Paolo Migone
Condirettore della rivista: Psicoterapia e Scienze Umane

Il testo che segue è compreso nella raccolta degli atti del II Congresso Italiano della Associazione Europea della Psicoterapia Centrata sul Cliente e dell’Approccio Centrato sulla Persona “Carl Rogers” /ACP), Arco di Trento, 3-5 maggio 1991, Da persona a persona: qualità della relazione umana nella società che cambia, Tavola rotonda sul tema “Comuni denominatori in psicoterapia”.
E’ stato pubblicato per la prima volta nella “Rivista di Studi Rogersiani – Da Persona a Persona”, nel numero di dicembre 1992.
Ringraziamo l’Istituto per l’Approccio Centrato sulla Persona per l’autorizzazione alla pubblicazione e, personalmente, il Dottor Alberto Zucconi e il Dottor Gianni Sulprizio per la loro gentile collaborazione.

Le problematiche poste dall’approccio rogersiano hanno sempre rappresentato una sfida per tutti gli approcci, compreso quello psicoanalitico. La possibilità che i fattori terapeutici siano proprio quelli tradizionalmente definiti “aspecifici” (come indicato da alcune pionieristiche ricerche rogersiane) rappresenta naturalmente una minaccia per quelle scuole la cui identità poggia proprio su un particolare fattore “specifico”.

La psicoanalisi è un tipico esempio. Ripercorrendo qui criticamente il suo percorso, nella storia della psicoterapia il capitolo della psicoanalisi si aprì quando il suo fondatore, Sigmund Freud, ipotizzò che determinati sintomi isterici potevano essere risolti riportando alla coscienza il ricordo rimosso di eventi traumatici passati; successivamente, dopo l’abbandono della teoria della seduzione, Freud teorizzò che si otteneva una risoluzione più duratura di questi sintomi rielaborando non tramite ipnosi, ma allo stato di veglia tramite le “associazioni libere”, il ricordo di desideri e di fantasie che erano stati rimossi perché in conflitto con altre istanze psichiche. Secondo questa nuova concezione quindi, al posto del trauma “reale” Freud collocò desideri e fantasie, i quali, se non venivano rielaborati e integrati, rimanevano nella psiche come una specie di “corpo estraneo”, producendo i sintomi. Ciò ha portato a privilegiare, nella storia del movimento psicoanalitico, questo aspetto a scapito del rapporto affettivo, fino ad arrivare a quello che è diventato lo stereotipo della tecnica “classica” o “ortodossa”: analista freddo e distaccato, lunghi silenzi per limitare gli interventi soltanto all’interpretazione, ecc. Si è insomma andati verso la tendenziale abolizione delle “impurità” del rapporto emotivo, come se esso fosse foriero soltanto di suggestione, allo scopo di isolare l’interpretazione, fattore terapeutico par excellence della psicoanalisi, e metterla alla prova in quasi un secolo di esperienze cliniche; per vari motivi anche sociologici, quali il bisogno di differenziarsi dalle altre psicoterapie che diventavano sempre più competitive (Migone, 1989), ci si allontanò dalla stessa concezione di Freud, il quale, in varie occasioni, affermò – non bisogna dimenticarlo – che l’insight può avvenire soltanto all’interno di un rapporto facilitante, spingendosi una volta anche a dire che è il transfert positivo, non l’insight intellettuale, “quello che fa pendere l’ago della bilancia” (Freud, 1913; 1916-1917, p. 445).

