N. 7 - Luglio 2003
ARTITERAPIE, TEATROTERAPIA, METODI DI AZIONE, ATTIVITA' ESPRESSIVE:
Intervista a Walter
Orioli: i sentieri della teatroterapia.
1 - Qual è la definizione di teatroterapia?
E' la messa in scena dei propri vissuti, all'interno di un gruppo, con il supporto della cultura psicanalitica e dei principi di presenza scenica derivati dal lavoro dell'attore; consiste principalmente nella conoscenza di se stesso partendo delle proprie emozioni e di come queste sono espresse dal corpo. La teatroterapia implica l'educazione e la percezione del movimento corporeo e vocale, un minuzioso lavoro pre-espressivo indispensabile alla creazione di quell'altro da sé che rende possibile e consapevole la reazione terapeutica.
2 - Cosa si intende per lavoro pre-espressivo?
Il lavoro dell'attore su se stesso,
in altri termini imparare a camminare, saltare, cantare, ballare,
agire nello spazio con una profonda consapevolezza del proprio corpo
nel momento presente. Un training che viene prima dell'espressione
ed è fondamentale per la sua manifestazione, senza del quale non facciamo
che scimmiottare gesti che conosciamo o abbiamo già visto da qualche
parte. Nel lavoro pre-espressivo il corpo è vissuto come strumento
d'esplorazione, una specie di terreno da curare perché possa dare
i frutti desiderati.
Ci sono almeno quattro livelli pre-espressivi: quello tecnico derivato
dall'antropologia teatrale, quello percettivo sensoriale di origine
primitiva, quello libero legato al gioco e quello parzialmente regressivo
per scoprire l'essenza del gesto.
3 - Quali sono le finalità della seduta di teatroterapia?
Durante i primi incontri, il linguaggio
non verbale mostra un corpo aperto che si esprime attraverso lo stile
dei suoi movimenti, le posture, la mimica del viso, ovvero le speciali
maschere che celano la piena affettività inconscia. L'obiettivo delle
sedute consiste nel depurare il rapporto tra corpo, voce, mente e
spirito nella relazione con l'altro, gli altri, se stesso, al fine
di custodire i mascheramenti conosciuti e sviluppare altre mitologie.
Solitamente gli effetti delle sedute di gruppo
continuano a produrre un dialogo interiore sul singolo, anche dopo
la seduta stessa, poiché gli stimoli ricevuti entrano a far parte
di un'esperienza profonda che la persona può parzialmente integrare
nella vita di tutti i giorni.
Sia chiaro in ogni modo che la teatroterapia non produce diagnosi,
né interpretazioni psicologiche e non può sostituire cure farmacologiche,
ma le affianca, rafforza nuove visioni di sé.
4 - Come funziona la teatroterapia?
Agisce attraverso la rappresentazione
di personaggi principalmente improvvisati, una fonte inesauribile
delle bizzarrie inconsce, ma anche e soprattutto autocostruzione dell'ordine
simbolico nell'attore-paziente.
Dal punto di vista scientifico siamo in una fase ancora sperimentale,
oserei dire pre-scentifica e pre-epistemologica, ciò nonostante, possiamo
considerare la teatroterapia come una rete relazionale di un sistema
costituito da una struttura di processi attivi, misurabili attraverso
la maturità evolutiva del gruppo. Questa crescita è rappresentata
dalla capacità dei singoli individui di sviluppare le proprie dinamiche
creative ed i propri processi intrapsichici con modalità performative.
In questo senso il teatroterapeuta è colui che, maturando nei suoi
processi, umani e professionali, è in grado di dirigere il gruppo,
contenerlo e re-indirizzarlo continuamente verso drammaturgie collettive.
5 - Da centinaia d'anni si afferma che il teatro fa bene all'animo umano, ma non è azzardato affermare che può essere una psicoterapia?
