Già nel titolo che abbiamo deciso di dare a questo incontro è presente l’ambivalenza che anima i personaggi principali del film Stéphane e Camille. C’è l’apatia ma c’è anche la parola cuore che come poche altre ci riconduce ai sentimenti, alle emozioni. Un’altra fondamentale ambivalenza è che leggerò il film cercando la spiegazione psicologica del personaggio ma facendo questo farò un’operazione diversa da quella che farei nel mio studio con una persona che si presentasse con un racconto e dei vissuti simili a quelli del personaggio Stéphane. Un’altra ambivalenza riguarda la notevole differenza che ravviso tra il personaggio e una persona vera , di carne e sangue, con le problematiche di Stéphane e di questo parlerò in un secondo tempo. E forse altre ce ne saranno mano a mano che analizzerò questo bel film di Claude Sautet.
Il mio intervento sarà centrato su Stéphane, e solo in modo marginale su Camille, in quanto il “cuore in inverno” è quello di Stéphane.
Come spettatrice sicuramente interpreterò, nel senso che leggerò secondo il mio personale sentire, molti atteggiamenti, comportamenti di cui non posso chiedere conferma al personaggio e dovrò quindi affidarmi a quello che a me sembra che sia, cosa che mai avviene nell’ambito del colloquio terapeutico secondo il mio approccio di riferimento che è l’Approccio Centrato sulla Persona. Come psicoterapeuta quando decido di rimandare al Cliente il mio punto di vista non è mai un opinione che non prevede una replica, anzi è una proposta di confronto.
La stessa libertà di lettura-interpretazione appartiene a tutti coloro che guarderanno questo film e, quindi, immagino che potremo dissentire su uno o più punti.
La mia personale lettura di questo film parte dal titolo: ” Un cuore in inverno”, perché questo titolo e non un altro? A me sembra dire che i sentimenti, le emozioni, ci sono ma sono in letargo, in attesa di una primavera che sembra non arrivare mai o che fa qualche timido accenno di presentarsi per poi tornare al freddo dell’inverno.
Ci sono tante emozioni e sentimenti nel film ma molto raramente vengono riconosciuti da Stéphane come propri. Camille sembra disponibile a farsi addirittura trascinare da sentimenti forti vissuti come ingovernabili ma poi preferisce tornare a sentimenti più pacati e, quindi, meno destabilizzanti.
Il film inizia con una scena di familiarità, due colleghi sono a pranzo e uno dei due dice all’altro di essersi innamorato di una donna. Nel corso del film la donna in questione arriverà a provare sentimenti forti, ineludibili, per il collega-amico del suo compagno, La parola “amico” sarà oggetto di discussione e sarà uno degli spunti che permetteranno al personaggio Stéphane di caratterizzarsi e che, allo stesso tempo, ci aiuterà ad esemplificare alcuni aspetti del ” distacco emotivo”.
Stéphane, infatti, dichiara a Camille di non considerare Maxime un amico ma solo un socio. Le sue parole sono contraddette da una serie di comportamenti che mostrano come Stéphane, in realtà, si relazioni con Maxime sulla base di un’amicizia di cui, però, sembra non riconoscere la qualità emotiva. A livello di pensiero sa qualcosa, a livello di emozioni vive qualcosa di diverso che non viene riconosciuto dalla sua mente. Questo è uno degli esempi di “distacco emotivo” che il personaggio ci offre.
Intorno a questo triangolo composto da Stéphane. l’amico, Maxime, il compagno e Camille , la musicista amata da Maxime, ruotano altri personaggi ognuno caratterizzato in modo molto efficace dal punto di vista psicologico: l’anziano maestro di violino, la sua governante-convivente, l’amica di Camille, Règine, e un’amica di Stéphane, Hélène, che forse ha già cercato, invano, di scaldare il cuore in inverno di Stèphane e di farlo uscire dal suo letargo. E ci sono personaggi di contorno ognuno dei quali è lì, come sempre nelle opere di valore, con un preciso scopo di significato. I bambini , per esempio, che hanno l’importante funzione di farci vedere come Stéphane si relaziona con loro, come se li percepisse meno minacciosi degli adulti e si potesse, quindi, permettere di vivere nel rapporto con loro, seppure fugace, una maggiore intensità emotiva e il suo apprendista con cui sembra avere instaurato una relazione di tipo paterno.
Film, quindi, che per parlare di un’assenza di sentimenti ci fa vedere personaggi animati da molte emozioni e sentimenti.

Come ho già accennato, vi parlerò del processo terapeutico secondo Rogers e cercherò di collegarlo all’esperienza del personaggio, non persona, Stéphane nel film “Un cuore in inverno”. Il riferimento principale sarà alla componente del processo terapeutico che Rogers pone come prima non solo per ordine ma per importanza: la relazione con i sentimenti.
