N. 09 - Luglio 2004
GLI STRUMENTI DEL VEDERE (la teoria e la sua applicazione):
L'empatia è davvero un modo di essere poco apprezzato?
E' per me curiosa la difficoltà che ogni volta provo davanti
alla pagina scritta. Se a questo aggiungo che tendo a scrivere molto,
al di là della ragionevolezza, che persino le mie mails spesso somigliano
di più alle classiche lettere di una volta che alle comunicazioni scritte
dette posta elettronica, questo mi rende ancora più inquietante la fatica
che provo da giorni al solo pensiero di svolgere questo compito scelto,
eppure così psicologicamente impegnativo, di scrivere sull'empatia.
Mi dico che sarà il caso che mi ascolti, che empatizzi un po' con me
stessa e mi dica francamente che cosa sta rendendo ardua un'attività
di per sé piacevole quale è lo scrivere su un argomento che mi appassiona,
che è il cuore della professione che svolgo per scelta, scelta fatta
da adulta, quando I giochi della vita parevano già tutti fatti.
Appunto, l'empatia è il cuore del mio approccio psicoterapeutico di
riferimento, l'Approccio Centrato sulla Persona, conosciuto anche come
"Approccio Rogersiano" dal nome dello psicologo clinico che lo ha creato.
Sento, quindi, fortissimo il senso della responsabilità e l'eventuale
colpa di non essere chiara abbastanza, esaustiva abbastanza, soprattutto
brava abbastanza. Cosa poi sia questo "abbastanza " è tutto da verificare
ogni volta; nel campo professionale ha dimensioni decisamente superiori
a quello che generalmente ha nelle altre aree della mia vita.
Il mio Sé Ideale è all'opera da giorni, disturbandomi. E' forse una
novità? No di certo, Eppure riconoscerlo, vederlo e chiamarlo per nome
sono operazioni mentali che , se permeate dalle emozioni con cui mi
guardo (fastidio, incertezza, timidezza, anche tenerezza da un po' di
tempo in qua), se attraversate da un'accettazione di me e dei miei limiti,
se accompagnate dall'assenza di giudizio che sicuramente garantirei
ad un altro che non fossi io, costituiscono l'unica possibilità che
vedo per affrontare questa pagina ed il pensiero dell'incontro, con
persone che non conosco, sul tema dell'empatia.
Questo "ascolto di sé" è quello che Carl Rogers chiama congruenza, una
delle tre condizioni che egli definisce "necessarie e sufficienti" in
una relazione di aiuto, per promuovere la crescita di un individuo.
Le altre due condizioni sono, l'accettazione positiva incondizionata
e l'empatia.
Il ruolo di terza per ordine, fa parte dello sviluppo della teoria della
personalità e della terapia di questo psicologo clinico americano che
ha formulato le sue idee e il suo approccio psicoterapico in un arco
di tempo che è iniziato negli anni '40 ed è durato fino alla sua morte
avvenuta nei primi anni '80.
Carl Rogers in "Un Modo di Essere", pubblicato in America nel 1980 e
tradotto e pubblicato in Italia nel 1983 da G. Martinelli & C. , Firenze,
dice con la chiarezza, meglio, la congruenza, che lo contraddistingue
quanta sofferenza abbia provato nel vedere il ruolo dell'empatia travisato
e ridotto a una mera questione di tecniche e quanto questo lo abbia
fatto desistere, per un lungo periodo, dal parlare dell'empatia e delle
tecniche di rimando utilizzate nell'Approccio, Centrato sulla Persona.
Solo dopo molti anni, quando il suo pensiero e la pratica psicoterapeutica
che lo realizza sono state convalidate da numerosi studi e pubblicazioni,
la maggior parte dei quali mai tradotti in italiano, Rogers è tornato
sull'empatia scrivendo:
-Nel corso degli anni, tuttavia, i risultati delle ricerche condotte
sono andati ammassandosi, e hanno decisamente rafforzato la conclusione
che un alto grado di empatia in una relazione è probabilmente il fattore
più potente nell'apportare trasformazioni e apprendimento..-.
