Il discorso del re (The King’s Speech) è un film del 2010 diretto da Tom Hooper.
Linga originale: inglese.
Paese: Gran Bretagna, Australia
Anno: 2010.
Durata: 11min.
Sceneggiatura:
David Seidler.
Fotografia:
Danny Cohen.
Montaggio: 
Tariq Anwar.
Musiche:
Alexandre Desplat.
Scenografia: 
Eve Stewart.
Costumi:
Jenny Beaven.
Interpreti e personaggi:
Colin First: Giorgio VI
Geoffrey Rush: Lionel Logue
Helena Bonham Carter: Elizabeth Bowes-Lyon
Guy Pearce: re Edoardo VIII
Claire Bloom: regina Mary

Interpretato da Colin FirthGeoffrey RushHelena Bonham Carter e Guy Pearce, il film ruota attorno ai problemi di balbuzie di Re Giorgio VI e al rapporto con il logopedistache lo ha in cura.Il film ha vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival,[1] 5 British Independent Film Awards 2010 (su 8 nomination), ha ottenuto 7 candidature ai Golden Globe 2011 (una ha fruttato il Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico al protagonista Colin Firth), ben 7 BAFTA incluso miglior film dell’anno e miglior film britannico, nonché 4 premi Oscar su 12 candidature: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale.Nel 1925 il principe AlbertoDuca di York e secondo figlio di re Giorgio V, tiene il discorso di chiusura all’Empire Exhibition allo stadio di Wembley di Londra. Il suo evidente problema di balbuzie, gli rende difficile portare a termine l’incarico senza suscitare imbarazzo nelle migliaia di persone presenti al discorso. Nonostante abbia provato in passato diverse cure e consultato parecchi logopedisti senza successo, il Principe decide di rinunciare ad eventuali eventi pubblici in futuro. Sua moglie Elizabeth duchessa di York, viene a conoscenza delle capacità di un certo Lionel Logue, un australianoconsiderato uno dei migliori terapeuti per chi ha problemi di linguaggio.Il Principe inizialmente non è d’accordo sul consultare un altro medico, ma successivamente si convince dato che proprio Logue gli dimostra di poterlo aiutare. Infatti, l’uomo gli chiede di leggere ad alta voce il passaggio Essere o non essere dell’Amleto, mettendogli però delle cuffie nelle quali gli fa sentire della musica. Il paziente esegue, infastidito da quel metodo che però risulterà efficace al punto da accettarlo come terapeuta.Nella prima seduta, Logue stabilisce delle regole ben precise, tra le quali la confidenza di chiamarsi per nome senza dover ricorrere alle etichette formali e regali; infatti chiede di essere chiamato Lionel e decide di chiamare il Principe Bertie, soprannome che utilizza solamente la famiglia del Principe stesso. Da quel momento, Logue comincia a lavorare sul rilassamento dei muscoli del Principe e sul suo controllo del respiro, facendolo fumare di meno e cercando allo stesso tempo di provare le radici psicologiche del suo problema.Alla morte di Re Giorgio V, il principe di Galles sale al trono come Re Edoardo VIII. Il nuovo Re però, ha delle grandi riserve sul suo nuovo ruolo dato che è intenzionato a sposare Wallis Simpson, un’americana divorziata, cosa che non può fare essendo capo della Chiesa nel Regno Unito. Il principe Alberto mette in chiaro al fratello la sua impossibilità a fare entrambe le cose: sposare una donna divorziata e mantenere la corona, mettendolo in condizione di decidere.Frustrato da questo comportamento, Bertie si presenta nello studio di Logue e comincia a confidarsi con lui su vari episodi della sua adolescenza, episodi dai quali il logopedista intuisce l’inizio dei suoi problemi. Inoltre, Logue cerca di convincere il Principe che, al contrario di David, lui sarebbe un ottimo Re nell’eventualità che il fratello rinunciasse al titolo. Lui non gradisce la sua insistente opinione sulle prospettive del suo futuro e tronca il rapporto, dicendogli che non ha più bisogno di cure.Come previsto, re Edoardo abdica per amore della sua futura moglie e viene incoronato Re il fratello. Rendendosi conto di dover sostenere diversi incontri e colloqui, Bertie decide di ricontattare Logue e di chiedergli scusa per il suo comportamento scortese, chiedendogli inoltre di riprenderlo come paziente.La loro nuova collaborazione li porta all’Abbazia di Westminster il giorno in cui si prepara la chiesa per l’incoronazione. L’arcivescovo Cosmo Lang, non gradendo la presenza di Logue, decide di fare indagini e scopre che non è un vero medico, ma solamente un attore fallito. Il Re affronta l’amico e lui gli confida che non ha mai avuto bisogno di lauree o di specializzazioni, avendo molta esperienza per aver aiutato i soldati tornati dal fronte a riacquistare la proprietà di linguaggio dopo le tragedie alle quali avevano assistito. Bertie gli concede di nuovo fiducia e lo perdona per non avergli detto subito la verità.Al momento della dichiarazione di guerra alla Germania del 1939, Giorgio VI convoca Logue a Buckingham Palace per preparare il discorso alla nazione da trasmettere via radio. Nonostante la difficoltà per l’emozione di dover parlare alla nazione intera, Logue riesce a calmare il Re e gli rimane a fianco durante la lettura, accompagnandolo con gesti ritmici e aiutandolo con lo sguardo a non dimenticare le tecniche imparate.Con grande sorpresa del Re stesso, il discorso rassicura i sudditi, nonostante il motivo di tale intervento sia da attribuire alla imminente entrata in guerra della nazione. Dopo aver ringraziato Logue, il Re si affaccia al balcone del palazzo reale con la sua famiglia, salutando le migliaia di persone riunitesi per applaudire il suo discorso incoraggiante.

