N. 8 - Febbraio 2004
FONDO:
Breve excursus psicoanalitico.
Dalla teoria delle pulsioni al primato della relazione e degli affetti
Alberto Lorenzini
Scopo di questo scritto è illustrare alcuni importanti
cambiamenti che riguardano la filosofia e il metodo della psicoanalisi,
avvenuti nel corso dei suoi cento e più anni di vita. Alcuni sono
cambiamenti sottili, compiuti per vie tortuose, altri costituiscono
invece svolte radicali, che hanno portato a contrapposizioni e scismi,
ma nel complesso sfuggono all'opinione generale, l'opinione molto
semplificata che la maggior parte delle persone mantiene a proposito
di questa disciplina.
Sugli scaffali delle librerie si trovano in grande quantità edizioni
tascabili delle opere di Freud e Jung: già questo costituisce una
sorta di anomalia curiosa. Non è possibile identificare la psicoanalisi
con quello che era ai suoi albori. Sarebbe assurdo per qualsiasi altra
scienza (fisica, biologia o medicina) che si leggessero le opere scritte
un secolo addietro per capire, senza mediazioni o prospettiva storica,
ciò che essa rappresenta oggi. Ci sono molte spiegazioni per quest'assurdità,
ma voglio arrivare subito a quella più importante, anticipando qualcosa
che svilupperò meglio in segui-to. La psicoanalisi degli inizi possiede
un fascino particolare, perché essa è intrisa di un'ideologia particolare,
un sogno, una speranza che pare non possa mai abbandonare definitivamente
l'umanità: la speranza di poter compiere un intervento "onnipotente"
sull'anima. Nella modernità, questa antica aspirazione è passata
dalla magia alla scienza, tramite la quale l'essere umano si è a volte
illuso di potersi fare artefice o creatore di se stesso. È passata
alla medicina e alla psicoanalisi e, ultimamente, dalla psicoanalisi
alla psichiatria, aumentando la popolarità di quest'ultima a scapito
della prima.
A questo proposito, vorrei citare un mito, l'ultimo vero, grande mito
prodotto dall'umanità: il mito di Faust.
Lutero aveva definito Copernico "un asino che vuole pervertire l'intera
arte dell'astronomia e negare ciò che è scritto nel libro di Giosuè,
solo per fare mostra di bravura e per attirare l'attenzione". In quel
contesto culturale, la leggenda di Faust nacque, nei Paesi di religione
protestante, come simbolo dell'uomo rinascimentale che si macchiava
di superbia, preferendo la conoscenza umana, "satanica" dal punto
di vista religioso, a quella di Dio. "Egli abbandonò le Sacre Scritture
dietro la porta e sotto la panca, rifiutò di farsi chiamare dottore
in teologia e preferì farsi chiamare dottore in medicina, e quindi
fu giustamente dannato", si legge di Faust in una ballata del sedicesmo
secolo. Ma la versione letteraria più interessante e a noi più vicina
è indubbiamente quella dataci da Goethe. Il Faust di Goethe è già
un intellettuale dei tempi moderni, un individuo che soffre di quella
che oggi potremmo chiamare depressione vuota.
Cosa gli è successo? Prendendo a prestito le parole di J. Monod, potremmo
dire che, dal suo punto di vista, "L'antica alleanza è infranta; l'uomo
finalmente sa di essere solo nell'immensità indifferente dell'universo
da cui è emerso per caso. Il suo dovere non è scritto in nessun luogo"(1).
Faust, come quel suo più antico precursore che è l'Ulisse di Dante,
era andato oltre le certezze rassicuranti del suo tempo. Inoltre,
gli amici e i colleghi (dei quali Wagner, nell'opera di Goethe, costituisce
l'emblema) lo ammiravano ma preferivano non spingersi così avanti,
per rimanere più prudentemente ancorati alle loro sicurezze. Dovendo
procedere da solo, Faust sperimenta il terrore di smarrirsi nell'ignoto,
un senso di piccolezza e d'impotenza schiacciante e, in definitiva,
una grave crisi d'identità che lo porta ad un passo dal suicidio.
Il patto con il diavolo che interviene a salvarlo, significa la tentazione
di usare le nuove abilità per costruire una difesa, un arroccamento
e una vendetta contro tutti gli altri.
Come vedremo, Freud si trovò inserito nel solco di una tradizione
maledetta, faustiana al massimo grado. Mi riferisco, ovviamente, alla
tradizione della psichiatria dinamica, iniziata, secondo Ellenberger
(2), alla fine del settecento con Franz Anton Mesmer.