Solo attraverso l'osservazione sistematica
dei fenomeni performativi sviluppati in questi ultimi cinquant'anni,
che hanno riguardato soprattutto il teatro sperimentale, dall'applicazione
del metodo Stanislavskij, alle ricerche di Artaud, ma principalmente
di Grotowski e le ultime di Barba, alcuni psicologi e psicoanalisti
possono ora riconoscere i possibili presupposti epistemologici di
questa nuova disciplina che chiamiamo teatroterapia.
Nei primi anni del Novecento, mentre Freud strutturava la psicanalisi,
Konstantin Stanislavskij, nella Russia degli anni Venti, elaborò la
teoria della riviviscenza, al cui centro vi è l'attore che crea il
"sottotesto" per provare a vivere (indotto da un intenso
sforzo emotivo) ed interiorizzare il personaggio. Egli sostiene che
l'attore ogni sera, alla stessa ora, deve poter volontariamente far
nascere in sé le emozioni attingendo dalla biografia del personaggio,
dal suo comportamento, dalle circostanze dell'azione; l'attore attraversa
un processo psicologico che scatena in lui il sentimento reale, "vive"
l'evento e le sue conseguenze; anziché accontentarsi di re-citare
a memoria la parte, crea un'autentica motivazione e si mette in gioco.
Tutto in lui concorre a questo scopo, non solo il pensiero, ma anche
i suoi nervi, le sue ghiandole, il suo respiro. La parte psichica
coinvolge quella fisica, è la scuola del "rivivere" opposta a quella
del "rappresentare".
Stanislavskij costruisce un metodo per utilizzare la memoria emotiva
come canale per liberare l'affettività inconscia. Egli sostiene che
il ricordo di una vicenda personale dell'attore può aiutarlo, in scena,
a scatenare un'emozione sovrapponendola al personaggio, così da comunicare
al pubblico una verità emotiva che lo coinvolgerà. In altri termini,
per provare un'emozione sincera, Stanislavskij ricorre ad un inganno
psicofisico. Non solo truccarsi e vestirsi come il personaggio, ma
camminare, comportarsi come lui, compiere delle azioni fisiche per
suscitare l'emozione, secondo il detto: "Piango, e finisco per essere
triste" oppure "Corro e finisco per avere paura".
All'epoca delle sue ultime ricerche, Stanislavskij si proponeva di
trovare il segreto del ritmo, di cui sospettava la diretta azione
sul sentimento.
Proprio dalla qualità dell'azione corporea nello spazio che ha inizio
la ricerca di Jerzy Grotowski, un tempo regista, oggi riconosciuto
come scienziato dell'educazione. Buona parte della ricerca del suo
"Teatro laboratorio", oltre ad essere non verbale, non era facilmente
concettualizzabile.
Grotowski non voleva che si razionalizzasse il lavoro come se nel
lavoro dell'attore non ci fosse spazio per l'intellettualizzazione.
Egli spesso diceva: "Occorre agire e usare il linguaggio di immagini,
non il linguaggio che chiama le cose con i loro nomi". Così iniziò
a lavorare su catene di azioni senza senso, le quali non fanno riferimento
all'intelletto, ma alla totalità dell'essere.
E' evidente quanto in questo lavoro ci sia un'influenza della tecnica
psicanalitica delle associazioni libere. Nel Teatro delle Tredici
File di Opole in Polonia, Grotowski applica il training autogeno di
Schulz, gli esercizi plastici di Delsarte e l'hatha yoga che, amalgamandosi
fra loro a poco a poco, si definiscono in una disciplina originale,
che assume negli anni Settanta le dimensioni di una vera e propria
filosofia pedagogica e non solo per il teatro. Alla sua base vi è
il concetto di teatro povero dove l'attore è talmente povero
da non possedere più neppure il personaggio, ma recita come se stesse
accanto al suo ruolo.
Questa ricerca non ha nulla a che vedere con lo psicodramma ma con
un minuzioso lavoro sul corpo in azione, il canto come suono vocale
che diventa parola, la danza acrobatica nello spazio, le suggestioni
immaginative e la ritualità primitiva a cui noi ci siamo ispirati
fin dagli anni Ottanta per elaborare una metodologia che oggi chiamiamo
teatroterapia.
6 - La teatroterapia non è simile allo psicodramma?