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Il balbuziente vive costantemente nella paura dell’altro, nella consapevolezza che la parola è una ferita perenne che sanguina ogni volta che la fluenza verbale rallenta, esita, scivola, si arena di fronte a sillabe impronunciabili, che serrano le labbra e occludono la gola.

Gli altri sono uno specchio che riflette queste deformazioni. Le esitazioni di chi balbetta sono stampate sugli occhi di chi ti osserva, occhi che improvvisamente si alzano, sorpresi dall’esitazione avvertita nel ritmo del discorso dell’interlocutore. In quel momento il balbuziente abbassa gli occhi ed elabora la sua sconfitta, ancora più frenato sulla parola. Il disturbo riguarda la comunicazione, non la foniatria. Le leggende logopediche sono piene di sassolini garantiti dall’oratoria di Demostene.“Sia così anche per un re”, parafrasando Shakespeare.

Il discorso del re. Discorso allo stadioLe prime inquadrature del film riprendono, con effetto di ampliamento (probabilmente un obiettivo grandangolo e con una ripresa ravvicinata) un microfono anni Trenta, già voluminoso di per sé, ma sbattuto in primo piano, con un effetto quasi di oggetto-horror. La voce del balbuziente amplificata equivale a mostrare una stampella traballante che si vorrebbe a tutti i costi nascondere col silenzio.

Il discorso del re. Discorso allo stadioLo stesso effetto visivo di amplificazione lo vediamo nello stadio, dove il duca di York dovrebbe pronunciare il primo discorso e nella sala del palazzo reale dove lo attendono i dignitari (in questa circostanza la deformazione è ottenuta con un fisheye).

L’agorafobia, la paura di fronte alla folla, cattiva e pietosa ad un tempo (di una pietà che contiene la delusione) accompagna il futuro re (anche se non c’è ancora nulla all’orizzonte che preannunci la ferale notizia della nomina a re di Albert, principe di York).

Le rassicurazioni (“Maestà, non si preoccupi”, accompagnate da alcune più familiari) sono, inconsapevolmente da parte di chi le mette in atto, un rinforzo della condizione di balbuziente, che, chi ne soffre, vorrebbe rifiutare, attraverso silenziose manovre di evitamento.

Dopo due sequenze che riportano i fallimenti logopedici classici (i sassolini di Demostene o la regolazione del respiro) ecco arrivare invece la via della guarigione.

Ogni persona ansiosa ha intorno una serie di “partecipanti”, alcuni ignari di confermare lo stato di inquietudine (i rassicuratori autoritari e direttivi), alcuni invece preoccupati e partecipi. E’così anche per il futuro Giorgio VI. E’ infatti la moglie, la duchessa di York, futura regina madre dell’età di Elisabetta II, a cercare una possibilità.

Il discorso del re. MoglieLe sequenze che precedono l’incontro con il logoterapeuta bizzarro e poco ortodosso (Lionel Logue) sono due: il percorso dell’automobile della moglie di Albert (chiamato familiarmente Bertie) verso la dimora di Lionel e l’ingresso nello studio di quest’ultimo.

La sagoma dell’automobile entra ed esce dalla nebbia, fittissima, preceduta da una guida a piedi.

Il discorso del re. PodologoLa scena è dickensiana, con quel misto di paura e di improvvisa tenerezza che precede l’incontro col terapeuta “gnomo”. Perché tale è Lionel. Non ha segretaria, esce dal bagno (si sente lo sciacquone che fa sobbalzare la duchessa), viene ripreso in primo piano (un volto mobilissimo, quasi tridimensionale sullo schermo), parla con quel tanto di humor inglese che lo rende subito un personaggio gradevole , una specie di Watson senza Holmes.

