SPECIALE SCRIPT (testi dell’incontro pubblico “La depressione vuota”, 13 Maggio 2006).

La prima cosa che vorrei dire a commento del film che abbiamo appena visto è che l’Uomo che non c’era è uno di noi. In altri termini, vorrei invitarvi a vedere le cose sotto il profilo della normalità, piuttosto che sotto il profilo della patologia. Se ne facciamo una malattia, subito esorcizziamo il male e pensiamo che non ci riguardi. Riguarda solo quei poveracci ai quali è capitata questa strana malattia. Faremmo un’operazione psichiatrica e non psicoanalitica. Nessuno psicoanalista avrebbe mai potuto scrivere un libro sulla depressione intitolato E liberaci dal male oscuro! In un certo senso, la psicoanalisi è più vicina al vangelo e all’idea che ci fa dire: scagli la prima pietra chi è senza peccato. Mi ricordo le riflessioni di James Hillman sull’etimologia della parola psicopatologia che significa “il discorso delle sofferenze dell’anima”. Ma le sofferenze dell’anima sono le peripezie dell’anima e, in un certo senso, la vita dell’anima stessa. Con questo, però, non vorrei dare l’idea che il mio punto di vista sia più rassegnato o meno combattivo di quello dello psichiatra. Io lo considero semplicemente meno ingenuo. Alla base del mio punto di vista non c’è nemmeno una motivazione morale prioritaria: semplicemente, credo che le cose siano più complesse e che una netta separazione degli opposti, per quanto riguarda il nostro mondo interiore, non sia praticabile.
L’ideale di salute psicologica di Carl Rogers è quello di una vita piena, cioè della capacità di vivere la propria vita esteriore in pieno contatto con la propria vita interiore e, di conseguenza, con lo slancio della spontaneità e la soddisfazione dell’autenticità e la benedizione della creatività. Ma, per l’appunto, si tratta di un ideale. Un ideale che io considero assolutamente giusto e che condivido in pieno, pur riconoscendo che, nella migliore delle ipotesi, solo in certi momenti di grazia riusciamo ad essere così. Tante volte prevalgono le difese (e come si fa a vivere senza difese?), le paure, le rigidità caratteriali; allora ecco le aggressività, o gli atteggiamenti di eccessiva compiacenza o il distacco emotivo dai sentimenti e dalle emozioni.
Tutto questo per dire che nel discorso che sto per fare parlerò di tratti psicopatologici che sono presenti in ciascuno di noi e non di una psicopatologia presente in una categoria a parte di persone, dalle quali stare alla larga. Non possiamo stare alla larga dalla psicopatologia, così come non possiamo stare alla larga da noi stessi. Perciò, quando adesso parlerò delle riflessioni di un paziente in seduta e dello scambio che c’è stato fra me e lui, questo potrebbe essere benissimo un espediente per parlare di riflessioni fatte fra me e me, in un lavoro di autoanalisi, come è nello stile e nella storia di tutti gli psicoanalisti.

