N. 09 - Luglio 2004
I MODI DEL FARE (Esperienze del lavoro terapeutico)
Gruppo di incontro e diabete melito di tipo 1: risultati di un'esperienza.
Stefano Paolo Fratini
Aspetti correlati alla condizione diabetica di tipo 1
La gestione della condizione diabetica, in particolar modo del
diabete mellito di tipo 1, trattandosi di una patologia cronica significativamente
limitante, non è riducibile esclusivamente all'aspetto fisiopatologico.
Tale componente deve essere integrata nella dimensione più ampia dell'immagine
di sé percepita dal diabetico ed in quella che gli viene restituita dall'ambiente
in cui vive.
E' infatti ormai acquisito, in ambito medico, il concetto
che un ottimale controllo metabolico è condizione indispensabile per prevenire
le complicanze croniche della malattia, ma è altrettanto evidente come il
suo raggiungimento comporti un notevole impegno da parte del diabetico (Bassi,
Morsiani, 1978; Bertola, Cori, 1989; Rapetti, 1989).
Il denominatore comune è rappresentato dal problema dell'"accettazione attiva"
del diabete, intesa come raggiungimento di una dinamica situazione di nuovo
equilibrio vitale, caratterizzato dall'autonomia nella gestione della condizione
diabetica e dalla convivenza consapevole e pacifica con la condizione stessa
(Corradin, Erle, 1992; Erle, Corradin, s.d.).
L'educazione sanitaria rappresenta uno strumento atto
al raggiungimento di tale scopo, attraverso un accrescimento delle conoscenze
legate al diabete ed una modificazione degli atteggiamenti e comportamenti
da parte della persona (Corradin, 1996; Erle, 1994).
Il problema di tale convivenza pacifica, consapevole e progressiva, con la
condizione diabetica, tuttavia, per quanto possa essere agevolato nella sua
graduale risoluzione dalla conoscenza e padronanza fornite dai metodi classici
di educazione sanitaria, resta legato ad una profonda crisi personale ed implica
un difficile ed oneroso processo emotivo di elaborazione interiore (Primi,
1985; Glasgow, Osteen, 1992).
In questo senso, le angosce che si sollevano inevitabilmente, a partire dal
momento della diagnosi e durante l'oneroso iter terapeutico, sia nel diabetico
che nei suoi familiari, inducono una sofferenza interiore che non può essere
trascurata e che interferisce nella condizione già difficile di convivenza
col diabete (Gianformaggio, 1997). Tale sofferenza psichica necessita di trovare
spazi adeguati per esprimersi, essere accolta ed elaborata (Sequi, 1989).
Il controllo metabolico rappresenta quindi un obiettivo da perseguire all'interno
di un intervento più globale, volto a favorire i processi evolutivi e l'integrazione
equilibrata della personalità del diabetico. Solo così, a lungo termine ed
al di là dei limiti implicati dalla cronicità, il trattamento terapeutico
sembra sortire risultati globalmente ed effettivamente positivi.
In questa prospettiva, si è ritenuto adeguato sperimentare l'applicazione
del Gruppo di Incontro di matrice rogersiana nell'ambito di questa patologia
a decorso cronico.
Il Gruppo di Incontro
Il
Gruppo di Incontro rappresenta l'applicazione della teoria rogersiana
alle dinamiche di gruppo (Brown, 1989; Di Maria, Lo Verso, 1995).
Tale applicazione
dell'Approccio Centrato sulla Persona, manifesta una modalità di fare
Gruppo che tende ad esaltare la crescita autonoma della persona e
lo sviluppo ed il miglioramento della comunicazione e dei rapporti
interpersonali, attraverso un processo di esperienza diretta (Rogers,
1970; Mearns, Thorne, 1988).
Il ruolo dei "conduttori" non
è quello di dirigere il Gruppo, ma di accompagnarlo; non è quello
di spingerlo, ma di facilitarlo nel suo processo di comunicazione.
In questo senso, vengono definiti più correttamente "facilitatori"
o "agevolatori" del Gruppo. Pertanto, il loro ruolo è quello di favorire
un clima psicologico di sicurezza, pienamente accettante e non giudicante,
in cui si realizzino gradualmente la libertà di espressione e la riduzione
degli atteggiamenti difensivi.
In questo senso, il Gruppo non
viene diretto dagli agevolatori, ma soltanto facilitato nello svolgersi
del processo di discussione sulle tematiche che il Gruppo stesso si
sceglie ed intende affrontare.
In questo clima psicologico tendono
ad essere espresse molte reazioni emotive immediate di ogni membro
verso gli altri e verso sé stesso (Pagès, 1975). Da questa mutua libertà
di esprimere i veri sentimenti, positivi e negativi, si sviluppa un
clima di fiducia reciproca.