Vi è una differenza sostanziale tra il lavoro di Moreno e quello del
teatro in funzione terapeutica o di crescita umana, una discriminante
che determina la differenza, ovvero il processo artistico. Nello psicodramma
l'attore spontaneamente improvvisa una parte, che sarà fonte di catarsi
profonda tra sé e il personaggio, spesso ispirato alla sua vita reale.
Nella teatroterapia l'attore si prepara al lavoro attoriale con esercizi
pre-espressivi ricavati dall'antropologia teatrale, quindi lontani
dalla sua vita reale, è educato allo stare in scena da un training
particolare che fa i conti con l'arte della presenza consapevole.
Inizialmente è chiesto all'attore-paziente di non rappresentare nulla,
ma di fare molta pulizia delle sue buone maniere, delle sue resistenze
all'azione spontanea. Il processo di educazione alla scena va di pari
passo con l'affrontare le sue resistenze, ma molto dolcemente.
Nello psicodramma si arriva subito e decisamente al nucleo della nevrosi
o della psicosi, in teatrotroterapia la mediazione artistica permette
un percorso più dolce. E' il paziente che decide quando è il momento
di approfondire il conflitto, o meglio, è la trasposizione artistica
di corpo, voce, movimento a decidere la poetica terapeutica. Ricordiamo
inoltre che l'arte, solitamente, supera l'artista che la produce e
non può essere certamente costituita dalle sue miserie quotidiane.
7 - Quindi lei non usa lo psicodramma in teatroterapia?
A volte, in alcuni gruppi, quando devo smuovere una situazione che mi sembra stagnante inserisco qualche esercizio psicodrammatico, oppure un'inversione di ruolo, come faceva Moreno. Ma è molto raro, solitamente la metodologia dell'intervento comprende un lavoro di ascolto e di movimento derivato dalle origini del teatro quindi dal rito collettivo.
8 - In quali ambiti si applica la teatroterapia?
In campo preventivo la pratica dell'attore agisce su eventuali blocchi
nella creatività che si manifestano in resistenze ad assumere nuovi
ruoli e farli propri. Sappiamo che il lavoro corporeo rende mobili
le cariche pulsionali, ricreando quel piacere verso gli oggetti, spesso
fonte di conflitti e che il piacere di recitare e di mostrarsi, rinvigorisce
il dialogo interiore tra corpo, mente, spirito, creando le condizioni
per l'autoanalisi dei vissuti.
In ambito terapeutico il teatroterapeuta, psicologo e teatrante specializzato,
cura il paziente inserendolo lentamente nel gruppo di terapia a mediazione
teatrale, portandolo con gradualità a riprendere contatto con il corpo,
la voce, il patrimonio gestuale, la ritualità e infine l'espressione
artistica. Spesso il teatro serve a mettere in contatto la parte sana
con quella "malata" per poterle integrare o farle accettare così come
si esprimono.
Come forma di terapia è adatta soprattutto per soggetti nevrotici
non strutturati, i quali possono scoprire le capacità perdute, ma
anche per i nevrotici strutturati e i casi di "border line" che, proprio
attraverso la ripetizione, trovano quella struttura che permette loro
di sviluppare l'io adulto. Nelle depressioni, come nelle forme di
autismo, il teatro, lentamente, apre spiragli di comunicazione che
sono il preludio al cambiamento.
Nei casi di psicosi grave, al momento non è ancora stata sperimentato
a sufficienza, si consiglia di partire dal lavoro sul testo, utilizzando
in modo limitato i processi regressivi sia espressivi sia pre-espressivi.
In ambito riabilitativo con carcerati, tossicodipendenti, disabili,
non vedenti, persone anziane, il teatro è usato per scopi di risocializzazione,
in quanto l'attività teatrale riporta il soggetto in contatto con
la spontaneità, aiutandolo a riscattarsi dalle paure del passato.
9 - Anche nell'educazione è applicabile la teatroterapia?
