
accompagnamento del giovane verso l’assunzione di responsabilità
(far posto e non dare un posto). Tale crescita avviene su piani diversi
e complementari: formazione professionale, inserimento nel mondo degli
adulti, protagonismo civico, partecipazione democratica, capacità
di dialogo e di prossimità, corresponsabilità nei processi
di riconciliazione e nell’apertura planetaria”. Un esito
possibile, nella misura in cui il SC sarà leale rapporto di
scambio che abilita la persona a giocarsi liberamente nella relazione
con l’altro è la gratuità, intesa come “interesse
disinteressato, al di là di ogni utilitarismo, che apre ad
ulteriori possibilità di offerta di sé durante o dopo
il SC”.
La cosa assolutamente nuova è l’ingresso a pieno titolo
nel nuovo SC delle ragazze. In parte si tratta della maturazione di
un seme gettato da molti anni dalla Caritas con la proposta dell’Anno
di Volontariato Sociale (AVS), con l’aggiunta nuove prospettive
in termini di pari opportunità. Ai primi due “bandi”
indetti dalla stessa Caritas (dicembre 2001 e luglio 2002) hanno risposto
ottanta ragazze da ogni parte d’Italia.
Dallo Stato centrale alle Regioni
A seguito della riforma “federalista” della Costituzione,
la nuova soggettività delle Regioni comporta una rivendicazione
di titolarità sulla materia, peraltro già manifestata
nei confronti dell’Ufficio Nazionale del Servizio Civile (UNSC).
Quest’ultimo è la nuova struttura che sovrintende al
SC, finalmente sganciato dal Ministero della Difesa e passato alla
dirette competenze della Presidenza del Consiglio. Sapranno le Regioni
legiferare e gestire validamente la materia? Per adesso, si sono date
Leggi regionali Emilia-Romagna, Liguria, Molise e Toscana; l’iter
legislativo è in corso per Lombardia, Piemonte, Veneto e Umbria.
Avremo un SC a “macchia di leopardo”? I giovani del Sud
continueranno a essere penalizzati? Diciamo continueranno perché
già adesso in molte aree meridionali e insulari c’è
carenza di Enti convenzionati e quindi difficoltà a svolgere
il SC, nonostante il vivo interesse dei giovani. Aprire strade per
il nuovo SC al Sud è importante almeno per due motivi: perché
vi è più alta natalità e quindi, in prospettiva,
una maggiore base di diffusione della proposta; e poi perché
il SC può essere punto di forza per la crescita socioculturale
delle comunità. È degno di nota che il Piano Integrato
Sociale Regionale della Toscana dichiari di voler sperimentare “il
coinvolgimento di giovani che optano per tale servizio… palestra
di nuova cittadinanza, incentivando interventi che facciano acquisire
un nuovo concetto di solidarietà, attivando esperienze di cittadinanza
partecipata”.
ottanta ragazze da ogni parte d’Italia.
Che cosa rimane?
Rimane un’esperienza di trent’anni, col patrimonio che
rappresenta il servizio civile per chi lo ha impostato bene, per chi
si è preoccupato di accogliere i giovani e valorizzarli, senza
farne semplice manovalanza. Circa un terzo degli Enti convenzionati
è di area ecclesiale, un altro 40% è costituito da Comuni
e vari comparti della pubblica amministrazione. Speriamo che non restino
anche le zone d’ombra che finora non sono mancate.
Quello che dovrà rimanere e anzi aumentare è l’investimento
formativo, con quel che ha rappresentato per i giovani (e i taluni
casi per gli Enti e le comunità territoriali). Molti obiettori
hanno avuto occasione di crescere come persone, soprattutto nel servire
l’altro, i tanti volti delle povertà incontrati in molti
centri operativi; non è casuale trovare obiettori di qualche
anno impegnati come amministratori locali o dirigenti di imprese sociali.
A parecchi giovani il SC ha fatto conoscere sbocchi di lavoro nuovi,
soprattutto nel campo dei servizi alle persone. Si tratta di un notevole
patrimonio educativo di tipo esperienziale da non disperdere.
Che cosa migliorerà e che cosa andrà perduto?
Potrebbe migliorare l’investimento sui giovani, dal momento
che l’accompagnamento formativo è previsto come uno dei
pilastri portanti. Significativo è il collegamento con le Università
e le professioni: il SC potrà attribuire “crediti formativi”,
e d’altra parte varie Università hanno attivato o progettato
corsi di laurea su temi attinenti la pace, il welfare, la cooperazione
allo sviluppo ecc. Il SC potrà servire come tirocinio per varie
professioni sociali.