Sono questi gli sviluppi forse alla radice della crisi attuale della psicoanalisi:ridimensionamento dei risultati terapeutici, diminuzione di pazienti e del numero di sedute settimanali, crisi della sua immagine sociale (dal Nordamerica esportata nel vecchio continente), crisi teorica e possibile viraggio di paradigma (maggiore enfasi alle cosiddette “relazioni oggettuali” a scapito del mondo interiore), riabilitazione di figure precedentemente “scomunicate” quali Ferenczi (che privilegiava l’importanza del rapporto affettivo), Sullivan (che sottolineava il ruolo dei rapporti interpersonali a scapito della “teoria delle pulsioni”), e così via (Eagle, 1992). Ma uno dei più interessanti sviluppi, che si può considerare anch’esso all’interno della teoria delle relazioni oggettuali, è il movimento della “Psicologia del Sé” di Kohut, che è forse la più potente corrente di dissidenza nella psicoanalisi contemporanea. Il movimento kohutiano non casualmente sorse all’interno della tradizione della “scuola di Chicago”, il cui principale esponente fu Alexander, che negli anno 1940, col concetto di “esperienza emozionale correttiva” (Alexander et al., 1946), sfidò la teoria classica della cura (si veda a questo proposito la dura critica di Eissler, del 1950, tutt’ora attuale); a sua volta la scuola di Chicago si può dire che si ricolleghi idealmente alla “scuola ungherese”, cioè a Ferenczi, le cui coraggiose posizioni sull’importanza del rapporto affettivo furono l’occasione della rottura con Freud. Kohut, soprattutto nei suoi ultimi scritti, scelse di rompere ogni compromesso con l’ortodossia, per fondare una nuova psicologia basata su concetti come “empatia”, “Sé”, ecc. Come sottolinea Valeria Vaccari (1992), si può parlare della “scoperta” da parte di Kohut di questi concetti soltanto se si ignorano le precedenti posizioni di Rogers, e ancor prima, della antropo-fenomenologia europea (vedi a questo proposito Migone, 2004). Ad ogni buon conto, e senza entrare approfonditamente nel merito delle posizioni di Kohut, si può dire che a livello sociologico esse furono una reazione di massa ai danni iatrogeni della psicoanalisi classica, la cui tradizione era appunto viva nel Nordamerica (neutralità, anonimità, astinenza, lunghi silenzi, ecc.). Questa specie di deprivazione del rapporto emotivo, di “personectomia”, essendo ovviamente illusoria sia in teoria che in pratica, si è spesso tramutata in un rapporto emozionale negativo tout court, cioè in una frustrazione narcisistica cronica; non è un caso che molte delle analisi kohutiane erano seconde analisi dopo analisi ortodosse fallite. Galli (1988a, 1988b) ha mostrato molto bene come la degenerazione della cosiddetta tecnica “classica” sia avvenuta grazie ad un preciso modo di trasmettere la teoria, dove determinati concetti o interventi (atteggiamento analitico, silenzio dell’analista, neutralità, lettino, ecc.) venivano insegnanti ed utilizzati a prescindere dal contesto teorico in cui erano stati formulati (contesto teorico che nel corso del secolo si è decisamente modificato e frammentato in diverse scuole), in modo tale da innalzare mostruosamente la tecnica al rango di teoria, come se la tecnica, ormai vuota e “sacralizzata”, potesse giustificarsi autonomamente (vedi Migone, 1991a, 1991b, 1994).

Per tornare alle problematiche poste dall’approccio rogersiano, si può dire che esse siano per certi aspetti simili a quelle, del resto sempre esistite in psicoterapia, poste in psicoanalisi da Kohut, che pure postula un’autonoma “tendenza formativa” del Sé, in presenza di un ambiente accettante. Ma a ben vedere, questa concezione della terapia sottende anche una precisa teoria dello sviluppo, che ad esempio Eagle (1991, pag. 40), sulla scorta di Mitchell (1988), non esita a definire “botanica”, nel senso che ricorda la crescita di una pianta alla quale si dia sufficiente luce ed acqua; qui non è in questione il potere esplicativo di questa metafora nel ritrarre alcuni aspetti dello sviluppo infantile e della terapia, ma la sua utilità per comprendere tutta la complessità dell’esperienza umana. Ho la sensazione comunque che neppure il rifiuto di una teoria del deficit in favore di una teoria del conflitto renda regione di questa complessità, e che abbia ragione Eagle (1984, cap. 11) quando auspica un superamento di false dicotomia quali conflitto/deficit o desideri/bisogni, nel senso che si tratta di facce della stessa medaglia.