Carl Rogers, nella ricerca di rendere il più possibile scientifico il lavoro dello psicoterapeuta, ha ipotizzato che nel corso di una psicoterapia avvenga un processo di cambiamento che tocca alcuni punti fondamentali della personalità dell’individuo.
Rogers ipotizza un processo diviso in sette stadi ma precisa subito che ce ne potrebbero essere cinquanta e che il numero è solo indicativo della possibilità di mostrare dei punti di passaggio che costituiscono l’evoluzione del processo di crescita-cambiamento dell’individuo e che portano dalla rigidità alla flessibilità. Secondo Rogers, infatti, la persona sofferente parte da una situazione di grande rigidità relativa ai parametri che ora illustrerò per acquisire una flessibilità e ricchezza negli stessi parametri che confluiscono in quella che Rogers definisce “la vita piena”.
La “vita piena” non è una vita senza problemi, è una vita in cui l’individuo ha acquisito la capacità di usare la propria consapevolezza come bussola per vivere la propria vita in contatto con la propria esperienza interiore. Una tale persona ha imparato a fidarsi della sua capacità di affrontare nel modo migliore i problemi che gli si presentano.
I parametri che Rogers utilizza per la valutazione del processo terapeutico sono i seguenti.
1)La relazione della persona con i propri sentimenti che possiamo definire come un aspetto dell’esperienza che porta in sé una tonalità emotiva ed un significato percepito dal soggetto; 2)il grado di disaccordo interno detto anche incongruenza ,”l’incongruenza è la discrepanza esistente fra quanto il soggetto prova e quanto rappresenta nella sua coscienza o nella sua comunicazione”;3) il modo di sperimentare (experiencing) che è legato sia ai sentimenti che ai significati personale ” è il dato sentito immediatamente che è implicitamente significativo, si tratta dell’esperienza attuale soggettiva, è una corrente continua di sentimenti con alcuni, pochi, contenuti espliciti; 4) il modo con cui si costruisce l’esperienza vale a dire i costrutti con i quali il soggetto costruisce l’esperienza che possono essere pensati come dati di fatto all’estremo rigido del processo e possono, invece, essere essere dotati di un certo significato che è sempre modificabile alla luce dell’esperienza nella fase matura del processo di crescita; 5)il modo di porsi davanti ai problemi , 6)la modalità delle relazioni interpersonali e, infine,7) la comunicazione del sé che all’estremo rigido viene evitata dal soggetto fino ad arrivare ad essere non più un oggetto percepito ma qualche cosa di avvertito con fiducia che permette una coscienza ricca e mutevole dell’esperienza intrapersonale.
Rogers dice che stando alla sua esperienza, difficilmente una persona che è al primo stadio del processo terapeutico richiede una psicoterapia. Può arrivare nel nostro studio, come tutti noi che svolgiamo questa professione sappiamo, qualcuno a questo stadio ma sono persone che sono state inviate da un familiare, da un medico, da qualcuno che nella relazione e nell’osservazione ha visto, ha sentito, che ci sono dei problemi, delle difficoltà che la persona dovrebbe affrontare; sappiamo che sono persone che difficilmente resteranno in terapia proprio perché , anche se stanno male e vivono male, sembrano inconsapevoli di questa loro sofferenza e del loro ruolo rispetto alla propria sofferenza. Al secondo stadio del processo terapeutico incomincia ad apparire qualche sentimento descritto come un fatto passato e che, comunque , non è riferito al Sé. Il Cliente, anche quando parla di sé, fa affermazioni contraddittorie e parla di sé come un oggetto, è sempre molto distaccato da quanto prova, intellettualizza il malessere per tenere a distanza la propria esperienza attuale, i costrutti sono ancora molto rigidi e valutati come dati di realtà, non c’è coscienza che sono il proprio modo di guardare la realtà; i problemi sono avvertiti come esterni al Sé e non si avverte né il desiderio né la responsabilità di modificarsi; le relazioni interpersonali intime sono vissute come pericolose e anche quando ci sono argomenti che sembrano essere in relazione con il Sé vengono trattati come estranei al Sé.
Rogers dichiara di non sapere come sia possibile facilitare un cliente a passare al terzo stadio del processo terapeutico che è lo stadio in cui inizia il contatto con la realtà dei propri sentimenti, seppure riferiti ad eventi lontani dal qui ed ora. Il terzo stadio è il momento in cui il Cliente riconosce la contraddittorietà di alcune sue affermazioni ed è pronto a valutarne l’ambivalenza ed in cui inizia la descrizione di quello che si prova seppure con modalità comunicative ancora permeate da un certo bisogno di tenere a distanza la propria esperienza emotiva.