Ogni membro può procedere verso
una maggiore accettazione del suo essere totale - emotivo, intellettuale
e fisico - così come esso è, compreso il suo potenziale. Negli individui
meno inibiti dalla rigidezza difensiva, incute meno timore la possibilità
di un cambiamento di atteggiamenti e di comportamenti personali. Con
la riduzione della rigidezza difensiva gli individui possono ascoltarsi
a vicenda e possono imparare maggiormente l'uno dall'altro. Da questa
maggiore libertà a da questa migliore comunicazione emergono nuove
idee, nuovi concetti, nuove direzioni (Heap, 1985).
Questi insegnamenti dell'esperienza
di Gruppo tendono a riversarsi, temporaneamente od in forma più durevole,
nei rapporti interpersonali con l'esterno (famiglia, ecc.).
Il Gruppo di Incontro di matrice
rogersiana trova ampia applicazione non solo in ambito strettamente
terapeutico, ma anche in settori molto diversi: nel mondo del lavoro
(gruppi di formazione o di organizzazione); nelle istituzioni religiose;
nell'apparato statale; nei rapporti razziali; nei rapporti familiari;
nella pubblica istruzione.
I risultati delle ricerche effettuate
appaiono molto incoraggianti (Rogers, 1970). In estrema sintesi, sono
stati osservati cambiamenti positivi importanti nei partecipanti di
quasi ogni Gruppo investigato. L'autostima migliora, le tendenze ad
una crescita autonoma e personale si accentuano. Il Gruppo ha l'effetto
di uno stimolo psicologico all'accrescimento. Avvengono cambiamenti
nella consapevolezza dei propri sentimenti e dei sentimenti degli
altri, nella capacità di controllare i sentimenti, nella realizzazione
di sé stessi, negli atteggiamenti verso sé stessi, come l'autostima
e l'autoaccettazione, e verso gli altri, come la maggiore accettazione
degli altri e la maggiore partecipazione, nonché nella capacità di
lavorare in gruppo per la soluzione di problemi.
Il Gruppo di Incontro ed il diabete mellito di tipo 1
Nell'ambito
dell'applicazione specifica del Gruppo di Incontro alla nostra esperienza,
è sembrato sostenibile ritenere che questa modalità aggregativa potesse
essere utile soprattutto a coloro che, già formati nelle conoscenze
e nell'autogestione della condizione di cronicità, volessero raggiungere
migliori equilibri nella convivenza pacifica con il diabete (Primi,
1985; Sequi, 1989).
In particolare, ci è sembrato
fondatamente ipotizzabile che il Gruppo di Incontro potesse costituire
un valido strumento di intervento nell'ambito del trattamento globale
della "condizione diabetica", almeno per quanto attiene al diabete
mellito di tipo 1.
Il Gruppo di Incontro, in sostanza,
ci è sembrato ben indirizzarsi verso realtà in cui gli aspetti di
disagio fossero riscontrabili nella difficoltà della digestione psichica
della condizione diabetica, nel raggiungimento della già citata "accettazione
attiva".
In considerazione di tale tipo
di utilità, il Gruppo di Incontro è apparso particolarmente da promuovere
nei confronti di partecipanti già in possesso di solide basi di educazione
sanitaria, in relazione all'auto-controllo ed all'auto-gestione del
diabete.
L'esperienza del Gruppo di Prato
In concreto, partendo da una pluriennale
esperienza di educazione sanitaria con i giovani diabetici di tipo
1, abbiamo voluto intraprendere, a partire dal 1995, un diverso approccio,
da affiancare ai tradizionali metodi di fare terapia educativa, appunto
mediante l'attivazione di un Gruppo di Incontro, secondo il modello
dell'Approccio Centrato sulla Persona.
Di tale esperienza intendiamo riferire
in questo lavoro, valutando i risultati in termini di compenso metabolico,
conoscenze legate al diabete e qualità della vita (Corradin, 1996;
Erle, 1994; Glasgow, Osteen, 1992; Mannucci et al., 1994).
Casistica e metodi
Il Gruppo oggetto della ricerca, formatosi
per accesso libero e volontario, su invito della Sezione Autonoma
di Diabetologia e Malattie Metaboliche dell'Azienda USL 4 di Prato,
è (al momento della rilevazione dei dati) composto da 26 clienti con
diabete mellito di tipo 1, di età media di 24 anni, 9 maschi e 17
femmine, con durata della malattia di 12,5±7,8 anni.
Possono intervenire agli incontri anche
familiari o persone comunque legate ai componenti il Gruppo.