“Che rabbia! Ancora una primavera da vivere con i soliti problemi psicologici non risolti.” Soltanto il giorno successivo, in seduta, il paziente si accorse di quanto rivelatore potesse essere questo pensiero, in apparenza così innocente, fatto fra sé e sé mentre si recava in treno al solito luogo di lavoro e vedeva scorrere davanti al finestrino la vegetazione rigogliosa della campagna, illuminata dai raggi di un sole già alto di primo mattino. Dopo questo pensiero, tentò invano di concentrarsi nella lettura. La modalità era quella, disturbante e a lui nota, del “grande filosofo”: una tendenza mentale a catalogare lo scibile e a dominare il testo, piuttosto che leggerlo con sufficiente immedesimazione, cioè coinvolgendosi con il proprio sé reale. Il grande filosofo, infatti, rappresentava una sorta di fastidioso doppio di se stesso, un alter-ego, o meglio un altro sé piuttosto altezzoso e distaccato che ostentava una certa dose di sufficienza nei confronti del mondo della vita in generale (all’interno e all’esterno di sé), in altri termini un falso sé piuttosto improntato ad un atteggiamento difensivo di grandiosità o di onnipotenza che dir si voglia.
Ricordo che, cedendo al desiderio di dargli una comunicazione piuttosto immediata e non intellettualizzata (tanto per non alimentare la voracità di quel grande filosofo), gli risposi raccontandogli la seguente storiella: “C’era un tizio al quale non piacevano i fagioli. Siccome cercava sempre il lato positivo delle cose, un giorno confidò al suo amico il seguente pensiero: meno male che non mi piacciono i fagioli, perché se mi piacessero, alla fine dovrei sicuramente mangiarli!” Il mio paziente rifletté per un lasso di tempo non tanto breve e poi rise divertito. Dovette ammettere che nella mia storiella risuonava qualcosa di familiare per lui e che, anzi, sulle prime non aveva affatto compreso la contraddizione, tanto era forte in lui la tendenza a porsi nella stessa prospettiva distaccata del protagonista della storia.
Spero non sia troppo enigmatico il senso di questo resoconto: io sostengo che una persona che pensa indispettita di non avere ancora liquidato i propri problemi psicologici e li vive come una seccatura, o un intralcio accidentale fra se stessa e il mondo, si sta collocando al di fuori di se stessa (come il tizio che ragiona filosoficamente sui fagioli). Parte implicitamente dal presupposto che esista un approccio alla vita che non passi attraverso il percorso stesso della soluzione di quelle fissità nevrotiche che impediscono la vita, pensa, si potrebbe anche dire, che per gli esseri umani sia possibile fare un salto ed entrare in contatto con il mondo senza essere, prima di tutto, in contatto con se stessi.
Dice Ronald Laing nell’Io diviso: “La persona corporea possiede il senso di essere fatta di carne, di sangue e di ossa, e di essere biologicamente viva e reale e sostanziale; essendo completamente “dentro” il suo corpo, avrà anche il senso della sua continuità nel tempo. Si sentirà soggetta a tutti i pericoli cui va soggetto il suo corpo: lesioni, mutilazioni, malattie, decadimento e morte; e sarà suscettibile ai desideri, ai piaceri e alle frustrazioni del corpo. In tal modo, l’individuo parte dall’esperienza del proprio corpo, ed è su questa base che diventa una persona come le altre.” [1] Invece, la “scissione dell’io dal corpo priva l’io incorporeo della possibilità di partecipare direttamente a qualunque aspetto della vita di questo mondo… L’io incorporeo, semplice osservatore di tutto quello che il corpo fa, non s’impegna direttamente in nulla. Le sue funzioni sono l’osservazione, il controllo e la critica di ciò che il corpo fa e sente, e quelle operazioni che di solito si definiscono puramente mentali.” [2]
Karen Horney individua nella “rinuncia” uno dei tre metodi fondamentali per costruire la nevrosi, cioè la soluzione falsa della propria vita (gli altri due essendo le modalità opposte della remissività e dell’espansione senza limiti del proprio sé): “La manifestazione più immediata del nevrotico che si è astratto dalla propria lotta interiore consiste nel fatto che egli è diventato un semplice spettatore di se stesso e della propria vita[3] ” L’avversione a ogni sforzo, la restrizione dei desideri, il distacco emotivo dagli altri, la chiusura, l’ipersensibilità alle coercizioni e ai legami di ogni genere sono alcune caratteristiche della personalità di chi ha adottato questa particolare soluzione difensiva.