Costui era un medico illuminista, convinto che i pianeti esercitassero
un effetto sui tessuti e i nervi delle persone, un effetto di tipo
magnetico, del tutto simile a quello delle calamite. Perciò iniziò
a curare i propri pazienti utilizzando le calamite. Col tempo cambiò
idea e si persuase che fosse la sua stessa persona a emanare il "magnetismo"
con il quale trattava i malati; perciò parlò di "magnetismo animale"
e non più di magnetismo minerale. Sviluppò la concezione di un'energia
universale, impersonale, che può immagazzinarsi nelle persone, negli
oggetti o nei luoghi e che può essere scoperta attraverso i suoi effetti
oggettivi. Qualcosa di analogo al concetto polinesiano di mana,
ma anche al prana dello yoga e all'antico qi cinese,
l'energia che si manifesta come yin e yang.
In realtà Mesmer aveva scoperto l'ipnosi e si trovò a fare esperienze
nuove e sconvolgenti e soprattutto a destare enormi aspettative nella
gente, per poi deluderle. Per un certo periodo svolse la sua attività
a Parigi, al servizio della nobiltà parigina, e divenne famosissimo
e ricchissimo. La sua fortuna e la sua rovina ricevettero un impulso
considerevole nel 1775, l'anno in cui avvenne la sua clamorosa vittoria
su Gassner. Gassner era un guaritore esorcista, a sua volta immensamente
popolare, che rappresentava la tradizione e la religione. Mesmer dimostrò
che poteva guarire senza fare ricorso alla religione. Praticamente
tolse la cura della psiche dall'ambito della teologia e, a dire il
vero, ne copiò in parte il metodo. Infatti la cura consisteva nel
procurare ai soggetti magnetizzati (cioè ipnotizzati) delle crisi,
del tutto simili a quelle che si verificavano nel corso degli esorcismi,
con lo scopo presunto di "riequilibrare" le loro cariche magnetiche.
Nel corso dell'Ottocento si sviluppò l'ipnosi più modernamente intesa,
ma l'idea che per curare si dovessero provocare delle crisi durò fino
a Charcot, un altro bel personaggio faustiano, detto il Napoleone
dell'isteria, di cui Freud fu allievo entusiasta. Anche Charcot divenne
famosissimo e ricchissimo e credeva di avere scoperto l'arco isterico
che invece era una prestazione di tipo prettamente teatrale, che le
ricoverate della Salpetriere avevano imparato a esibire per far piacere
a lui. Questo rendeva le sue lezioni molto impressionanti e suggestive
e fecero di lui un personaggio a metà fra il grande medico e il grande
mago.

Le lezioni di Charcot erano un vero
e proprio spettacolo con una sapiente regia. Questo quadro di André
Brouillet raffigura una delle sue celebri dimostrazioni sull’isteria.
Freud, che era stato allievo e poi traduttore di Charcot, tenne sempre
una riproduzione di questo dipinto nel proprio studio.
Mi sono già dilungato abbastanza sulla tradizione e vorrei ripartire
da Freud. Nonostante l'ammirazione per Charcot, nonostante l'impegno
personale considerevole (dopo essere stato per sei mesi da lui, nel
famoso ospedale della Salpêtrière, tradusse tutte le opere di Charcot
in tedesco), Freud si rese conto che con l'ipnosi riusciva a combinare
molto poco. I risultati che otteneva erano saltuari, imprevedibili,
a volte anche spettacolari ma non durevoli. Allora si recò da Bernheim,
a Nancy, l'altra scuola d'ipnosi, che rappresentava l'alternativa
a Charcot. Qui non ottenne quello che cercava, cioè un miglioramento
delle proprie capacità d'ipnotista, ma gli fu rivelato che la scissione
della personalità prodotta dall'ipnosi non era poi così totale come
si era sempre creduto: era sufficiente ottenere la fiducia
dei pazienti, perché questi si lasciassero "suggestionare", cioè convincere
a ricordare le esperienze, apparentemente dimenticate, che si erano
prodotte in stato d'ipnosi. Potremmo dire che Berheim, a differenza
di Charcot che si atteggiava a padreterno, aveva scoperto l'importanza
del rapporto fiduciario fra paziente e terapeuta. Determinante fu
poi l'aiuto che Freud ricevette da Josef Breuer, un medico più anziano
di lui e molto famoso a Vienna, di cui Freud godeva l'amicizia e la
protezione. Fu Breuer a scoprire, o meglio, a imparare dalla famosa
paziente Anna O. l'effetto terapeutico di ricordare e confessare il
resoconto di determinate esperienze emotivamente sovraccariche che
stavano celate dietro a ognuno dei suoi numerosi sintomi isterici.