Ma vorrei stimolare il dibattito ponendo alcune domande sull’approccio rogersiano. Innanzitutto, a livello teorico, dovrebbero essere definiti con precisione quali concetti differenziano qualitativamente l’approccio rogersiano dalla atropo-fenomenologia. Chiarito questo, che ha rilevanza per l’identità di questo approccio, ci si può chiedere, a livello tecnico, perché non dovremmo considerare le condizioni dell’Approccio Centrato sulla Persona (congruenza, considerazione positiva incondizionata, empatia) come ingredienti essenziali di qualunque rapporto terapeutico, e non solo di quello rogersiano. Il fatto che altre tecniche terapeutiche (come la psicoanalisi, il comportamentismo, ecc.) non abbiano sottolineato questi aspetti, potrebbe dipendere da certe distorsioni, come si è visto per la psicoanalisi, o da fenomeni tipici dello sviluppo iniziale di una scuola. Se fornissimo al paziente, sempre all’interno di un clima facilitante (empatia, ecc.), ulteriori strumenti “specifici” (interpretazione, decondizionamento, ecc.), non potrebbe venirne arricchito? In altre parole, siamo sicuri che, oltre agli ingredienti di base dell’approccio rogersiano, al paziente “non possiamo dare di più”?

Dietro a queste domande vi può essere un modo sbagliato di impostare il problema, quello di concepire gli ingredienti dell’approccio rogersiano come “alternativi” o in opposizione ad un approccio che usa, oltre a questi, anche altre tecniche. Questo potrebbe essere un errore uguale e contrario a quello dei freudiani: considerare un intervento specifico come disturbo del clima facilitante. Perché mai offrire empatia dovrebbe impedire di fornire al paziente nuovi strumenti cognitivi? Al contrario, un clima facilitante dovrebbe aumentare l’effetto di altri fattori terapeutici. In che modo, ad esempio, può essere negativo lavorare sul transfert, cioè avanzare al paziente con il giusto tatto l’ipotesi che egli in seduta ripeta comportamenti da lui tenuti verso altre persone significative? E’ possibile qui che la critica rogersiana si basi su una concezione antiquata della psicoanalisi.

Inoltre se vanno elogiate le pionieristiche ricerche rogersiane sui fattori terapeutici, sarebbe giustificato ora procedere ad individuare fattori più “specifici” (questo in fondo mi sembra fece Rogers quando, studiando il “clima facilitante”, arrivò a definire meglio le tre condizioni di “congruenza, considerazione positiva e incondizionata, empatia” [riguardo al complesso problema della ricerca empirica in Rogers, vedi Migone, 2001]). In altre parole, se il movimento rogersiano è stato così anticipatore nel campo della ricerca, non rischia ora di rimanere indietro rispetto ai progressi fatti, ad esempio, dalla ricerca psicoanalitica, tesa a dimostrare non soltanto il ruolo facilitante dell’alleanza terapeutica, ma anche l’efficacia della Interpretazione di transfert? (Luborsky, 1984, 1992; Luborsky et al., 1990).

Dietro a tutte queste domande vi è un problema più generale: l’approccio rogersiano, spesso viene collocato all’interno della psicoterapia “umanistica”, come se gli altri approcci fossero “disumanizzanti”. Non è questo un vecchio cliché, dietro al quale si nasconde anche la vecchia dicotomia tra scienze umane e scienze naturali, usata qui in modo strumentale? (Fornaro, 1991, p. 120). Ritengo che, se si vuole veramente iniziare a confrontarci e ad abbattere una delle tante pretestuose barriere tra scuole, sarebbe meglio concepire un atteggiamento “centrato sulla persona” come base comune di tutte le psicoterapie, dalla quale, in un continuum, si diversificano altri fattori più specifici.

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