Carl Rogers come Horney considera che la rigidità, intesa come ripetitività e prevedibilità, sia la caratteristica più tipica di ogni tratto nevrotico e ha concepito un continuum che va dall’alienazione più grave all’autenticità della vita piena. Lungo l’arco di questo continuum si possono individuare anche gli stadi del processo terapeutico: “I soggetti non evolvono, grazie alla modificazione terapeutica, da una certa fissità od omeostasi verso una nuova omeostasi… l’aspetto di gran lunga più significativo è il passaggio dalla fissità alla modificabilità, dalla struttura rigida alla fluidità, dalla stasi al processo.” [4] Egli ha descritto in maniera molto penetrante l’estraneità dalla propria esperienza emotiva, l’impossibilità di riconoscere i propri sentimenti e, di conseguenza, di parlare di sé e del proprio mondo interiore. Un “cliente” che si trovi nello stadio in cui predomina questa disposizione psicologica non ha il senso della responsabilità dei propri problemi. Per contro, quando Rogers parla della “vita piena”, la descrive come apertura all’esperienza, fiducia verso le proprie percezioni e in generale verso le risposte del proprio organismo, cioè verso tutte quelle complesse capacità di percezione, di sintesi e di risposta immediata che l’essere umano è capace di esprimere quando sta bene: “Si può esprimere la fluidità presente in questo modo esistenziale di vivere, dicendo che l’immagine di sé e la personalità emergono dall’esperienza, a differenza di quanto avviene abitualmente, quando l’esperienza è sfigurata e distorta per renderla compatibile con l’immagine di sé.” [5]
Anche Ronald D. Fairbairn, Donald W. Winnicott e soprattutto Harry Guntrip (che, fra parentesi, è stato in analisi da entrambi i primi due) hanno riconosciuto nel distacco da se stessi, cioè nella struttura schizoide della personalità, il disturbo psicologico fondamentale. A differenza degli autori precedentemente citati, però, questi non si sono limitati ad un’indagine fenomenologica, per quanto meticolosa ed accurata, della personalità schizoide, ma si sono sforzati di penetrare più a fondo nella concatenazione delle cause intra- e interpersonali e sono approdati a delle spiegazioni assai convincenti. Secondo Guntrip, alla base dell’atteggiamento schizoide c’è un condizionamento molto caratteristico e particolare: chi è schizoide ha associato l’esperienza di essere amato con quella di essere invaso[6] Di conseguenza, vive nella tormentosa alternativa di scegliere fra l’isolamento difensivo, andando incontro all’impoverimento della propria esistenza e alla devitalizzazione del sé, e il rischio di avvicinarsi agli altri, che subito fa nascere in lui l’aspettativa insostenibilmente angosciosa di essere risucchiato e fagocitato: una forma di panico che a volte viene etichettato come fobia sociale.
Per esempio, una mia paziente marcatamente schizoide si innamorava soltanto di uomini molto egoisti, con i quali risultava ogni volta impossibile portare avanti una storia. La ragione è che, paradossalmente, si fidava di più dell’egoismo che dell’altruismo. Quando un uomo manifestava un atteggiamento protettivo, ne rimaneva terrorizzata, perché aveva paura di essere fagocitata. Se andiamo a vedere la storia di questa donna, scopriamo che ha vissuto senza padre, a stretto contatto con una madre che aveva (ed ha) la tendenza costante a sostituirsi a lei, presumendo di conoscere in ogni occasione cosa fosse meglio per lei, e nello stesso tempo, la tendenza a disconoscere nella figlia tutti i gusti, le opinioni e le scelte che fossero diversi dai propri. In particolare, questo atteggiamento di sostituzione, invadente e disempatico, accompagnava ogni offerta di aiuto. Innumerevoli volte nel corso della vita, per sentirsi amata, la paziente ha pagato il prezzo di lasciarsi contemporaneamente invadere, manipolare e distorcere nel senso di sé.
Molti psicoanalisti sono stati manifestamente schizoidi, al punto che Guntrip, comprendendo in primo luogo se stesso, disse una volta per scherzo che la psicoanalisi è una professione di schizoidi per schizoidi. Robert D. Stolorow e Gorge E. Atwood [7] portano l’esempio di C. G. Jung. Nell’autobiografia di Jung Ricordi, sogni e riflessioni [8] si trova una descrizione dettagliata di come, durante gli anni d’infanzia, egli avesse lentamente acquisito la convinzione di essere due persone, o meglio due personalità, che chiamò la numero 1 e la numero 2. La personalità numero 1 era il bambino che i genitori e gli insegnanti conoscevano dall’esterno: quello con difficoltà a scuola, che si sentiva umiliato ogni volta che scopriva una propria inferiorità rispetto ai compagni. Per questa personalità, il mondo esterno aveva la massima importanza. La personalità numero 2, invece, consisteva in un sé interiore nascosto, sconosciuto agli altri, che coltivava segrete fantasie riguardanti i più profondi misteri cosmici.