Nel corso dell'iniziativa si è registrata
una presenza media di quindici/venti partecipanti per incontro, con
punte massime di venticinque/trenta persone.
Il Gruppo non viene "diretto" dal facilitatore
e dai co-facilitatori, bensì sceglie di dibattere su tematiche autonomamente
decise, con piena libertà per i partecipanti di spaziare su argomenti
diversi, in base alle personali esigenze avvertite. In questo senso,
non vi sono argomenti di discussione precostituiti.
Il Gruppo si riunisce ogni due settimane,
escluso il mese di agosto, il martedì sera, dalle ore 21.00 alle ore
23.00, presso i locali dell'Associazione Diabetici di Prato.
Partecipano alle riunioni uno psicologo
psicoterapeuta, nel ruolo di facilitatore, e nel ruolo di co-facilitatori
un medico diabetologo, un'infermiera professionale del Servizio di
Diabetologia ed un diabetico-guida. I coadiutori non sempre sono presenti
contemporaneamente; è sempre assicurata invece la presenza dello psicologo
psicoterapeuta o, in caso eccezionale di sua assenza, quella del medico
diabetologo.
Il Gruppo si riunisce senza obbligo
di frequenza né di continuità di partecipazione ed è un "gruppo aperto",
nel senso che nel corso del tempo si sono aggiunti alcuni partecipanti
ed altri lo hanno frequentato con minore assiduità.
I partecipanti, compresi facilitatore
e co-facilitatori, stanno seduti in cerchio su sedie disposte al centro
della stanza della riunione.
Durante gli incontri chiunque può presentare
proposte o manifestare una preoccupazione od un problema e su tali
argomenti il Gruppo scambia osservazioni, suggerimenti e soluzioni.
Talora sono stati invitati, su richiesta
del Gruppo, degli esperti esterni, per affrontare particolari argomenti
tecnici, inerenti alla gestione della malattia.
Vi è un confronto aperto sulle più
comuni esperienze quotidiane che il diabetico vive, senza atteggiamenti
giudicanti.
Tutti i clienti sono in terapia insulinica
intensiva, effettuano non meno di 4 iniezioni di insulina al giorno
e da 2 a 6 controlli glicemici giornalieri (mediamente 3,7). Il numero
di ipoglicemie settimanali che necessitano di intervento è pari a
1,7.
All'inizio degli incontri 3 clienti
presentavano complicanze (retinopatia background in 2 casi e retinopatia
proliferante in 1 caso).
Nei quattro anni di osservazione i
clienti hanno frequentato il Servizio di Diabetologia per i controlli
medici con cadenza non precostituita.
Come indice di controllo metabolico
è stato preso il valore di HbA1c (emoglobina glicosilata) determinato
nel 1995 (inizio degli incontri) ed a febbraio 1999.
In tale data sono stati distribuiti
a tutti i partecipanti tre diversi questionari:
1. Il questionario GISED (Gruppo Italiano di Studio sull'Educazione
del Diabetico) per la valutazione delle conoscenze, dei comportamenti
e degli atteggiamenti dei diabetici di tipo 1;
2. Il questionario DQOL (Diabetes Quality of Life) sviluppato per
il Diabetes Control and Complication Trial, nella sua versione italiana;
3. Un questionario fenomenologico, derivato da "Carl Rogers on Encounter
Groups" ed appositamente adattato alla condizione diabetica.
Risultati
Nel periodo esaminato la partecipazione
dei diabetici agli incontri è stata superiore al 70%.
Non si sono osservate significative
modificazioni nei comportamenti riguardo specificamente al diabete,
in particolare nel numero di iniezioni giornaliere e di controlli
glicemici.
Non si è osservata una significativa
variazione nel numero degli episodi ipoglicemici sintomatici.
Il controllo a distanza delle complicanze
micro e macrovascolari non ha evidenziato complicanze nei clienti
che ne erano privi all'inizio dell'osservazione, mentre nei 3 clienti
con complicanze retiniche il quadro è rimasto invariato.
Il valore medio di emoglobina glicosilata
(HbA1c) è significativamente variato in diminuzione, passando da 8,6±0,39
nel 1995 a 7,31±0,23 nel febbraio 1999 (p<0,0001 ; t=4,236 con
25 gradi di libertà).
Il questionario GISED ha mostrato il
permanere di alcune lacune riguardo alle conoscenze (mediamente 5
risposte non esatte per ogni cliente).