Ed ancora:
-Molte definizioni del termine "empatia" sono state date, e io stesso
ne ho proposte parecchie. Più di vent'anni fa (Rogers, 1959), tentai
di dare una definizione strettamente rigorosa come parte di un'enunciazione
formale dei miei concetti e della mia teoria. Essa suonava cosi:
Lo stato di empatia, dell'essere empatico, è il percepire lo schema
di riferimento interno di un altro con accuratezza e con le componenti
emozionali e di significato ad esso pertinenti, come se una sola fosse
la persona ma senza mai perdere di vista questa condizione di "come
se ". Significa perciò sentire la ferita o il piacere di un altro come
lui lo sente, e di percepire le cause come lui le percepisce, ma senza
mai dimenticarsi che è come se io fossi ferito o provassi piacere, e
così via. Se questa qualità di "come se" manca, allora lo stato è quello
dell'identificazione. (pp. 210-211. Vedi anche Rogers, 1957).-
Per poi arrivare a proporre:
-…. Consentitemi di tentare una descrizione dell'empatia quale oggi
a me pare soddisfacente. Non la definirei più "uno stato di empatia",
perché la ritengo più un processo che uno stato. Può darsi che riesca
anche ad inglobare questa qualità.
-Un modo empatico di essere con un'altra persona ha molte angolature.
Comporta una sensibilità, istante dopo istante, verso i mutevoli significati
percepiti che fluiscono in quest'altra persona, dalla paura al furore,
alla tenerezza, o confusione, o qualunque altra cosa essa stia sperimentando.
Significa vivere temporaneamente nella vita di un altro, muovendocisi
delicatamente, senza emettere giudizi; significa intuire i significati
di cui l'altra persona è scarsamente consapevole, senza però svelare
i sentimenti totalmente inconsci, perché ciò sarebbe troppo minaccioso.
Coinvolge la comunicazione delle vostre percezioni del mondo dell'altro,
del quale osservate con sguardo sereno e nuovo quegli elementi che l'altro
teme di più. Significa controllare frequentemente in compagnia dell'altro
l'accuratezza delle vostre percezioni, ed essere guidati dalle reazioni
che ricevete. Siete il compagno fiducioso nel mondo interiore dell'altro.
Segnalando i possibili significati nel flusso dell'esperire di un'altra
persona, l'aiutate a concentrarsi su questa preziosa sorta di referente,
a sperimentare più compiutamente i significati, e a procedere nell'esperienza.
Essere con un altro in questo modo significa che per il periodo in cui
vi ci trovate, voi mettete da parte le vostre concezioni e valori personali
onde entrare nel mondo di un altro senza pregiudizi. In un certo senso,
significa che voi stessi vi mettete da parte; questo può essere fatto
solo da persone che sono abbastanza sicure di sé da sapere che non si
perderanno in ciò che nel mondo dell'altro potrebbe risultare strano
o bizzarro, e che possono comodamente ritornare al loro mondo personale
appena lo desiderano.".
Da questa definizione dell'empatia di Carl Rogers emerge chiaramente
che la possibilità di -essere empatico nel modo - complesso, esigente
e forte - e al tempo stesso sottile e delicato- che il fondatore dell'Approccio
propone, passa attraverso la capacità del terapeuta di essere in contatto
con se stesso, consapevole di quello che si sta muovendo nella propria
coscienza per poterlo distinguere da quello che viene comunicato, in
modo verbale e non verbale dalla persona Cliente e poterlo comunicare
allo stesso se questo è nell'interesse degli obiettivi terapeutici che
quest'ultimo sta perseguendo. Questa è la condizione che Rogers definisce
congruenza essere accompagnata dalla capacità del terapeuta di essere
trasparente non solo a se stesso ma anche all'altro.
Allo stesso modo la capacità di non emettere giudizi, di separarsi temporaneamente
dal proprio mondo valoriale per immergersi in quello dell'altro, è l'essenza
dell'accettazione positiva incondizionata.
Senza queste due condizioni, ecco che l'empatia corre il rischio di
essere tecnica e non "modo di essere". In tutti gli approcci psicoterapeutici
il terapeuta è lo strumento principale del lavoro di cura, nell'Approccio
Centrato sulla Persona, a mio avviso, questo risulta essere assolutamente
determinante. L'empatia, nella sua forma migliore, non è un'operazione
di tipo cognitivo, è un modo di essere con l'altro che coinvolge il
terapeuta completamente.
Quando mi sento psicologicamente stanca sento bene la differenza dei
miei rimandi che possono essere corretti, che individuano anche che
cosa l'altro sta provando ma, nei miei momenti migliori, quello che
sento va al di là della comprensione, è davvero quello stare con l'altro,
essere, sentire quello che l'altro sente. Perchè questo ha effetti terapeutici,
ovvero di "guarigione"?