Anche il suo studio è fuori misura, non rientra nell’ufficialità professionale, è un antro moderno, con muri quasi scrostati, con un ampio lucernario, spazi inutilmente grandi, pavimenti in legno che fanno eco ai passi.

Lionel ha comunque tutte le modalità comportamentali di uno gnomo ostinato, ad esempio è fermo nell’affermare il suo setting e la sua metodologia, non andrà a palazzo reale, sarà il principe a venire da lui: “Fiducia e totale uguaglianza, alla pari, per la cura”.

Inizia il viaggio di Bertie sulla strada che lo porterà alla guarigione.

Alla porta d’ingresso della casa-studio c’è una targa col suo nome e cognome e, sotto, la scritta “difetti del parlato”.

Poco incideranno le cure ortofoniche, che rivestiranno minore importanza.

Molto inciderà un’avventura di vera e propria psicoterapia relazionale (ante litteram) e di una crescita del rapporto fra il futuro re e Lionel, caratterizzata da scambi profondamente e rispettosamente affettivi, inframmezzati da scontri, conflitti e anche umiliazioni inflitte a Lionel da parte di Bertie.

Il discorso del re. MoglieSignificativa la sequenza in cui i due passeggiano nel parco: con un attacco di aggressività (i balbuzienti la covano spesso nel loro interno) il principe Albert insulta il logoterapeuta, ricordandogli le sue umili origini: “figlio di un birraio”.

Lionel si ferma, non accompagna più il futuro re e rientra, semplice gnomo offeso ma pieno di dignità, nella nebbia da cui era uscito nella prima sequenza della sua comparsa.

La parte centrale del film punta la sua attenzione sui rapporti fra i membri della famiglia reale, caratterizzati da anaffettività: la madre che non riesce ad abbracciare Albert piangente sulla sua spalla per la morte del padre, il fratello David che gli ricorda la sua subalternità legata alla balbuzie (ti ricordi, ti chiamavamo Bbbbbertie), le fredde cerimonie di corte.

Lionel ricrea col re quel rapporto caloroso, vicino e distante nello stesso tempo, molto empatico, amichevole e rispettoso (in una delle prime battute Lionel chiede ad Albert: “A che cosa servono gli amici?”, risposta: “Non saprei”, perché non ne aveva). Cioè dà vita a quella relazione mancata a suo tempo, in età infantile, che contribuisce a superare le paure di bambino, le glacialità familiari, le fughe nel vuoto.

La casualità che farà di Albert il re Giorgio VI (l’abdicazione del fratello David, che rinuncia al trono per sposare la signora Simpson, un’americana divorziata) lo troverà, successivamente, meno in balia delle sue angosce e pronto ad entrare nelle case degli inglesi col discorso radiofonico del 1939, che annuncia la risposta bellica inglese all’espansionismo militare tedesco.

Il film è costruito molto su atmosfere d’epoca e su grandi valenze attoriali.

Il discorso del re. Discorso allo stadioTra tutti predomina Colin First, nel ruolo del principe Albert , con una recitazione moderata, contenuta, nevrotica, fatta di sguardi, di labbra tremanti, di pallore e di rabbia impotente. Il suo personaggio “cresce” a poco a poco, si allontana progressivamente, assorbendole, dalle paure infantili, per avviarsi ad una maturità dolente e consapevole delle proprie responsabilità.

La principessa di York, moglie di Albert (l’attrice Elizabeth Bonham Carter , musa-icona di James Ivory) perfetta nella parte della moglie, che dà vita a quella premura amorosa ben lontana dalla fredda atmosfera della famiglia reale.

Lionel (l’attore Geoffrey Rush) rappresenta una maschera adatta quanto mai al personaggio del logopedista sui generis. Viso mobilissimo, movimenti felpati, abiti leggermente larghi, pater familias di un mondo dignitosamente modesto, attore dilettante senza successo. Profondamente in parte.

Le atmosfere sono quelle di una Londra prebellica, ma già chiamata alla guerra dall’ invasione hitleriana della Cecoslovacchia.

Colori freddi per gli esterni, quasi a rasentare a volte il bianco e nero, realisti per gli interni: Uso di obiettivi che amplificano di dati del volto (Lionel, il padre di Albert), dialoghi molto misurati.

Comunque un film essenzialmente di contenuto, cresciuta su una storia combinata di amicizia rispettosa e di terapia centrata sull’autenticità.

Probabilmente sarebbe molto piaciuto a Carl Rogers.

Giovanni Lancellotti

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