“Turista per caso”, o come sarebbe più corretto tradurre “Turista controvoglia”, è l’ultimo film di questo ciclo, dopo “L’uomo che non c’era” e “Un cuore in inverno”, il cui filo conduttore è il blocco emotivo.
Il tema di “Turista per caso” riguarda il lutto come reazione alla morte del figlio dodicenne, così come viene vissuto e gestito dal protagonista Macon, dalla moglie Sara (dal cane Edward) e dal contesto famigliare e sociale che ci viene proposto. Fratelli/sorella, datore di lavoro, Muriel, “addestratrice di cani, in particolare di quelli che mordono”, come lei stessa precisa.
Guardando questo film mi sono soffermata sia sulle relazioni individuali, in particolare del protagonista Macon, sia sull’aspetto relazionale nell’ambito del sistema familiare.
Mi sono chiesta: cosa succede a Macon, cosa succede alla famiglia? Come reagiscono ad una perdita avvenuta in circostanze violente? (Il figlio di Macon e Sarah è stato ucciso accidentalmente, mentre si trovava in un supermercato, da un rapinatore, anche qui per caso).
I riferimenti teorici di cui mi sono avvalsa sono Freud, in particolare il suo scritto del 1917 “Lutto e melanconia” e Andolfi e D’Elia “Le perdite e le risorse della famiglia”, 2007, per quanto riguarda la teoria sistemico relazionale.
Freud confronta il lutto e la melanconia, ritenendo tale confronto giustificato dal quadro d’insieme dei due stati, afferma inoltre che anche le loro cause, derivanti dalle influenze dell’ambiente, sono le stesse. Il lutto è la reazione alla perdita di una persona amata o alla perdita della patria, della libertà ecc… La stessa situazione produce, in alcuni individui in cui sospettiamo una disposizione patologica, la malinconia, invece del lutto.
Il lutto è caratterizzato da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell’interesse per il mondo esterno, che diventa caotico e potenzialmente pericoloso: la realtà costruita e partecipata con la persona scomparsa non ha più valore, nel momento in cui questo “altro” non esiste più.
Il lutto comporta inoltre la perdita della capacità di scegliere un qualsiasi nuovo oggetto d’amore (che significherebbe rimpiazzare il defunto). Il rimpiazzo mancato in “Turista per caso” è il figlio di Muriel. La situazione luttuosa produce nelle persone colpite l’avversione per ogni attività che non si ponga in rapporto con la memoria della persona scomparsa. Le persone colpite dal lutto continuano ad agire come se la persona morta fosse ancora viva. Ad esempio continuano ad apparecchiare la tavola allo stesso modo, aspettano l’altro, pensano di parlare e vedere la persona scomparsa.
Questo significa che non è possibile disinvestire le nostre energie lipidiche da un oggetto-persona amata con rapidità, anche se l’esame di realtà lo richiede.
Possiamo parlare di inibizione e limitazione dell’Io, che si esprime con una dedizione esclusiva al lutto, non lasciando spazio ad altri propositi.
Freud sottolinea come tutto questo non rappresenti un quadro patologico, ma uno stato normale, così come è normale lo stato d’animo del lutto, il dolore. Sempre secondo Freud sarebbe inopportuna, se non dannosa, qualsiasi interferenza di ordine medico, perché il lutto verrà superato, dopo un certo periodo di tempo. Detto in altri termini, occorre un certo lasso di tempo affinché l’imperativo dell’esame di realtà, cioè che l’altro non c’è più, possa imporsi in tutto.
Questo passaggio, nel film, è rappresentato dalle ultime sequenze, come l’abbandono della valigia da parte di Macon e il saluto del bambino francese “Au revoir, Monsieur”.
Questa opera di distacco naturalmente procede in modo lento e graduale, con frequenti ricadute, ma alla fine significa che l’Io della persona in lutto può di nuovo disporre delle sue energie lipidiche, liberate dall’oggetto perduto e reinvestirle in nuove attività,in nuovi legami.
Quando è che il lutto può essere considerato patologico?
Anche qui Freud ci viene in soccorso, affermando che la perdita dell’oggetto d’amore diventa un’ottima occasione per far valere e mettere in rilievo l’ambivalenza, insita nella relazione amorosa. Il conflitto, dovuto all’ambivalenza, costringe il lutto ad esprimersi e manifestarsi sotto forma di autorimproveri, secondo i quali il soggetto è responsabile della perdita dell’oggetto d’amore.
Detto in altre parole, parliamo del senso di colpa. Detto in altre parole, parliamo del senso di colpa come forma di aggressività che la persona rivolge verso se stessa (“se avessi fatto, se me ne fossi accorto prima, se non lo avessi lasciato andare”).
Il soggetto che ha patito un lutto rivolge verso se stesso l’aggressività, non potendosela prendere col il morto, che l’ha abbandonato. Nel personaggio filmico di Macon troviamo frequenti tratti di questo aspetto. La scena in cui Macon fa ritorno nella famiglia di origine ci permette di chiederci che cosa succede da un punto di vista sistemico. La prima questione che mi ha colpita (e che il libro di Andolfi e D’Elia pone) è “ma esiste il lutto nella famiglia?”.