Riunendo questi diversi tasselli, Freud mise a punto il metodo psicoanalitico.
All'inizio utilizzava la suggestione: teneva una mano sulla fronte
del paziente e gli faceva pressione perché ricordasse le esperienze
penose che aveva rimosso. In seguito, abbandonò quasi completamente
la suggestione e cominciò ad aiutare il paziente fornendogli delle
interpretazioni. Come vedete, niente nasce da niente. Pur essendo
stata creata da un unico uomo, la psicoanalisi è nata come un magico
comporsi in mosaico di esperienze e conoscenze precedenti. Tuttavia
il passo compiuto costituì una rivoluzione. Dalle confessioni delle
isteriche cominciarono a venir fuori delle verità scabrose, ma anche
a succedere delle cose scabrose: infatti, le emozioni che
si liberavano erano sorprendentemente coinvolgenti anche per il medico
che conduceva la terapia. Questo mise letteralmente in fuga Breuer,
la cui moglie reagì con violenta gelosia al trattamento di Anna O.
Freud si trovò solo (come Faust) e incredulo con lo strumento che
aveva in mano. Per sentirsi meno solo, dovette praticamente inventarsi
un confidente in grado di comprenderlo, l'amico Fliess, un uomo che
ebbe il merito di starlo ad ascoltare per anni e di scambiare con
Freud un epistolario fittissimo.
All'inizio, la psicoanalisi suscitò disagio nell'ambiente medico e,
nonostante l'enorme rilevanza culturale che ha progressivamente conquistato
con il passare del tempo, vi posso assicurare che ancora oggi, quando
un collega medico mi chiede quale sia la mia specialità e io rispondo
la psicoanalisi, la sua reazione è generalmente tiepida e imbarazzata
(come dire: ma allora non sei dei nostri, non sei un vero medico.
Oppure: allora ti farò pagare la visita, tanto da te non voglio avere
niente in cambio). Cerchiamo d'immaginarci cosa potesse significare
essere Freud ai tempi di Freud, cioè negli ultimi anni del milleottocento,
e avere scoperto la psicoanalisi quando ancora la psichiatria dinamica
era in mano ai medici stregoni. Freud pensava di aver fatto una scoperta
che offendeva la convinzione dell'uomo di essere padrone, dentro a
se stesso, come in casa propria. Riteneva che le sue scoperte, come
quelle di Copernico e Darwin, producessero una ferita narcisistica
negli esseri umani, per cui questi reagivano con rabbia contro la
psicoanalisi.
In tempi più recenti, Kohut ha dato un'altra spiegazione che mi sembra
molto interessante. Quello che urta gli uomini di scienza è il fatto
che la psicoanalisi, occupandosi della vita interiore, può sembrare
animistica e antropomorfica. In realtà, le cose stanno al contrario:
l'oggettività nei confronti della vita interiore costituisce una sfida
particolare, quella di resistere alla tentazione di fare ritorno al
pensiero animistico e antropomorfico; una tentazione non riconosciuta
ma ancora persistente in gradi diversi, a seconda degli individui,
a causa dell'incompletezza dello sviluppo cognitivo dell'essere umano.
È contro questa tentazione, contro questo infantilismo presente in
loro stessi, che reagiscono gli uomini di scienza.
La mia personale spiegazione riguardo il particolare atteggiamento
di adesione fideistica o di rifiuto viscerale, cioè di attrazione
o di repulsione suscitati dalla psicoanalisi, fa riferimento all'elemento
di onnipotenza che è presente soprattutto negli scritti della psicoanalisi
delle origini, negli scritti di Freud e di Jung. L'onnipotenza di
Freud è rappresentata dalla sua cosiddetta metapsicologia, cioè dalla
costruzione di un complesso modello meccanicistico della psiche, e
dall'illusione di poter manovrare tale macchina mediante l'interpretazione,
mentre l'atteggiamento umile e innovativo, si è espresso nell'autoanalisi
di Freud e nell'accettazione delle problematiche di transfert
e di controtransfert come parte integrante
e fondamentale della cura (di questo parleremo in seguito). L'autoanalisi
di Freud, indipendentemente dai risultati raggiunti, costituisce,
ai miei occhi, un grande sforzo da lui compiuto per mettersi nei panni
dei propri pazienti, cioè un grande impegno di empatia
nei loro confronti.