Il questionario DQOL ha fornito risposte
omogenee con un range medio complessivo di 1,95 (Tabella 1):
DQOL
(Diabetes Quality of Life) (range 1- 5) |
||||
|
Soddisfazione |
Impatto |
Preoccupazione generale |
Preoccupazione |
Totale |
2,25 |
1,84 |
1,52 |
2,14 |
1,95 |
Tabella 1: risultati del questionario DQOL (versione italiana). Punteggio medio per le singole categorie e media complessiva. |
||||
Il questionario fenomenologico ha fornito risultati che possono essere così riassunti:
- 18 clienti riferiscono di rapportarsi in modo sensibilmente diverso con il diabete ed il cambiamento è stato positivo;
- 4 clienti definiscono positivo il loro cambiamento, ma denunciano ancora qualche residua difficoltà;
- 14 clienti hanno manifestato una significativa variazione, in senso positivo, del proprio rapporto con gli altri;
- 25 clienti definiscono l'esperienza del Gruppo di Incontro "… costruttiva nei risultati, un'esperienza profondamente significativa, positiva…";
- 25 clienti riferiscono che l'esperienza del Gruppo ha aumentato la consapevolezza dei sentimenti propri, anche in relazione al diabete;
- 15 definiscono sensibilmente diverso, in senso positivo, il proprio modo di porsi di fronte ai problemi.
Discussione e conclusioni
Possiamo definire sicuramente positiva
l'esperienza maturata in questi anni con il Gruppo di Incontro per
clienti affetti da diabete mellito di tipo 1.
Il compenso metabolico, espresso dal
valore di HbA1c, è decisamente e significativamente migliorato.
A tale miglioramento non si è associato
un aumento del numero di ipoglicemie, di autocontrolli glicemici,
né di iniezioni giornaliere (i clienti erano già in terapia insulinica
intensiva).
L'approccio del Gruppo di Incontro,
così come da noi condotto, ha permesso di ottenere una buona qualità
di vita, come si può rilevare dai risultati del questionario DQOL.
Ci preme sottolineare come il raggiungimento
di un buon compenso metabolico non sia stato ottenuto attraverso un
percorso finalizzato esclusivamente alla corretta informazione, ma
piuttosto puntando all'acquisizione, da parte dei clienti, di una
maggiore consapevolezza, cui si associa una diminuzione del disagio
legato alle difficoltà nella digestione psichica della condizione
diabetica.
Tale processo di "accettazione attiva"
della malattia si ripercuote positivamente non solo sul versante puramente
metabolico, ma permette una fruizione dei Servizi Sanitari più consapevole
e corretta; inoltre migliora le relazioni del cliente con gli altri,
soprattutto nell'ambito familiare e lavorativo, determinando una sensazione
complessiva di maggiore serenità e convivenza pacifica con la malattia.
La tecnica del Gruppo di Incontro permette
ai clienti la narrazione delle proprie esperienze ed anche dei propri
errori in maniera serena, in quanto si evitano gli atteggiamenti giudicanti,
che provocano uno stato di disagio; si consente ai partecipanti di
uscire allo scoperto, senza perdere il senso di protezione che il
Gruppo è in grado di trasmettere.
E' evidente come un tale modello di
approccio sia, da un lato, estremamente impegnativo per il medico
diabetologo e per il personale infermieristico e, dall'altro, non
facilmente attuabile per casistiche molto numerose, ma la nostra esperienza
si può porre sicuramente come modello "limite" di una nuova metodologia
di approccio al cliente diabetico, nella sua totalità di persona;
modello utilizzabile, con gli opportuni accorgimenti, nella pratica
quotidiana dei Servizi di Diabetologia.
I risultati a cui si è giunti consentono,
inoltre, di convenire sul fatto che il Gruppo in oggetto risulta utile
ai partecipanti per i seguenti aspetti psicologici:
- acquisizione di nozioni utili all'autogestione
della propria condizione diabetica;
- acquisizione della consapevolezza
dei membri di potersi sostenere l'un l'altro;
- capacità del Gruppo di alleviare
il senso di isolamento;
- espressione, presa di coscienza ed
elaborazione delle angosce, da parte del diabetico e dei suoi familiari,
in merito al trattamento ed al decorso del diabete;
- aiuto al chiarimento dei problemi,
a livello personale, familiare e sociale, che l'insorgenza e la cronicità
del diabete provocano;
- integrazione delle soluzioni più
appropriate per affrontare la convivenza con il diabete.
Tale tipo di intervento costituisce
inoltre, anche per gli operatori sanitari, una nuova opportunità di
crescita personale qualificante, che si ripercuote positivamente nei
vari settori dell'attività diabetologica.
Riteniamo che una maggiore diffusione
di esso possa fornire, nel tempo, risultati significativi, non solo
in termini di qualità della cura, ma anche e soprattutto di qualità
della vita dei diabetici.
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Stefano Paolo Fratini