Negli ambiti della comunicazione educativa e formativa gli scenari
che si aprono sono molteplici: dal teatro in funzione pedagogica,
ben conosciuto nelle scuole, ai laboratori di teatroterapia nella
funzione aziendale, alla performance come strumento di progettazione
delle esigenze di una comunità. Le applicazioni sono molte, ma il
rilievo più interessante e importante è l'influenza delle poetiche
teatrali del '900, da Artaud a Grotowski, sulla cultura pedagogica
attuale. Nelle nuove facoltà di Scienze dell'Educazione e della Formazione
si studiano i processi che la ricerca teatrale ha svelato nelle oscillazioni
fra autorità e libertà personale, fra cultura e natura, fra coscienza
e vita, fra finzione e verità.
Paradossalmente nel teatro di ricerca la finzione induce alla verità
in quanto, nel lavoro di preparazione allo spettacolo si sciolgono
le resistenze dell'organismo al processo psichico. Secondo Grotowski,
formare un attore non significa insegnargli qualcosa, ma eliminare
le resistenze, le reticenze e le buone maniere che non permettono
l'atto totale. Se la relazione educativa è costitutivamente
qualcosa che si scontra con una resistenza psicofisica, il lavoro
sul corpo libera energia pulsionale stagnante rimettendo in gioco
il rapporto tra anima e corpo. Processo psicoterapeutico e educativo
sono letti come vie per l'eliminazione progressiva, ma pur sempre
parziale, delle resistenze psicologiche. Se è vero questo, non basta
lasciarsi andare, essere spontanei, ma è necessaria una tecnica, una
disciplina che ha un suo metodo e un suo setting.
Ciò nonostante un buon educatore, come un buon terapeuta, adotta un
atteggiamento plurivalente, dove si rende disponibile ad accettare
i comportamenti dei fruitori.
Su questa posizione, sanamente ambivalente, agisce la teatroterapia
in funzione educativa, discostandosi in parte dall'idea che le rimozioni
vanno necessariamente eliminate più in fretta possibile per far fronte
ai blocchi emotivi. Infatti, il modello della complessità dell'essere
umano e del suo mondo relazionale interno come esterno, ci inducono
a credere che l'altro va accettato così com'è, senza pretendere di
cambiarlo in quanto ciò implicherebbe un atteggiamento unilaterale.
10 - E' previsto l'allestimento dello spettacolo?
La teatroterapia, come si è detto in precedenza, è un fatto artistico che riveste un ruolo specifico nel campo delle arti teatrali, nonostante la finalità non sia prioritariamente quella della produzione artistica, è innegabile la possibilità di un processo estetico durante la costruzione della drammaturgia dell'attore come del gruppo o del regista. Dall'altro canto la costruzione tecnica della scena è poco prevedibile, in quanto non si lavora al fine di mostrare il prodotto a spettatori esterni al processo, ma per crescere e conoscersi meglio. A volte, queste "transizioni performative" sono talmente belle e spettacolari che nasce l'esigenza di presentarle ad un pubblico educato a comprendere il processo.
11 - Cosa si intende per curare con il teatro?
Al centro della nostra riflessione c'è il modello della malattia mentale
in termini di vulnerabilità, cioè di processo d'interazione fra disturbi
primari e le strategie d'adattamento che possono configurarsi in diversi
"stili" personali, di fuga nelle tenebre, della follia conclamata
oppure in diversi modi di arroccamento difensivo e di organizzazioni
patologiche.
Lo sviluppo della personalità umana è molto complesso ed il teatro
è un gioco per svelare, almeno in parte, la debolezza e la forza del
mondo simbolico interno. Si gioca nell'area intermedia, uno spazio
che Winnicott dice essere posto tra interno ed esterno dell'individuo;
in questo setting di libertà espressiva possiamo permetterci tutto,
anche di essere più veri.
12 - Si possono "guarire" patologie gravi con la teatroterapia?
Di fronte a una persona disturbata ci si chiede: che tipo di follia
soffre costui? Di una nevrosi o di una psicosi? Nel caso soffra di
psicosi ci si chiede di che tipo. Se soffre di schizofrenia ci si
chiede di quale sottospecie di schizofrenia sia affetto. E poi ancora,
indaghiamo per capire se i sintomi psichiatri sono legati a qualche
anomalia celebrale.