Per fare un esempio veloce: la psicoanalisi cinematografica del tipo
Io ti salverò, dove l'analista con abile sforzo da detective
svela improvvisamente al paziente una verità nascosta e terribilmente
scabrosa e di botto lo guarisce, esprime abbastanza bene l'onnipotenza
dell'interpretazione. Quel genere d'interpretazione, a sua volta,
è basata su di un modello della mente che funziona come una macchina
a vapore, la teoria delle pulsioni, detta anche modello pulsione-difesa
del funzionamento mentale.
Se passiamo da Freud a Jung, in primo luogo ci dobbiamo ricordare
che questi si discostò da Freud proprio perché non ne condivideva
il meccanicismo, che per lui era troppo riduttivo. Jung, però, ha
preservato a sua volta l'illusione dell'onnipotenza, sostenendo che
non la psicoanalisi ma l'inconscio stesso è onnipotente. Egli ha fatto
dell'inconscio una fonte di saggezza, di creatività e di vita, esattamente
come il credente fa di Dio la propria fonte. Naturalmente, ciò non
toglie che Jung abbia dato dei contributi originali e preziosi alla
psicologia del profondo. Per esempio, egli è stato il primo a collocare
il Sé al centro dell'universo psicologico. Affermò, in questo modo,
che la soggettività non si può scomporre in parti, seguendo il metodo
delle scienze naturali, come Freud pretendeva di fare. L'attenzione
costante dedicata da Jung alle vicissitudini della soggettività costituisce
un'anticipazione della psicoanalisi più attuale, anche se Jung, un
po' buffamente (per il solito bisogno di avere dei riferimenti ai
quali aggrapparsi), pensava di potersi rifare niente meno che al medioevo
e all'alchimia. Citava perciò il motto esoterico "ignotum per
ignotius", volendo significare che possiamo spiegare i misteri
della psiche soltanto attraverso qualcosa che è più misterioso ancora
(più modernamente inteso, appunto, le vicissitudini del soggetto).
Non a caso, poi, Jung approdò alla teoria del processo d'individuazione,
che significa concepire la terapia come una ripresa dello sviluppo
psicologico della personalità. Anche questa concezione è stata
fatta propria dalla psicoanalisi più attuale: tanto la centralità
del sé, quanto la teoria della terapia come ripresa dello sviluppo
sono punti cardine della psicologia del sé
di Kohut.
Jung, tuttavia, facendo dell'inconscio una specie di oracolo e divinizzandolo,
si è posto in una posizione difficilmente difendibile dal punto di
vista della scientificità: Freud non aveva tutti i torti a dire che
Jung non si accontentava più di fare lo psicoanalista e si era trasformato
in un profeta. Come al solito, siamo molto più bravi a diagnosticare
la grandiosità degli altri piuttosto che la nostra.
Penso che l'onnipotenza della psicoanalisi classica si possa cogliere
anche nella critica fattale da Karl Popper che l'accusava di essere
autoreferenziale. La psicoanalisi, diceva Popper, è inattaccabile,
perché pretende di spiegare le critiche che le vengono fatte, interpretandole
come resistenze; se funziona così, essa non appartiene alla scienza.
Un po' come dire: croce, vinco io; testa, perdi tu. L'atteggiamento
autoreferenziale dell'analista fa letteralmente impazzire il paziente
grave, cioè il paziente che presenta un Sé fragile. Quando questi
non si sente capito dall'analista e osa dirglielo, l'analista classico
può rispondere che ciò avviene perché egli oppone resistenza all'analisi.
Allora il paziente si sente non creduto, invalidato e anche tradito
nella fiducia che ha dimostrato osando obiettare, e si arrabbia. A
quel punto l'analista interpreta la rabbia come disvelamento di un
elemento psicologico primario, a conferma delle proprie tesi, e così
via, dando luogo a una spirale che è stata chiamata (eufemisticamente)
reazione terapeutica negativa (3) . Il nome
vuol dire ancora una volta: la terapia è buona e il paziente reagisce
male perché non vuole guarire.
Oggi so che esiste un modo per interrompere (quasi sempre) la reazione
terapeutica negativa sul nascere, ma devo ammettere che prima sono
passato per l'insegnamento di una paziente che non mi perdonava nulla.