Tutto questo sarà possibile se l’approccio sarà
quello di un cantiere aperto, un laboratorio di progetti finalizzati
a precisi obiettivi: formazione e qualificazione di giovani; fornitura
di risorse aggiuntive alle politiche socioassistenziali, educative,
culturali, ecologiche; crescita del tasso di socialità e relazionalità
delle comunità territoriali, apertura a percorsi di giustizia
planetaria.
La cosa che più si rischia di perdere è lo stretto legame
tra il SC e le scelte di pace dei giovani, che caratterizzava l’obiezione
di coscienza.
Che ne sarà del pacifismo e della nonviolenza?
Si è affermato il nuovo servizio civile decreterà la
fine dell’obiezione di coscienza. Se è vero che non ci
saranno più, in via ordinaria, cittadini obbligati al servizio
militare, l’obbligo di leva resta tuttavia sospeso (per abolirlo
sarebbe occorsa una riforma della Costituzione) ed è contemplata
la possibilità di reintrodurlo; in quel caso la legge prevede
una disciplina diversa per gli obiettori di coscienza. Ciò
vuol dire che i giovani che optano per il servizio civile potranno
continuare a dichiararsi obiettori. La prospettiva non va sottovalutata,
quanto meno come memoria di quel che ha significato l’obiezione
per le precedenti generazioni.
Bisognerà aiutare i giovani che fanno il SC a recuperare il
valore aggiunto che proveniva dall’idealità pacifista
e nonviolenta, corredo genetico degli obiettori “duri e puri”
di un tempo. Dire no alle armi, lavorare per la risoluzione nonviolenta
dei conflitti, sentirsi in sintonia con ideali e azioni per la liberazione
e i diritti umani in ogni parte del mondo hanno rappresentato un’opportunità
educativa per molti giovani. Sensibilità e comportamenti da
rilanciare, in un tempo caratterizzato dal ritorno della mitologia
bellica dopo quel maledetto 11 settembre.
Anche il nuovo esercito professionale andrà tenuto sotto controllo.
Finora si è parlato soprattutto del mezzo, ma con troppa reticenza
sui fini. Sul “nuovo modello di difesa” occorre un serio
dibattito etico e culturale, prima che tecnico e finanziario; come
si diceva un po’ di anni fa, “la guerra è una cosa
troppo seria per lasciarla fare ai militari”. Bisognerà
che qualcuno spieghi davvero che cos’è la pace chi sceglie
la professione del soldato, a partire dal diritto/dovere di obiettare
a ordini ingiusti o a comportamenti eticamente inaccettabili. Incluso
l’impegno a rendere le caserme e i vari aspetti della vita militare
rispettosi della dignità delle persone.
Quali opportunità per i giovani?
I destinatari sono chiaramente i giovani di questo tempo. Quelli del
muretto, quelli dello “sballo” del sabato sera, quelli
della generazione di Erika e Omar. Ma anche i giovani che manifestano
contro la globalizzazione, che marciano da Perugia ad Assisi, che
si rimboccano le maniche nel volontariato, che tutelano l’ambiente
e diventano consumatori critici. La comunità degli adulti,
a partire da genitori ed educatori, è disposta e attrezzata
a farsi carico di una proposta seria d’impegno, a scommettere
per e con i giovani? E la politica quanto vorrà investire sul
nuovo SC?
Per tutti gli Enti che finora impiegavano gli obiettori si impongono
alcuni passaggi:
dall’aspettare i giovani, perché finora c’era un
obbligo di legge a cui conseguivano delle assegnazioni, alla proposta
di un’esperienza affidata alla libera scelta, apprezzabile in
quanto attraente, significativa, capace di qualificare un anno della
propria vita;
dall’utilizzo del SC a beneficio di un’opera all’assunzione
diretta di responsabilità educative verso i giovani, mettendoli
in condizione di concludere il SC più umanamente e socialmente
ricchi di come erano arrivati;
dal puntellare alcuni servizi per assicurarne comunque la durata,
all’includere le diverse esperienze in un lavoro di rete per
la costruzione di nuovi modelli di welfare territoriale; in altre
parole, migliorare la qualità della vita della gente grazie
anche all’apporto delle energie giovanili.
Tutto questo chiama in causa la capacità progettuale delle
agenzie educative e dei mondi della solidarietà organizzata.
Il nuovo SC si svilupperà nella misura in cui punterà
non tanto a impiegare un certo numero di giovani ma a intraprendere
con loro percorsi di cittadinanza responsabile.
Antonio Cecconi
prete della Diocesi di Pisa, già vice direttore della Charitas
italiana, dirigente dell'Osservatorio giuridico-legislativo della
Conferenza Episcopale Toscana.