Nancy McWilliams, a sua volta afferma: “Winnicott, che viene descritto dai biografi in modo da suscitare l’impressione che sia stato profondamente schizoide, ha descritto lo sviluppo del linguaggio con modalità che si possono applicare direttamente al trattamento del paziente schizoide. La sua idea del caregiver che permette al bambino di continuare ad essere e di stare solo, in presenza della madre non potrebbe essere più appropriata. Una ricetta per la terapia degli schizoidi potrebbe essere l’importanza che egli dà ad un ambiente facilitante in cui gli altri non siano oppositivi, ma valorizzino il vero e vitale sé e non sostengano l’accomodamento collusivo alle difese degli altri.” [9]Oltre a ciò, McWilliams si dice convinta che “più di altri, questi pazienti hanno bisogno di fare l’esperienza soggettiva di essere riconosciuti e accettati. La semplice rassicurazione, però, fa sì che si sentano trattati con condiscendenza e l’interpretazione da sola, per quanto accurata possa essere, non arriva a trasmettere che tutto ciò che viene interpretato non è strano e magari è perfino positivo… [per cui] la capacità dell’analista di essere realedi avere difetti, di sbagliare, di essere arrabbiato, insicuro, in conflitto, vivo, eccitato, autentico può essere il cammino più credibile per incoraggiare la persona schizoide ad accettarsi.” [10] Per concludere, mi farò da solo la domanda più importante di tutte: come funziona la psicoterapia? Come si cura il distacco emotivo, un disturbo psicologico così invasivo che può arrivare ad identificarsi quasi totalmente con il modo di essere di una persona e a condizionarne a tal punto l’esistenza, come nel film che abbiamo visto? All’inizio, la psicoanalisi credeva che la terapia consistesse principalmente nel portare a coscienza dei nessi inconsci che condizionavano la psiche a funzionare in una certa maniera. L’analista si manteneva nel ruolo di un osservatore distaccato e indicava al paziente le distorsioni della realtà che la sua mente operava e i motivi inconsci di tali distorsioni. Ma questo metodo non funzionava con disturbi di una certa gravità e certamente non avrebbe funzionato con l’Uomo che non c’era. O, se la terapia funzionava, non era per questo motivo che ciò accadeva. Attualmente quel distacco emotivo dell’analista è considerato come una forma di scientificità antiquata, una caricatura che sopravvive più che altro nell’immaginario delle persone e che i film, curiosamente, continuano spesso a rimandarci, facendo a noi terapeuti una pessima pubblicità. Io credo, infatti, che l’analista debba farsi disponibile ad un intenso coinvolgimento, perché il paziente possa cambiare le strutture che organizzano a priori l’esperienza che egli fa nel rapportarsi a se stesso e agli altri. Secondo la scuola americana di Mount Zion Hospital, per esempio, il paziente mette inevitabilmente a dura prova l’analista, a causa del suo impellente bisogno di smentire determinate convinzioni pregiudizialmente pessimistiche e, di conseguenza, patologiche: per questo motivo, quando si sente sufficientemente al sicuro nella relazione con l’analista, comincia a coinvolgerlo in intense drammatizzazioni, dando per scontate delle cose come il rifiuto, l’abbandono o la ridicolizzazione di sé, allo scopo inconscio di poter fare finalmente un’esperienza diversa e di arrivare a smentire e a smantellare i propri soffocanti paradigmi emotivi. “Il paziente mette alla prova le sue credenze patogene attraverso azioni sperimentali, con un comportamento che, in base a tali credenze, dovrebbe avere un determinato effetto sull’analista; spera tuttavia che tale effetto non si verifichi” [11]. “… il terapeuta non deve essere neutrale, ma deve diventare alleato del paziente nello sforzo di disconfermare le sue credenze patogene e di perseguire i suoi obiettivi. Non deve evitare di utilizzare la rassicurazione o l’autorità in situazioni in cui possono essere d’aiuto. L’interpretazione non è quindi la condizione sine qua non della terapia” [12]. In altri termini, si potrebbe concludere che, per curare il distacco emotivo, l’analista non può restare emotivamente distaccato. Personalmente, ritengo che la condizione ottimale sia quella di un terapeuta che ha sofferto dello stesso male del suo paziente e che ne sia sufficientemente guarito.

Di Alberto Lorenzini
E-mail: alberto.lorenzini3@tin.it

NOTE:

[1] R. D. Laing, L’io diviso, Einaudi 1969, p. 77.

[2] R. D. Laing, L’io diviso, Einaudi 1969, p. 79.

[3] K. Horney, Nevrosi e sviluppo della personalità, Astrolabio 1981, p. 249.

[4] C. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Martinelli 1994, p. 114.

[5] C. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Martinelli 1994, p. 187.

[6] Vedi H. Guntrip, Struttura della personalità e interazione umana, Bollati Boringhieri, 1993.

[7] G. E. Atwood and R. D. Stolorow, Faces in a Cloud. Intersubjectivity in Personality Theory, Jason Aronson inc. Northvale, N. J., 1979.

[8] C. G. Jung, Ricordi, sogni e riflessioni, Il Saggiatore, 1965.

[9] N. McWilliams, Il paziente schizoide, seminario SIPRE, Roma, 21 maggio 2005.

[10] Idem.

[11] J. Weiss, Come funziona la psicoterapia, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 31.

[12] Idem p. 71.

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