Soltanto in seguito ho trovato in Kohut quanto in parte avevo già
imparato con molta sofferenza di entrambi, la mia paziente e me. Il
metodo è: accettare l'evidenza che la paziente non si sente capita,
chiedere scusa, riconoscere i propri limiti inevitabili e riprovare
a mettersi nei suoi panni. Si chiama
metodo empatico. Kohut sostiene che nessuno
può conoscere direttamente il mondo interno di un'altra persona, e
questo è ovvio. L'empatia, secondo lui, è lo strumento attraverso
il quale lo psicoanalista osserva, e perciò l'ha anche chiamata introspezione
vicariante (4). L'analista ascolta il paziente
e cerca di ricordare eventuali proprie esperienze personali analoghe,
o d'immaginarle, se non riesce a trovarle nel repertorio dei propri
ricordi. A partire da queste, elabora una risposta per il paziente.
Se questi non si sente ancora compreso, come a volte succede, allora
l'analista riprova, cerca ancora; procede, insomma, per prova e per
errore, finché non ha luogo la cosiddetta risonanza empatica e
il paziente sente che l'analista sta parlando la stessa sua lingua.
In altri termini, l'analista compie la propria introspezione e in
questo modo aiuta il paziente a fare altrettanto. Così, passo dopo
passo, si procede attraverso la cosiddetta indagine empatica continuativa,
in attesa di avere raccolto sufficiente materiale per approdare a
spiegazioni sempre più articolate che riguardano gli schemi emotivi
tipici del paziente, le sue vulnerabilità specifiche e la storia che
li ha generati. L'analisi del Sé pone particolare attenzione alle
fluttuazioni del senso di sé: quando e in seguito a cosa
è iniziato un certo cambiamento d'umore, cosa ha prodotto un abbassamento
dell'autostima, cosa fa nascere il sentimento della vergogna ecc.
Tutti questi aspetti del mondo interiore sono chiamati stati mentali
complessi e sono considerati come elementi primari, costitutivi
del mondo psicologico, e non scomponibili in parti più semplici, sul
genere delle pulsioni di Freud. Appare evidente che l'empatia costituisce
l'unico strumento possibile, in grado di riconoscere tali elementi
di partenza dell'analisi psicologica, perché essi esistono soltanto
all'interno della prospettiva di esperienza del paziente (sono parte
integrante e costitutiva di essa): qualsiasi osservazione
"dal di fuori", compresa l'osservazione delle associazioni verbali,
non può essere altro che ipotetica. Attuando un totale capovolgimento
teorico, la psicologia del Sé considera le pulsioni come il risultato
di una disgregazione patologica degli stati mentali complessi.
Analizzare la psiche attraverso le variazioni del senso di sé è come
disporre di uno strumento più potente rispetto al metodo freudiano
e consente di guarire disturbi psicologici più gravi, i cosiddetti
disturbi narcisistici della personalità dove è in crisi il senso della
propria identità (una situazione, in verità, che secondo me caratterizza
quasi tutti i pazienti che attualmente si rivolgono all'analista).
È come se l'analisi del Sé ci mettesse a disposizione un microscopio
più potente; infatti Kohut ha parlato anche di microanalisi.
Inoltre, questo metodo produce un diverso clima nel corso delle sedute:
un clima di maggior calore umano, dovuto al fatto che il paziente
si sente maggiormente compreso e, in ogni caso, ha la percezione dell'impegno
che l'analista mette nel tentativo di comprenderlo. Secondo Kohut,
la guarigione avviene attraverso le frustrazioni ottimali.
Queste non sono qualcosa di artificiosamente imposto, ma d'inevitabile,
nel corso del dialogo e dello svolgimento del rapporto terapeutico.
Infatti, la comprensione e la spiegazione, per quanto buone, non possono
mai essere perfette. Quando però
la frustrazione che il paziente riceve è sopportabile, allora egli
fa un pezzetto di strada da sé, costruisce un pezzetto d'autonomia,
addirittura un pezzetto di struttura psichica, secondo Kohut.
Secondo Luigi Ruggiero (5), uno studioso italiano
di Kohut, nella guarigione ha un ruolo importante anche la cosiddetta
esperienza emotiva correttiva. Questo procedimento rende
meno idilliaca la terapia analitica e la fa assomigliare di più ad
un faticoso corpo a corpo con emozioni disturbanti e paurose. Si tratta
d'individuare i tratti caratteriali, le rigidità, gli schemi emotivi
fissi e ripetitivi del paziente e di fargli comprendere la funzione
difensiva che svolgono, poi d'incoraggiarlo a forzarli un poco sperimentando
l'ansia che immancabilmente si produce. Occorre familiarizzare con
quest'ansia, riconoscerla, portarsela appresso, finché essa viene,
per così dire, addomesticata e perde d'intensità. A questo punto si
può cercare di forzare ulteriormente e così via. Naturalmente l'ansia
emergente verrà fatta oggetto d'indagine e questo fa parte del procedimento
analitico, ma quello che vorrei mettere in luce è il lavoro di paziente
decondizionamento che talora si rende necessario. Ancora una volta,
la terapia si presenta come una procedura tutt'altro che onnipotente
e tutt'altro che magica.