Il distacco emotivo, quindi, sembra essere il principale parametro che ci permette di valutare il malessere di una persona.
Quando il Cliente è nello stadio tre del processo terapeutico inizia a riconoscere alcuni costrutti come tali e non più come dati di realtà, quindi inizia l’assunzione di responsabilità rispetto al proprio modo di percepire le esperienze, di affrontare i propri problemi e di entrare in relazione con gli altri.
Nel corso della terapia, continuando a creare un clima di profonda accettazione e sospensione del giudizio, utilizzando il potente strumento dell’empatia per promuovere l’acquisizione di consapevolezza di sé del cliente ed utilizzando la propria congruenza e capacità di trasparenza, si promuove la capacità del cliente di acquisire fiducia innanzitutto nella propria capacità di percepire, dare un nome ed un valore alle proprie esperienze per potere scegliere consapevolmente quale direzione dare alla propria vita.
Il cuore dell’approccio è proprio quello di restituire, attraverso la terapia, la capacità di contatto con la propria esperienza emotiva perché, dice Rogers, “è l’emozione che guida l’azione” con ciò intendendo che solo una consapevolezza emotiva fedele al proprio vissuto ci permetterà di dare significato, il significato reale, alle nostre azioni. Il settimo ed ultimo stadio, quello che il cliente coltiverà per tutto il resto della sua vita, è lo stadio in cui vengono sperimentati molti sentimenti nuovi perché nulla viene più negato alla propria coscienza. L’incongruenza, quando si ripresenta, è minima e temporanea perché la persona è in grado di vivere nel processo della sua esperienza. L’esperienza vissuta acquista la qualità dell’immediatezza e la persona sente e dà nome a quello che davvero prova; l’esperienza acquista la qualità della provvisorietà perché si è in grado di vivere con fiducia il significato delle proprie esperienze e, allo stesso tempo, si è disponibili a verificarle sulla base di nuove esperienze; la parola problema non è particolarmente significativa e quello che conta è l’esperienza che la persona ne fa; il cliente può quindi vivere apertamente e liberamente sia la relazione con il terapeuta che con gli altri sulla base di quello che egli sperimenta direttamente nella relazione. Infine, vi è una coscienza ricca e mutevole della esperienza intrapersonale.

Nella visione del film, il dato che mi ha maggiormente colpita è la differenza tra il personaggio e le persone che incontriamo nel setting di psicoterapia. Le persone somigliano molto di più, nel loro processo, a quello che Rogers descrive mentre Stéphane presenta delle peculiarità che sono il frutto della fantasia dello script.writer e del regista.
Stéphane è un cuore in inverno, soprattutto all’inizio del film, che sembra pienamente corrispondere a quello che Rogers chiama il primo stadio del processo terapeutico eppure, sin dall’inizio, sembra animato da sentimenti nella relazione con Maxime, il suo socio, quando gli rimprovera di avere aspettato mesi per parlargli del suo amore per Camille. Inoltre, molto più avanti nel film, lì dove Camille gli parla del suo rapporto con Régine, Stéphane sembra dotato di una grande capacità di empatia che gli permette di comprendere molto accuratamente i sentimenti ed il vissuto di Camille. Nella realtà, le persone che sono così poco in contatto con il proprio vissuto emotivo non sono in grado di avere tanta capacità di comprensione dei sentimenti degli altri, la chiusura emotiva non è selettiva ma pervasiva, è come una lingua straniera che non si sa né parlare né comprendere. C’è, invece, una frase che Stéphane pronuncia dopo la “dichiarazione” di Camille e che sembra ricca di consapevolezza quando le dice che i sentimenti di cui lei parla non esistono, non li prova, sono, anzi, sentimenti ai quali lui non ha accesso. In termini terapeutici, in questa frase c’è un passaggio da un primo-secondo stadio a un quarto stadio con una rapidità rispetto agli eventi che raramente troviamo nella realtà ma che sembra essere coerente con lo svolgimento della trama che porta Stéphane in un terreno dove da solo non avrebbe scelto di andare, il terreno dei sentimenti.
Nel film è molto bene esemplificata l’incongruenza del personaggio Stéphane. Il primo esempio che ne riceviamo è quando Camille gli rimprovera il suo sorrisetto stereotipato, incongruente con il contenuto della comunicazione dell’altro. Questo episodio filmico attirerà più e più volte, nel corso della proiezione, la nostra attenzione e arriveremo a pensare che quando i sentimenti potrebbero in qualche misura colpirlo, Stéphane inalbera il suo sorrisetto a mo’ di facciata su cui fare infrangere il rischio di essere toccato da quei sentimenti. Un altro esempio significativo della incongruenza di Stéphane lo troviamo nella scena dell’appartamento. Maxime lo porta a visitare l’appartamento che sta ristrutturando per sé e per Camille e Stéphane ha una sorta di mancamento. Noi, gli spettatori-osservatori vediamo il suo turbamento, lo attribuiamo ai sentimenti che lui prova per Camille ed alle conseguenti emozioni che la vista di quell’appartamento suscitano in lui ma questi sentimenti non sono disponibili alla coscienza di Stéphane che percepisce un dato incongruo rispetto ad essi e che traduce con un leggero malessere.
