Il cinema come immagine della memoria, nella storia del cinema, ovvero come un personaggio può assumere l’identità di un mondo reale e vissuto, depositato nell’esistenza.

Nota introduttiva.

A qualcuno tra gli sparuti lettori di questa rivista annidata tra le pieghe di una testualità web molto più appariscente e attenta alla modernità sembrerà strano, forse anche un po’ bizzarro e démodé veder recensito un film di quarantasei anni fa.

In un mondo di consumo culturale in cui l’unità di misura dirimente si traccia tra vecchio e nuovo, nel senso che al nuovo (anche per l’età, il giovane) viene attribuita ogni positività acritica e attenta più alla tecnica che ad altro, mentre il passato (vecchio) è sinonimo di vuoto, impotenza, snobismo intellettuale.

Il cinema si presta più di ogni altro a questo. Il suo supporto dalle origini più diffuso (la pellicola di celluloide) è minato dalla caratteristica di caducità. Il carattere industriale della produzione filmica ne relega i prodotti alla stregua di merci destinate al consumo. Una volta che si è esaurito il ciclo di consumo la merce non ha più mercato. E infatti le pellicole, una volta chiuso questo ciclo, sono destinate al macero e, se il film non è stato salvato su altro supporto o se una cineteca non ne ha comprato una copia, non si vedrà più.

Mi piace immaginare, ad esempio, Cechov o Svevo (le loro opere) che vanno al macero, perché non più venduti.

Con qualche opera cinematografica è successo.

Negli anni ’90 più di un film è stato salvato dal macero da appassionati che seguivano il camion che trasportava le pellicole fino alla porta dello stabilimento demolitore e compravano dagli autisti, per pochi soldi, una copia del film.

Nessuna nostalgia per un passato che non ritornerà più, ma grande rispetto per una memoria senza la quale il presente potrebbe essere fatto di invasioni colonizzatrici di opere di scarso valore artistico, ottenute con grandi risorse produttive e destinate ad un pubblico con sviluppo mentale men che infantile.

Spinto da questi pensieri senili ho ceduto al desiderio di rivedere e di parlare di “Io la conoscevo bene”, senz’altro preso da commozione nevrotica (un tempo si diceva nevrastenica).

Se anche quest’operazione avesse indotto un timido lettore, ed uno solo, alla curiosità di vedere il film, sarebbe stato un tempo speso bene.

Regia: Antonio Pietrangeli.
Aiuto regista: 
Marcello Ugolini
Soggetto e sceneggiatura: 
Antonio Pietrangeli, Ruggero Maccari, Ettore Scola.
Forografia: 
Armando Nannuzzi.
Montaggio: 
Franco Fraticelli
Musica: 
Piero Piccioni.
Scenografie e costumi: 
Mario Chiari.
Produzione: 
Turi Vasile per Ultra Film, Les Films du Siècle (Parigi), Roxy Film (Monaco di Baviera).
Distribuzione: 
Medusa.
Anno di produzione: 
1965.
Nastro d’argento per la miglior regia, la miglior sceneggiatura e il migliore attore non protagonista (Ugo Tognazzi).

Interpreti e personaggi:
Stefania Sandrelli: Anna Astarelli (doppiata da Manuela Andrei).
Mario Adorf: Bietolone.
Jean-Claude Brialy: Dario.
Joachim Fuersberger: lo scrittore.
Nino Manfredi: Cianfanna.
Enrico Maria Salerno: Roberto.
Ugo Tognazzi: Baggini.
Karin Dor: Barbara.
Franco Fabrizi: Paganelli.
Turi Ferro: il commissario.
Robert Hoffman: Antonio.
Franco Nero: il meccanico.
Veronique Vendell: Elis Stendhal.

io_la_conosevo_bene.jpg Adriana è una ragazza proveniente dalla campagna pistoiese. Ha lasciato il paese natio per cercar fortuna a Roma. La troviamo che prende il sole stesa sulla spiaggia di Ostia. Poi corre ad aprire il negozio di parrucchiera presso cui lavora. Alla sera giunge il proprietario il quale, chiuso il negozio, si siede sul lettino su cui è stesa Adriana, butta via il giornalino che lei sta leggendo e comincia ad accarezzarla, lei non oppone resistenza ma accende la radio.

Adriana lavora poi come maschera in un cinema. Una sera, all’uscita, l’aspettano in macchina due suoi amici in compagnia di una ragazza straniera. I quattro vanni fuori città e, trovato un posto isolato, prima ballano al suono della musica trasmessa dalla radio, poi fanno l’amore.

