Per il ciclo: la patologia nell’amore

Sabato 28 settembre 2019, alle ore 16 nella sede dell’Arsenale 2 (via San Martino 69, Pisa) sarà presentato il film di François Truffaut

Jules e Jim

Conducono l’incontro: Mariangela Bucci, Giovanni Lancellotti e Alberto Lorenzini.

Jules e Jim: libertà e limiti nell’amore

Amore e libertà dovrebbero andare sempre d’accordo – con buona pace del nostro retaggio etico basato sullo sforzo di volontà, cioè su un’idea di coscienza completamente disincarnata, come si potrebbe amare per obbligo e non liberamente? L’amore, soprattutto inteso come innamoramento, corrisponde all’improvvisa apertura di un nuovo orizzonte di senso, alla gioia di vivere, alla sensazione di poter dare vento alle vele: come potrebbe essere diversamente? Eppure l’amore ci può incatenare, piuttosto che aiutarci a essere più autenticamente noi stessi nell’impresa della nostra vita. Come si spiega questo paradosso? Quando e perché l’amore ci rende schiavi?

Penso che le parole costituiscano una fonte inesauribile d’inganno e quando parliamo d’amore intendiamo facilmente intenzioni e obiettivi molto diversi fra loro. Spesso amore significa possesso, aspettative e pretese di ogni genere, accampate più o meno consapevolmente sull’oggetto d’amore, oppure all’opposto abnegazione e sacrificio fino allo smarrimento e alla totale perdita di sé. Forse il denominatore comune a tutte queste patologie nell’amore si può identificare nella perdita del confine fra una persona e l’altra, quella che Winnicott chiamava la violazione dello spazio privato del Sé.

Catherine, con la sua sconfinata necessità di amare, vive come molti noi nell’illusione che l’amore possa riempire un insostenibile senso di vuoto, un senso di mancanza di senso, soprattutto quando la vita, per continuare, dovrebbe prevalentemente circolare fra sé e sé. Forse si aspetta come Rosaspina che un principe possa intervenire per guarirla da una subdola forma di addormentamento dell’anima, dalla quale si sente minacciata ogni volta che s’interrompe il flusso emotivo prodotto da un’intensa relazione d’amore.

Ma di cosa stiamo parlando, di quale forma di patologia dell’amore, visto che ci sembra di conoscerla così bene eppure di faticare così tanto nel tentativo di definirla più chiaramente, al punto che io stesso vado a cercare aiuto in una fiaba, piuttosto che nella scienza?

Catherine sperimenta una mancanza di vita fra sé e sé e vorrebbe colmarla con l’amore: si aggrappa a questa unica e disperata soluzione e non ha scelta. In questo caso, però, io non vedo nessuna libertà che si accompagni all’amore. Catherine, in cerca della medicina necessaria per sentire scorrere dentro di sé il flusso della vita, decide di sorpassare alcuni limiti che ci sono stati imposti dalla tradizione e di amare contemporaneamente più uomini: sarebbe questa l’esagerata libertà dell’amore che scandalizzò la coscienza dei benpensanti, al punto che il film rischiò pesanti censure nel momento della sua prima uscita? Vedete come ci si inganna facilmente con le parole? Il film non mostra affatto un amore troppo libero, ma al contrario dei pesanti limiti interiori che impediscono all’amore di scorrere più liberamente.

Il vuoto interiore di Catherine mi fa pensare a due termini contrapposti, che potrebbero anche essere i due estremi di un continuum, se vogliamo ragionare in una prospettiva di salute mentale – o esistenziale: “mancanza di sé” e “pienezza di sé”. Sicuramente l’amore ha a che fare con il secondo dei due, piuttosto che con il primo: con l’abbondanza, anzi con la sovrabbondanza, piuttosto che la mancanza.

Ma ecco che tutto gira intorno al mistero rappresentato nella parola di due lettere che la psicoterapia ha spesso collocato al centro della propria riflessione: il Sé. Il mistero consiste nel fatto che la psicologia è capace di descrivere con molta accuratezza tutti i tentativi di falsificazione di sé che gli esseri umani operano per un’infinità di secondi fini, il cosiddetto “falso Sé”, ma curiosamente sa dire molto del vero Sé, altro che consiste nella nostra spontaneità, o nella nostra autenticità. Ma questi concetti, a loro volta, non sono affatto esenti da ambiguità e non ci lasciano del tutto soddisfatti.

Solo recentemente ho l’impressione di avere risolto il mistero, risolvendo contemporaneamente un secondo enigma, quello rappresentato dalla provocatoria asserzione buddhista che il Sé non esiste affatto. La convinzione cui sono giunto è che il Sé esiste, ma non è una cosa. Non è né il nostro corpo, né il nostro cervello, né il nostro inconscio e nemmeno la nostra storia personale. Bisogna mettersi in una prospettiva ecologica per capire cosa sia per davvero il Sé, perché esso consiste nel dialogo che il nostro corpo, cervello, inconscio e storia personale intrattengono con il proprio mondo: né più, né meno. Per questo il maestro zen dice: «Colline e fiumi, terra, piante ed alberi, tegole e pietre, tutte queste cose sono l’elemento originario del sé»[1].

Lo zen, una pratica buddhista che ha guadagnato una certa notorietà anche in Occidente, è intenzionalmente paradossale nel suo stile comunicativo, perché vuole produrre un capovolgimento nella percezione del reale: quello che oggi possiamo più scientificamente definire come il passaggio da una prospettiva di oggettivazione cartesiana a una prospettiva ecologica del pensiero. Proprio questo capovolgimento copernicano è la soluzione che ci consente di uscire da un’infinità di equivoci, alla fine anche quello di scambiare la schiavitù in amore per troppa libertà, come dire la chiave per comprendere il dramma di Catherine e della Catherine che abita dentro tutti noi.

Non soltanto i maestri zen sono arrivati a questa forma d’illuminazione, cioè a comprendere che il vero Sé non abita dentro alla testa ma tutto intorno, o meglio nella relazione con ciò che abbiamo intorno, ma già altre volte, in tradizioni culturali lontane e diverse, si era già affacciata la stessa fondamentale intuizione. Per esempio, il maestro di Castaneda, Don Juan Matus, parlava dell’arte di “vedere” come della sua più grande passione: si trattava di vedere tutta un’altra realtà, attraverso e oltre la nostra solita percezione appiattita delle cose. Con la loro capacità di “vedere”, Juan e i suoi amici si dilettavano del percepire in ogni forma particolare tutta la grandiosa complessità del reale che ci circonda e di godere di un senso di profonda ammirazione e di meraviglia di fronte allo spettacolo inesauribile dell’essere. Al di là del capovolgimento copernicano operato dalla prospettiva ecologica nella studio della coscienza, penso che l’amore, nella sua essenza, abbia che fare con un barlume d’intuizione molto simile allo zen e al “vedere” degli stregoni indo americani: lungi dal chiuderci nelle angustie della gelosia e del possesso, l’amore ci consente di aprirci e di abbracciare l’infinito quando abbracciamo il nostro oggetto d’amore. Tutto il resto, possesso, gelosia e pretese d’ogni genere, per quanto possa prevalere e dominare la scena, appartiene di buon diritto al ciclo della patologia nell’amore.
 

[1] Tratto dal Mucho mondo [Domande e risposte in un sogno] di Muso Kokushi, citato da Nishitani in La religione e il nulla, traduzione italiana Città Nuova.
 
Alberto Lorenzini
alberto.lorenzini@gmail.com>
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