Un altro esempio interessante rispetto alla teoria rogersiana, e in particolare rispetto alle emozioni, è il rapporto di Stèphane con i bambini. Se quella che Rogers chiama la tendenza attualizzante negli esseri umani e in tutti gli esseri viventi è davvero così forte da essere presente anche negli organismi in maggiore difficoltà e tende a guidare in modo sano gli esseri viventi, ecco che il rapporto con i bambini sembra essere l’occasione che Stéphane coglie per “sentire”. Sembra che i bambini non lo minaccino ed ecco quindi che si può permettere di osservarli con interesse o, addirittura, di farsi permeare dalla tenerezza come avviene nella scena della piccola violinista che gli porta il suo strumento perché lui lo ripari.
Di Stéphane bambino non sappiamo molto ma quello che sappiamo attraverso il film è fortemente evocativo: Stéphane studiava violino, ha smesso perché non si sentiva all’altezza delle sue aspettative, come se il suo Sé ideale , fortemente divaricato rispetto alla percezione del Sé, lo avesse portato alla rinuncia. Stéphane adulto sembra continuare a vivere allo stesso modo il divario tra il Sé ideale e la percezione del Sé. Una persona che lo conosce da molto tempo, e di cui lui sembra fidarsi come di nessun altro, la persona che, in un’altra scena, Stéphane stesso definirà ” l’unica persona che, per molto tempo, ho pensato di amare”, il vecchio maestro di violino, gli dice che forse ha rifiutato Camille perché non si è sentito alla sua altezza. Eppure nel film appare chiaro il valore di Stéphane.
La distanza tra il Sé ideale e il Sé percepito sono secondo Rogers una delle cause della sofferenza psichica e del conseguente necessario bisogno di irrigidirsi; più la percezione del Sé viene vissuta come minacciosa più la persona si irrigidirà per cercare di non confrontarsi con la sofferenza che questo provoca. Il distacco emotivo è una delle difese che vengono utilizzate per riparasi dalla sofferenza. Sappiamo bene che le difese, per quanto legittime e finalizzate alla salvaguardia dell’organismo, se diventano pervasive, come nel caso di Stéphane, sono un grave ostacolo alla realizzazione del Sé.
Un altro episodio rivelatore lo abbiamo quando Stéphane dice che i suoi fratelli, da bambini, pensavano che lui fosse ipocrita e bugiardo. Questo è uno degli aspetti drammatici delle persone che hanno “il cuore in inverno”: non essendo consapevoli dei loro reali sentimenti e non essendo, di conseguenza, in grado di comunicare il loro vero sé, spesso sono oggetto delle interpretazioni degli altri che altro non possono che fare delle ipotesi. “Bugiardo e ipocrita” sono delle interpretazioni nel senso che questo è quello che i fratelli vedevano di lui ma non è detto che fosse la verità del vissuto di Stéphane.
Molto altro si potrebbe dire, questo film è emozionante, avvincente, stimolante. Dobbiamo, però, fare i conti con la realtà ed accettare che difficilmente possiamo essere esaustivi. Prima di chiudere desidero evidenziare le scene che riguardano il tema dell’eutanasia he viene con coraggio affrontato in questo film. Senza volere esprimere giudizi di valore sull’eutanasia, questo non è né il luogo né l’occasione per farlo, vorrei rimandarvi la mia visione del gesto di Stéphane. Egli compie un gesto di amore accogliendo la richiesta del suo vecchio ed amato maestro e lo compie dimostrando una grande capacità di intimità, non perdendo mai il contatto oculare, ed assumendosi in pieno la responsabilità della sua scelta. Verrebbe da attribuirgli un settimo stadio del processo terapeutico a testimonianza che la consapevolezza dei propri sentimenti e l’assunzione di responsabilità della propria vita possono non essere sinonimo di scelte facili.
Per concludere, ecco che l’ultimo colloquio, in ordine di tempo, con Camille ci lascia sospesi. Non vediamo come reagisce al suo bacio.
A volte la sospensione può lasciare aperto il cuore alla speranza, in questo caso la speranza è che Stéphane non continui, per usare le sue stesse parole, a “concedersi proroghe” che lo tengono lontano dalla vita piena.

Mariangela Bucci Bosco
E-mail: drmbucci@libero.it

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