Tornando al Freud umile e innovativo, avevo parlato di due elementi:
l'empatia e la dinamica di transfert-controtransfert. Di quest'ultimo
aspetto dobbiamo ancora brevemente discutere. Possiamo partire dalla
seguente osservazione: cosa succede se l'analista, per quanto bene
intenzionato, non riesce a mettersi nei panni del paziente e ne fraintende
le comunicazioni? Non si tratta di una situazione tanto rara e non
si tratta necessariamente di errori o di imperizia da parte dell'analista.
Quanto più il paziente è disturbato, tanto più la sua mente è organizzata
in maniera arcaica e tanto più è difficile per l'analista essere empatico
con lui, cioè mettersi nei suoi panni e ricreare le sue esperienze
dentro se stesso.
Si può definire controtransfert il disturbo evocato nell'analista
quando il paziente dirige il proprio disturbo su di lui. Mentre, per
lo più, nella psicoanalisi contemporanea, l'attenzione empatica e
l'attenzione al controtransfert sono presentate come metodi alternativi,
sviluppati sulla base di presupposti teorici diversi, io sono arrivato
a convincermi che il controtransfert costituisce l'antitesi dialettica
dell'empatia. Quando l'empatia fallisce, si sviluppa il controtransfert
e, in tal caso, l'analisi del controtransfert costituisce lo strumento
adeguato, attraverso il quale si potrà afferrare l'elemento inconscio
che sfugge e la comprensione empatica sarà ristabilita. Questa alternanza
caratterizza soprattutto la terapia dei disturbi gravi, dove il passaggio
attraverso crisi sembra essere, purtroppo, la regola. Dico purtroppo,
ma in realtà, si tratta di un impegno che può rivelarsi coinvolgente
e affascinante e rendere piuttosto avventuroso il lavoro analitico:
una sfida non solo alla preparazione dell'analista, ma anche alle
sue qualità umane, oltre che a quelle del paziente.
Stolorow, Brandchaft e Atwood, dei continuatori di Kohut che si sono
avventurati nella terapia psicoanalitica delle psicosi, hanno affermato,
parafrasando Freud, che la crisi è la via regia per l'inconscio (6)
(Freud aveva affermato che il sogno è la via regia per l'inconscio).
Seguendo Racker (7), il controtransfert può essere
definito concordante o complementare. Nel primo
caso l'analista vive un'identificazione con il paziente e sente qualcosa,
o meglio avverte quel disagio o quel disturbo di cui il paziente non
riesce a fare parola, nemmeno con se stesso.
Nel secondo caso si ritrova a impersonare involontariamente il persecutore
del paziente, quasi a recitare una parte assegnatagli dall'inconscio
del paziente (come si dice nella teoria delle relazioni oggettuali,
ne diviene l'oggetto cattivo) (8). Citerò
un paio di esempi tratti da una sterminata letteratura.
Nel primo esempio, si tratta di una donna di 40 anni che tendeva ad
arrossire in pubblico. Essa aveva intensamente idealizzato l'analista
e si sentiva obbligata a portare in analisi soltanto materiali sufficientemente
interessanti, relazionandosi all'analista con molta venerazione, come
se questi fosse un grande saggio. Qui non è in questione un certo
grado di narcisismo dell'analista, il quale si era lasciato trascinare
in tale ruolo, facendosi complice della paziente in quello che era
soprattutto un suo gioco difensivo. L'essenziale è che, date queste
premesse, per tre sedute consecutive l'analista fu colto da violenti
e inaspettati colpi di sonno. Sulle prime, per rispetto verso la paziente,
cercò di sforzarsi e di farseli passare, ma poiché si ripresentavano
implacabilmente, si decise a considerarli come espressione del proprio
controtransfert. Allora, dopo avere a lungo rimuginato, intervenne
nel dialogo, chiedendo alla paziente se, per caso, durante la seduta,
non si sentisse piuttosto lontana o addirittura isolata da lui. In
altri termini, l'analista partì dall'ipotesi che l'esperienza di non
coinvolgimento che stava facendo provenisse da un elemento inconscio
che coinvolgeva entrambi, sia l'analista, sia la paziente. La donna
riferì che, in effetti, aveva la sensazione di balbettare soltanto
cose di scarso interesse. Non si aspettava di poter minimamente coinvolgere
l'attenzione dell'analista e questo la faceva sentire sempre meno
sicura di se stessa, cioè rifiutata e senza valore. Il
seguito del lavoro portò alla luce un intenso bisogno di rispecchiamento,
di essere messa al centro dell'attenzione e ammirata dal proprio analista:
un bisogno che aveva un'enorme paura di esprimere (9).