Nel frattempo Adriana ha conosciuto Cianfanna, un modesto agente pubblicitario, che le propone di essere il suo press-agent e la accompagna da un vecchio giornalista perché pubblichi, a pagamento, sulla rivista da lui diretta, una foto e un articolo su di lei.

Una sera esce a ballare con Dario, un ragazzo incontrato per caso e poi passa la notte con lui in un motel. La mattina la ragazza si sveglia sola: lui se n’è andato senza pagare il conto. Lei, non avendo soldi, è costretta a lasciare il braccialetto che Dario le ha regalato.

Poco dopo Adriana comincia a lavorare per la pubblicità. Con i primi guadagni prende in affitto un appartamento. Cianfanna le procura un impegno per una sfilata di moda in provincia, all’interno di una riunione pugilistica. Al termine l’agente pubblicitario le fissa un appuntamento con un commendatore, ma lei rifiuta. Mentre cammina verso la stazione, è raggiunta da “Bietolone”, il pugile che ha appena perso l’incontro. I due siedono insieme in sala d’attesa e quando l’altoparlante annuncia il treno per Pistoia, Adriana si avvia: va a trovare i genitori. Il breve incontro con i familiari è segnato dalla notizia della morte della sorella.

Torna a Roma. Durante una lezione di recitazione, cade a terra svenuta: si scopre incinta senza sapere chi è il padre. La signora che le ha trovato l’appartamento le procura i mezzi per abortire. E’ poi convocata in commissariato per chiarimenti circa il braccialetto con cui aveva pagato il conto al motel (Dario lo aveva rubato a una ricca signora napoletana).

Gli incontri casuali di Adriana continuano. Dopo essere stata a letto con uno scrittore, conosce in un locale Antonio, un ragazzo della buona borghesia, del quale s’innamora. Costretta a lavorare fuori Roma, per una porticina in un film mitologico, telefona varie colte ad Antonio senza mai riuscire a parlare con lui. Rientrata in città, finisce con Antonio nella camera di un albergo. Dopo aver fatto l’amore, lui le chiede come favore di telefonare alla ragazza della quale è innamorato perché teme che i genitori di lei si insospettiscano sentendo una voce maschile.

A una festa in casa di un press-agent Adriana ottiene un servizio dalla troupe di un telegiornale.

Alla festa è presente, oltre a Cianfanna, anche Roberto, un attore di grido che, avendola notata, la fa invitare a casa sua da Baggini, un vecchio attore di varietà che si è appena esibito in un numero di claquettes. Adriana rifiuta perché vuole che sia Roberto in persona a chiederglielo.

Tornata a casa, accetta invece la corte del timido meccanico del garage.

Qualche giorno dopo si reca al cinema dove lavorava per vedere assieme alle ex colleghe il servizio del cinegiornale girato su di lei, ed è costretta a fuggire quando scopre come sia stata raggirata: alle sue risposte sono state premesse ì, in montaggio, domande “false” che la coprono di ridicolo (come usava fare a suo tempo, nei cinegiornali, Gualtiero Jacopetti).

A casa Adriana è sola. Saled a portarle la posta il giovane figlio del portiere. La ragazza, che sta ascoltando dei dischi, lo invita a ballare, lui accetta, ma poco dopo, turbato, fugge via.

In un locale Adriana rincontra Dario e prima balla con lui, poi fa coppia fissa con un ragazzo americano di colore. I due trascorrono insieme tutta la notte: fanno un giro in motoscafo, scorrazzano in auto per la città, si fermano a mangiare in un bar e aspettano l’alba al giardino zoologico.

Tornata a casa, sola, Adriana non degna di un saluto il meccanico del garage e sale nel suo appartamento: accende il giradischi, mette un po’ in ordine, si toglie la parrucca e si getta dal balcone. (1)

“Il fatto è che le va tutto bene, è sempre contenta, non desidera mia niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente; eppure, povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni. Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni, zero; morale, nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è nemmeno una puttana: Per lei, ieri e domani non desistono. Non vive neanche giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto…prendere il sole, sentire dischi e ballare sono le sue uniche attività…per il resto…è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi, con se stessa mai”.

E’ questo il ritratto che lo scrittore, uno dei tanti incontri di Adriana, traccia di lei. Impietoso il quadro, ma verosimile.