In realtà non esistono criteri diagnostici inoppugnabili. Non sono
uno psichiatra, ma ritengo che il lavoo degli psichiatri consista,
per certi versi, nel toccare ogni giorno con mano il fatto che non
basta che il cervello funzioni perché gli atti delle persone siano
sensati ed adeguati.
Jung diceva di non essere certo che la psiche dipenda esclusivamente
dal cervello. La ricerca negli ultimi vent'anni ha insegnato che si
può cercare il correlato biochimico di uno stato d'animo o di un impulso
aggressivo, ma non si può trovare quello di un delirio cosmico-religioso
o esistenziale.
Con la teatroterapia, come con la musicoterapia e l'arteterapia, cerchiamo
di intervenire sulla parte sana della persona. Il nostro compito è
di rafforzare ritualità soggettivi, rendendoli patrimonio condivisibile
nel gruppo, anche nel caso siano sintomi psicotici, nella convinzione
che il sintomo è quasi sempre positivo in quanto manifestazione di
vitalità e quindi possibile scambio performativo.
13 - Su quale principio funzionale agisce il teatro rispetto alla psiche?
Il paradosso dell'identità è l'oggetto di studio comune della psicopatologia
e dell'arteterapia.
In realtà noi siamo indefiniti e multipli, proprio come avviene nello spazio
e nell'azione teatrale, che non a caso rappresenta la metafora più analogicamente
vicina al fluire della vita di ogni giorno, così vicina da potersi confondere
con essa.
L'io si viene a formare soprattutto nei processi d'identificazione ed assomiglia
ad un gran teatro con tanti copioni e tantissimi personaggi che, a volte,
si parlano addosso, a volte litigano, a volte si capiscono.
Nel setting di teatroterapia questi personaggi hanno modo di essere esternati
e interpretati direttamente attraverso il gioco del "facciamo finta che".
Un gioco simbolico che mette l'attore in contatto con oggetti, forme e recitati
che appartengono sia all'inconscio personale che a quello collettivo.
Non stupisce che il teatro può rappresentare un impareggiabile punto di riflessione
sull'uomo concreto e la sua fatica a coniugare mente e corpo, fenomeni percettivi
e processi creativi, spontaneità e controllo, originalità creativa e convenzionalità
culturale, pluralità di copioni e unicità di personalità. L'immaginazione
poetica vissuta pienamente sulla scena teatrale consente una leggera trance
o trasmutazione dell'essere restituendo all'attore una visione rinnovata del
mondo.
14 - Come si diventa teatroterapeuta?
Frequentando la scuola di specializzazione che dura tre anni ed è rivolta
a psicologi, insegnanti di teatro, educatori. Nel primo anno si agisce facendo
esperienza di terapia su se stessi, nel secondo si lavora sul progettare e
sul guidare un gruppo, nel terzo si perfezionano le proprie lacune didattiche.
Naturalmente vi è anche una parte teorica, lo studio intorno al teatro di
ricerca, la psicologia dinamica, sistemica e relazionale, le tecniche di terapie
di gruppo a mediazione corporea, i processi dell'osservazione e di valutazione,
la drammaturgia nei suoi aspetti antropologici.
15 - In conclusione…
La finzione teatrale, realizzata in forma di ricerca psico-fisica sul gesto,
il suono della voce, la libertà e la costrizione del movimento nello spazio,
mette spesso in contatto l'attore-paziente con la sua controparte inconscia,
quella femminile nell'uomo e maschile nella donna, congiungendole in un gioco
delle parti che Jung ha definito individuazione, Grotowski "lampo di luce"
e noi una prospettiva ideale che rende l'ignoto sempre più ignoto, se non
fosse per la visione della forma drammaturgica che ha bisogno di svelarsi
per rivelarci quello che è.
Walter Orioli
Psicologo psicotrapeuta teatroterapeuta
Presidente dell'Associazione Politeama di Monza.
www.teatroterapia.it
info@teatroterapia.it