Quello che ho riferito è un esempio di controtransfert complementare,
perché l'analista, distaccandosi emotivamente dalla paziente, impersonava
il genitore assente del suo passato.
L'ultimo argomento che vorrei appena sfiorare riguarda l'interpretazione
dei sogni. Per Freud ogni sogno costituiva l'appagamento camuffato
di uno o più desideri, in base all'idea che il motore dell'apparato
psichico fosse il principio del piacere. Secondo la sua opinione,
il testo del sogno, così come ci appare, è totalmente eufemistico.
Come in laboratorio si frammentano
i tessuti e le cellule per fare le analisi biochimiche, così Freud
procedeva frammentando i sogni e trattando ogni frammento con il metodo
delle associazioni verbali (10). Si ricavavano tante
tessere di mosaico che, abilmente ricongiunte, avrebbero dato luogo
al contenuto latente del sogno, cioè quello che l'inconscio
avrebbe voluto dire, se la censura onirica non glielo avesse
impedito. Jung non era assolutamente d'accordo con questo modo di
procedere e riteneva che il sogno andasse preso molto sul serio così
come appare. L'oscurità del sogno
dipendeva, secondo Jung, dal fatto che la psiche, sognando, esprime
i propri significati in maniera simbolica, o meglio letteralizza i
simboli, come le fiabe, i miti e l'espressione artistica in generale
(11). Ho già detto che io vedo il limite di Jung
nell'idealizzazione della psiche inconscia: in questo senso egli cercava
"troppo significato" nei so-gni e non era abbastanza laico e disincantato.
Personalmente, io adesso tendo a considerare i sogni come una messa
a fuoco che la psiche fa delle proprie paure, cioè di quello che tende
a minacciare l'integrità del sé. Raccontando le proprie paure, la
psiche sopravvive meglio, le ingloba a far parte di se stessa.
Come esempio, ho scelto il sogno di una paziente che era venuta in
analisi con un unico sintomo, un'intensa fobia delle farfalle. Il
sogno si è manifestato dopo un periodo abbastanza prolungato di lavoro
analitico.
Entro, in cerca di un libro, nella casa di una ragazza giovane, bella e mora. Mi fa entrare, ma non resta con me. M'invita a cercare il libro da sola, perché lei deve seguire un suo impulso di felicità. La casa è vicina al mare. Si vedono le onde impetuose e lei ha voglia di tuffarsi. Esce, vestita di un sari color smeraldo e io non provo nessuna apprensione per lei (il mare, anche mosso, non mi ha mai fatto paura). Smetto di cercare il libro e indosso un abito della ragazza, un altro abito orientaleggiante, una tunica color ocra. Improvvisamente lo scenario è cambiato e mi trovo con quell'abito nel mio paese natale, seduta su dei gradini a guardare la gente che passa. Passa mio padre, vestito elegante. Quando mi vede resta sorpreso, poi con un sorriso di scherno si avvicina e mi fa l'elemosina. Il senso d'umiliazione è tremendo.
Nel sogno, la paziente va a trovare un doppio di se stessa, che personifica
lo slancio vitale, nella forma di un impulso spensierato verso la felicità.
Come si capisce anche dai colori sgargianti degli abiti (verrebbe da dire
delle ali), questa è la famosa farfalla, oggetto di fobia, e il sogno ci spiega
perché essa fosse così temuta: la paziente ha una grande paura, impersonando
la se stessa farfalla, di essere giudicata con disprezzo dal padre. Ha paura
che cedere al lato solare e vitale di sé potrebbe significare l'irresponsabilità
che ci fa andare incontro ad una brutta fine. Voglio aggiungere un particolare
biografico che renderà più convincente il tutto. La madre della ragazza, una
donna disturbata e instabile, aveva reso difficile la vita a tutti, in famiglia,
compreso il marito, il quale aveva trovato la propria consolazione nel rapporto
con la figlia. Fino da bambina, la paziente, manifestando un eccesso di responsabilità,
aveva assunto l'impegno tacito di non diventare mai come la madre, allo scopo
di fornire al padre e se stessa quella che a lei era sembrata una indispensabile
rassicurazione affettiva.