Stefania Sandrelli ricopre il ruolo di un essere creaturale, alla maniera pasoliniana, ma immesso in una società cinica, spregiante e connaturata da una fondamentale falsità. Non è rimasta nell’ambiente naturale, la campagna e la famiglia, perché si sarebbe aspettata, come è capitato alla sorella, una malattia inguaribile, o, come successo al fratello, un disturbo mentale che lo ha confinato nel mondo infantile. Le manca però qualsiasi retroterra culturale per cui i suoi movimenti risultano opachi, maniacali, nevrotici, da fotoromanzo che punta di giorno in giorno verso il vuoto di significato. Il personaggio viene costruito su una leggerezza offerta ad ogni passo, ma non su superficialità. Nessuno sguardo si posa amoroso su questa ragazza ingenua, ma quasi tutti i personaggi maschili si presentano come squallidi profittatori.

E lei, Adriana, vive gli squarci di vita (il film sembra diviso in sequenze a cui si possono dare titoli, come se fosse una serie di quadri del muto), come una moderna Alice degradata nel mondo delle merci.

La trama del film è costruita, nel contenuto, su un viaggio esistenziale straniante della protagonista, che è sempre agita da altri, mai agente di sua iniziativa. Il suicidio è la lucida conclusione di una perdita di se stessa. Nelle ultime sequenze non risponde al meccanico che la saluta e, salita nell’appartamento, si toglie la parrucca, rimanendo sola davanti al vetro della finestra. Quest’ultima immagine è visibile, ma anche offuscata dal gioco di riflesso e di sfuocamento parziale del vetro, subito seguita dall’ultima inquadratura, uno zoom accelerato sul marciapiede sottostante, a significare la caduta del corpo, ma anche l’inquadratura nitida di una vita reale eterodiretta e quindi destinata al vuoto della mancanza di identità.

Psicologicamente Adriana è “un’altra da sé” che si ammanta dell’ambiente per essere, per esistere.

A questo fine importanza fondamentale ha la colonna sonora, costituita per la maggior parte da canzoni d’epoca (prima metà degli anni ’60). Le canzoni sono un rumore di cui la protagonista non sa fare meno, quasi un fiume di suoni che la conducono, la dirigono nella sua mancanza di motore proprio.

Stessa cosa per i vestiti, cambiati ad ogni sequenza, o le acconciature, scelte per ogni occasione, salvo che per l’ultima, che vede lo strappo della parrucca.

Suoni, rumori, oggetti, cose di un mondo di consumo che ha perso la caratteristica della produzione artigiana (così come forse il cinema, nel 1965) per avventurarsi in un mondo privo di valore intrinseco, dove importa vedere e farsi vedere, senza mai arrivare a che cosa è incorporato dietro la superficie delle cose o l’apparenza delle persone.

Adriana vive in tutta apparenza, più penalizzata in quanto donna e usata come tale (come attricetta, come lavorante che però deve anche dare prestazioni sessuali, come compagna insignificante di una notte, come artista da lanciare, ma a cui scucire il denaro per la composizione di un book che costerà più quanto non le ritornerà mai.

Sempre circondata da uomini che si approfitteranno, direttamente o indirettamente, di lei.

E’ un quadro di una giovane donna entrata nel boom, come essere senza qualità, immersa in un mondo molto forte con i deboli come lei, che s’innamora ogni secondo per poi raccogliere i suoi sentimenti ridicolizzati, fino alla prossima volta.

La lunga sequenza della festa in casa del pressagent Paganelli, non per caso ha per protagonisti centrali due attori, uno, Baggini (interpretato da Ugo Tognazzi), ormai in disarmo, in cerca disperata di una parte e l’altro, Roberto (interpretato da Enrico Maria Salerno), l’attore di successo, il divo.

Il primo incarna la fine, la morte del cinema, della commedia all’italiana, del lavoro “artigianale” che ha fatto conoscere a livello internazionale il cinema italiano del dopoguerra, l’altro è l’emblema del nuovo che avanza, impomatato, inseparabile da un’auto status symbol, carogna quanto basta da trasformare il successo in atteggiamenti violenti, determinati dalla vuotezza della persona, una volta priva del personaggio.

Da segnalare l’ultimo viaggio di Adriana in auto (una cinquecento). Questa parte inizia dal strade del centro di Roma per via via avventurarsi lungo la cerchia delle mura, nella prima periferia, fino ad arrivare nell’estremo lembo della città, dove abita la protagonista.

A chi scrive queste brevi note è piaciuto leggerla come una via crucis laica, accompagnata dalla canzone “Toi”, cantata da Gilbert Becaud.

Giovanni Lancellotti
giovannilance(at)fastwebnet.it

  1. La trama, raccontata per esteso, è presa alla lettera da

ANTONIO MARALDI. Pietrangeli. La Nuova Italia. 1991, pagg. 82-83.

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