L'ascolto empatico permette alla persona che soffre, che è in difficoltà,
che è confusa, di guardare dentro se stessa, di vedere con maggiore
chiarezza quello che è lì, appena sotto il livello della consapevolezza
ma senza che riesca a uscire e diventare consapevole; il rispecchiamento
da parte del terapeuta fa emergere, letteralmente venire a galla, sentimenti
e pensieri fino ad allora rifiutati perché portatori di dolore, vergogna
, sofferenza, paura. - Se un altro essere umano vede quello che si sta
muovendo dentro di me e lo chiama con il suo nome senza spaventarsi
forse lo posso fare anch'io. L'ascolto empatico del terapeuta mi permette
di viaggiare nella mia confusione con la compagnia sicura di un altro
da me che attraverso l'empatia coglierà quello che sembra essere più
importante nel magma indistinto dei miei dubbi e delle mie incertezze
e me lo rimanderà dandomi la possibilità di comprendere quale è il filo
rosso del mio vissuto che c'è ma che, da solo, non riesco a trovare
- questo sembra dirsi, in tanti momenti, il Cliente.
La qualità di processo di cui parla Rogers in "Un modo di essere", a mio avviso, ha a che fare con questo ultimo punto; a volte la persona non porta un sentimento ben distinto, un vissuto emozionale che ha una sola coloritura, a volte la persona porta un caleidoscopio di emozioni, sentimenti, vissuti e la capacità del terapeuta di essere "real and ready", come dice Dale Larson, permette al Cliente di non perdere nulla di quel caleidoscopio, di appropriarsi di tutto quel vissuto senza correre il rischio di perderlo.
Trovo commovente lo stupore, la meraviglia, il sollievo che vedo sul
volto dei Clienti quando, attraverso l'empatia, danno parole a qualcosa
che sentivano da tanto tempo ma a cui non riuscivano a fare corrispondere
una verbalizzazione chiara. In quei momenti avverto la loro gioia, come
quella di chi cerca qualcosa che ha riposto, ma non sa più dove, e qualcun
altro gliela consegna, e quello che trova è qualcosa che sapeva di possedere
ma a cui non riusciva a dare né una immagine né un nome.
L'empatia è il modo attraverso cui si rimanda all'altro il suo diritto
ad esistere e ad essere con tutto quello che l'altro è. Il sentirsi
riconosciuto ed in diritto di essere abbassa naturalmente le difese,
è per questo che nell' ACP si teorizza che non si abbattono mai le difese,
si aspetta che il Cliente si senta tanto sicuro da poterlo fare.
Un'altra caratteristica importante dell'Approccio Centrato sulla Persona che ritengo strettamente legata all'utilizzo dell'empatia è l'assenza della diagnosi per stabilire la modalità di lavoro con il Cliente. Una critica che a volte viene fatta è che non è possibile utilizzare lo stesso metodo con tutti i clienti perché ognuno, a seconda delle sue problematiche, ha bisogno di una diversa modalità operativa. Credo che proprio l'utilizzo dell'empatia, nel modo in cui è stata descritta da Rogers, dia una risposta a questo genere di quesito. E' vero, non è utile rimandare emozioni e sentimenti a una persona che porta se stessa in un modo che dichiara quanto i sentimenti la minaccino e quanto la vicinanza di un altro essere umano possa essere vissuto come pericoloso; allo stesso modo è importante rimandare con immediatezza il vissuto emotivo a una persona che porta il bisogno di sentire riconosciute le proprie emozioni ed I propri sentimenti pena il sentirsi esclusa dal consorzio umano. Intendo dire che è l'empatia che determina il modo migliore per rapportarsi non con una categoria diagnostica ma con una persona, quella del Cliente che in quel momento mi sta davanti. Equivale a dire che, senza nulla togliere all'utilità che la diagnosi ha in campo medico, si ritiene che in campo psicoterapico sia importante trattare ogni cliente come un unicum e farsi guidare dall'empatia nell'essere "Centrati sul Cliente", nel dargli quello di cui ha bisogno in quel preciso momento fidandosi del fatto che se si sentirà non minacciato, ma compreso e accettato completamente come persona, permetterà a se stesso di entrare in contatto con tutte le parti di sé, anche le più minacciose, per guardarle in compagnia di un altro essere umano, il terapeuta, che gli dà il tempo e il sostegno necessario per fare le proprie scelte alla luce dei suoi reali desideri. E' questo che permette il recupero del vero Sé, unica possibilità che abbiamo come esseri umani di vivere in sintonia con noi stessi.