A questo punto, vorrei far notare come negli episodi di controtransfert, nei
sintomi e nei sogni, cioè in generale in tutte le manifestazioni dell'inconscio,
la psicoanalisi più aggiornata tenda a leggere l'esistenza di personalità
parziali: tanti sé in lotta fra loro e non più, come sperava Freud (motivato
dal proprio bisogno di onnipotenza scientifica), pulsioni, difese e meccanismi
mentali governati da grandi leggi psicologiche, sulla falsariga della fisica
del suo tempo. Curiosamente, questo ci riporta più vicini agli ipnotisti dell'Ottocento
e ai mesmerismi del Settecento. Di nuovo pare che la chiave del disturbo psicologico
sia da identificarsi in una perdita del senso di unità interiore. Sembra che
spesso diverse anime si contendano il campo o che nei sintomi, nei transfert,
nei controtransfert e nei sogni si manifestino degli spiriti, o meglio dei
Sé che hanno bisogno di essere integrati, cioè riconosciuti come altri aspetti
di noi stessi, della nostra individualità.
Questo complicato sviluppo della psicologia dinamica vuol forse dire che cominciamo
ad avere meno paura del Sé diviso, cioè dell'anima divisa, e non sentiamo
più il bisogno di esorcizzarla, suggestionarla o imporle un principio di realtà
ad essa esterno ed estraneo. Abbiamo meno paura di scoprire degli estranei
in casa nostra o forse siamo adesso in grado di comprendere che quegli estranei
siamo noi stessi: diversi gradi di sviluppo, cui corrispondono diverse modalità
di organizzazione dell'esperienza, che coesistono non ancora perfettamente
integrate fra loro.
Forse la guarigione psicologica dei singoli aprirà la strada ad un'evoluzione
psicologica dell'essere umano, di cui si sente un urgente bisogno, rendendolo
meno sospettoso verso l'altro da sé, meno spaventato e persecutorio, ed arricchendolo
finalmente della capacità di coesistere con i propri simili e anche, si spera,
con l'ambiente naturale che sostiene la sua vita.
Di Alberto Lorenzini
(1) Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondatori.
(2) Henri F. Ellenberger, La scoperta dell'inconscio, Boringhieri.
(3) Vedi Robert D. Stolorow e Gorge E. Atwood, I contesti dell'essere. Le basi intersoggettive della vita psichica. Bollati Boringhieri 1995, pp. 110-12.
(4) Heinz Kohut, Introspezione, empatia e psicoanalisi: indagine sul rapporto tra modalità di osservazione e teoria, in La ricerca del Sé, Boringhieri 1982.
(5) Luigi Ruggiero, Nevrosi e salute psichica. L'ossessività e la psicologia del Sé. Lombardo editore in Roma, 1996.
(6) Robert D. Stolorow, Bernard Brandchaft, George E. Atwood, Psychoanalitytic Treatment: an Intersubjective Approach, The Analytic Press, London 1987.
(7) Heinrich Racker, Studi sulla tecnica psicoanalitica. Transfert e controtransfert. Armando Armando Editore, Roma 1970, pp.181-183.
(8) Raccomando: Jeffrey Seinfeld, L'oggetto cattivo, Casa Editrice Astrolabio 1995. Chi, negli ultimi anni, ha dimostrato una straordinaria originalità nell'uso terapeutico del controtransfert è Thomas Ogden: Identificazione proiettiva e tecnica psicoterapeutica, Casa Editrice Astrolabio, 1994 e Reverie e interpretazione, Casa Editrice Astrolabio, 1999.
(9) Mario Jacoby, Individuation & Narcissism. The Psychology of Self in Jung & Kohut, Routledge, London, 1990.
(10) "La vita mentale soggettiva di un'altra persona è qualcosa di assai diverso da quanto si potrebbe supporre osservando il suo comportamento. Nel trattamento analitico, se l'analista vuol cercare di capire la vita mentale soggettiva, individuale, del suo paziente può farlo soltanto mediante l'empatia e non osservando, dall'esterno, il comportamento verbale del paziente sul lettino." Luigi Ruggiero, op. cit., p. 72.
(11) Per quanto riguarda l'interpretazione simbolica dei sogni, vedi: Alberto Lorenzini, Lo zen e l'arte dell'interpretazione dei sogni, Edizioni Mediterranee, 1997.