Che tipo di transazioni, di relazioni, di emozioni circolano e si scambiano, si organizzano e si disorganizzano, nei componenti di una famiglia che ha conosciuto la perdita di un suo membro? La morte in famiglia comporta molteplici perdite: della persona morta, dei ruoli, dell’unità familiare, delle speranze e delle raffigurazioni del futuro.
La morte dunque rappresenta un evento cruciale, sia nella storia di ciascuno membro, sia nell’insieme del microcosmo familiare. E’ uno scacco esistenziale, un arresto del tempo evolutivo della famiglia e della sua continuità intergenerazionale.
Le reazioni alle perdite possono essere molteplici: dal diniego (nel film espresso dalla battuta di Sarah, riferita al cane “aspetta ancora il ritorno di nostro figlio”) all’evitamento, implicitamente condiviso dai due coniugi, o alla triangolazione del morto, che permette alla famiglia di compattarsi intorno ad un “eroe”. Il successo o il fallimento del riequilibrio del sistema dipendono dalla qualità dell’organizzazione familiare, dalla sua flessibilità o rigidità, dal livello di coesione dei suoi componenti, all’interno ed all’esterno della famiglia, dal ruolo e dalla funzione della persona morta, dalle circostanze della morte. Il processo del lutto si arresta laddove è assente una consapevolezza del dolore e la possibilità che esso venga messo in circolazione, ovvero condiviso con persone che esercitino un efficace funzione consolatoria.
In “Turista per caso” tutto questo viene espresso da battute del tipo “Resisto, cerco di controllare le mie emozioni, cerco di vivere senza scosse” (Macon), “Quando lui è morto ho avuto bisogno di te per confortarmi” e “Devo cercare di rifarmi una vita e la mia sola speranza è andare via di qui, senza di te” (Sarah).
La capacità comunicativa, rispetto alla profondità del dolore, può essere una risorsa familiare in grado di assicurare a tutti i membri la possibilità di confrontarsi con il lutto di ciascuno.
Quando questa viene meno, si manifestano modalità di esitamento (il colpo è incassato), di coperture reciproche e complici (ad esempio il silenzio sull’argomento), che sono al servizio di nodi personali e familiari preesistenti. Così appare impossibile procedere ed evolversi senza dimenticare e senza paralizzarsi.
Nel film corrisponde a “tutto sembra essere uguale a sempre”, tranne l’inquietudine del cane.
Se un sistema comunicativo è chiuso, un individuo in coppia non è libero di comunicare pensieri, sentimenti e fantasie, a causa della dipendenza emotiva dall’altro: si tratta di un riflesso automatico di difesa del Sé dall’ansia trasmessa dall’altra persona, che limita le capacità di condivisione all’interno della relazione a due.
I teorici della famiglia ci dicono che in genere le famiglie non richiedono aiuto nelle situazioni acute, ma quando uno dei membri esprime sintomi vari e polimorfici, somatici, comportamentali e relazionali, come effetto del blocco emotivo che si genera.
Nel film accadde che si rompe l’equilibrio nella coppia, nonostante i tentativi di Macon: “Che ne dici di avere un altro figlio?”, a cui Sarah risponde “Macon, lo sai che ti amo, ma non ce la faccio più a vivere con te, voglio il divorzio”. Sarah se ne va (movimento centrifugo)ad elaborare il proprio lutto fuori della famiglia.

Macon, in un primo momento, fa ritorno nella famiglia di origine (movimento centripeto), in cui nulla cambia e che lui stesso definisce “gabbia mentale”, dove tutte le energie sono convogliate al mantenimento di una rigida omeostasi. Nessuno cresce e si evolve, nonostante la maggiore età dei suoi componenti.
L’unica che tenta un’uscita è Rose, sorella di Macon (vedi scena del tacchino), che sposa Julien (datore di lavoro di Macon), il quale però, alla fine, viene anche lui assorbito dalla “gabbia mentale”.
Macon, nella parte finale del film, riconosce che ha avuto ed ha bisogno di Muriel, di “quella strana donna”, che ha avuto il merito di averlo aiutato a capire chi è (“Quello che conta è quello che riesci ad essere quando sei con qualcuno”).
In uno degli scambi di battute finali Macon dice “L’errore è stato non il tentare di stare ancora insieme, ma il pianificare tutto. Le cose capitano”. Ciò può essere considerato come l’espressione di sblocco del suo mondo interno e contemporaneamente il dispiegarsi della verità.
La capacità di affrontare e superare il dolore della perdita e della separazione presuppone che ciascuno dei membri sia in grado di riconoscere il proprio dolore.

Di Barbara Siniscalco.


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